«Non c'è più religione!»


A un certo punto, scope in mano, se le sono date di brutto. Religiosi greci-ortodossi da una parte e apostolici armeni dall'altra. Una rissa in piena regola, provocata dallo sconfinamento degli uni nella zona affidata agli altri. Tutto nella chiesa della Natività, a Betlemme. E qui l'ironia sul sacro furore sarebbe fin troppo facile. Resta, invece, la notizia.
La chiesa dove avrebbe visto la luce — secondo la tradizione — proprio Gesù di Nazareth ha l'amministrazione degli spazi spartita fra confessioni religiose diverse: la cattolica-romana, la greco-ortodossa e l'apostolica armena. Sono stati i religiosi di queste ultime due a dar fuoco alle polveri dei risentimenti, antichi quanto le pietre che stavano pulendo, ciascuno nel suo settore.
E così il riassetto che segue le affollate visite del Natale cattolico s'è trasformato in un ring manesco, fra ceri icone e altari benedetti. Solo la polizia dell'Autorità nazionale palestinese è riuscita a calmare le acque, ricorrendo ai manganelli. E non è stata neanche la prima volta, ha riferito un loro portavoce. «Nessuno è stato arrestato — ha precisato il tenente colonnello Khaled al-Tamimi — perché erano tutti uomini di Dio». E meno male ch'erano uomini «di Dio». Sennò?
C'è da ridere o piangere?

Differenziare anziché bruciare

Alla fine sembra esserci arrivata anche la Sicilia. I quattro inceneritori progettati dalla Giunta Cuffaro e impregnati di «malapolitica, malaffare e mafia» — stando ai rilievi della Commissione parlamentare sul ciclo illegale dei rifiuti — non si faranno più. Una decisione del governatore Raffaele Lombardo che mette d'accordo, sorprendentemente, ambientalisti, imprenditori e sindacalisti.
Inseguendo gli inceneritori, la Sicilia è diventata il fanalino di coda nella raccolta differenziata in Italia: 1,9% nel 2000, 6,7% nel 2008. Un quinto della media nazionale, la metà di quanto fanno le altre Regioni del sud — ed è quanto dire. In discarica finiscono, così, due milioni e mezzo di tonnellate di spazzatura all'anno.
La differenziazione dei rifiuti procede, però, fra molti ostacoli. Soprattutto a Palermo. Dove l'Amia dai primi del 2010 è commissariata da un ex magistrato, un commercialista e un avvocato. Nel capoluogo regionale, l'Azienda d'igiene ambientale ha accumulato 150 milioni di debiti, 85 milioni di crediti non riscossi dai Comuni, e la discarica di Bellolampo sotto inchiesta per inquinamento di falde acquifere.
Gli addetti alla raccolta e smaltimento dei rifiuti in tutta l'isola sono arrivati, intanto, a undici mila. Un'enormità. Visto che ci sono — sottolineano in coro imprenditori, sindacati e ambientalisti —, vanno indirizzati al riciclo e al riuso dei materiali. Un'impresa temeraria, raccontata nel reportage che segue, trasmesso su Rai 3 da "Ambiente Italia".


«Salvate il soldato Cosentino»

''Governo ladro'', bagarre della Lega
I più sguaiati sono anche i più screditati. È bastato inquadrare l'aula del Senato per vederli paonazzi in volto. O verdi di bile. Agitare il loro striscione «Governo ladro», all'indirizzo di Monti. Come se quaranta giorni fa non fossero proprio loro sui banchi del governo, a ridurre il paese sull'orlo del fallimento, corrodendone le fondamenta. E il più sguaiato di tutti era lui, Calderoli: «Noi senatori leghisti continuiamo a ritenere illegittimo questo governo e illegittima la maggioranza che lo sostiene; e a considerare il tutto come un colpo di stato».
Solo un problema di «modi»? Non proprio. A Palazzo Madama facevano gazzarra col fischietto in bocca, mentre a Montecitorio — sempre loro, i leghisti — evitavano, in un'aulaletta laterale, per l'ennesima volta, il carcere al boss campano del Pdl, Nicola Cosentino. Inutilmente, l'ex ministro dell'Interno Maroni aveva provato a convincere il suo rappresentante nella Giunta delle autorizzazioni della Camera a concedere quello che i magistrati campani chiedono ripetutamente da mesi.
Eppure, da ex titolare del dicastero in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, Maroni ne sa certamente qualcosa in più dell'oscuro on. Luca Paolini, sul ruolo dell'ex viceministro all'Economia. Indicato dai magistrati come referente politico dei Casalesi. Niente da fare. L'ordine di salvare il «soldato Cosentino» — o, quantomeno, di fargli passare Natale a casa — era partito da Bossi in persona. Dopo aver parlato con Berlusconi. Terrorizzato, quest'ultimo, che il suo deputato campano «vuoti il sacco», ha osservato Roberto Saviano. Che quei contesti conosce bene, e ha raccontato anche meglio.
«Nicola Cosentino non è l'ennesimo politico accusato di essere un uomo della camorra», scrive Saviano. «È la storia di Forza Italia e del Pdl in Campania. Dalle sue mani di viceministro all'Economia sono passati i finanziamenti della Comunità Europea. È un imprenditore e un politico influente in tutto il Mezzogiorno; non è quindi solo un politico locale. È presente nei grandi affari, quelli raccontati dall'inchiesta P3, è in grado di distruggere l'immagine dei suoi nemici politici, anche dello stesso partito (vedi affaire Caldoro e macchina del fango)».
Riusciranno i «moti senatoriali» a distogliere militanti leghisti e opinione pubblica dall'ennesimo scambio sottobanco tra Bossi e Berlusconi, in corso da un decennio?

Barricate verdelega


Meglio prendere uno di due, o accontentarsi di niente? Chiedo scusa per la banalità della scelta, ma l'obiezione fiscale, annunciata dagli oltranzisti della Lega Nord contro la nuova Ici sulla prima casa (l'Imu voluta da Bossi), ci costringe anche a questo. A fare i cosiddetti «conti della serva», al posto degli amministratori del Carroccio che ci troviamo alla guida di non poche nostre città e di qualche nostra importante Regione.
I «federalisti alle vongole», come sono stati definiti più volte i Calderoli & C., s'erano acconciati a togliere ai Comuni l'unica tassa realmente federalista a vantaggio degli enti locali presente nel pur grande paniere di balzelli d'ogni tipo. Bisognava accontentare il loro socio politico. Che aveva vinto le elezioni del 2008 a man bassa, con la trovata di fare uno sconticino sull'abitazione di lusso anche ai suoi sodali milionari (Prodi aveva già esentato dal pagamento della tassa i redditi più bassi).
D'altronde, mentre i suoi colleghi dichiaravano guerra aperta alla reintroduzione dell'Imu — da spartire a metà, d'ora in avanti, tra Stato dissestato e Comuni boccheggianti — il sempre esplicito eurodeputato leghista Matteo Salvini ieri, a "L'Infedele" di Gad Lerner, l'ha detta papale papale: «Quando eravamo al governo non bisognava chiedere soldi sulle frequenze tv perché Berlusconi aveva i suoi interessi».
E così tre o quattro miliardi di euro, di uno Stato sull'orlo del fallimento, sarebbero stati regalati agli editori televisivi, in primis Mediaset, in un colpo solo, per non disturbare gli interessi di Berlusconi. E l'unico introito certo dei Comuni era stato intanto tolto di brutto ai sindaci, per compiacere sempre lui. Con Calderoli & C. girati dall'altra parte. Grandi combattenti sempre, con lo spadone (cosiddetto federalista) o senza.

Casale, un morto 10.764 euro

Nel conteggio mancano le 47 vittime di tumore alla pleura aggiunte nel 2011. E le altre che si aggiungeranno negli anni a venire. Un ulteriore sconto per il "filantropo" svizzero Stephan Schmidheiny, a cui 18 milioni di euro fanno un solletico. E lo fanno anche al coimputato De Cartier de Marchienne, il barone belga che ha appena compiuto cent'anni.
Qualcuno potrà pensare che, in fondo, quei milioni serviranno alla bonifica della ex Eternit. Ma la bonifica è stata già finanziata dalla Regione, ha ricordato sul Corriere della Sera Marco Imarisio. Ed anche il bilancio comunale è fra i più floridi del Piemonte. E allora perché alleggerire le responsabilità civili dei dirigenti della multinazionale, al corrente dei rischi a cui esponevano i loro dipendenti cinquant'anni prima di finire sul banco degli imputati?
Possiamo accettare tutte queste infamie senza fare nulla? «Giustizia prima dei soldi» hanno detto venerdì notte i familiari delle vittime assediando a centinaia il municipio di Casale mentre sindaco e giunta (Pdl-Lega) accettavano la squallida transazione. Non hanno ragione?

Lo zio di Bonanni

Ce lo avesse detto prima, sarei andato a trovarlo, per chiedergli di spiegare al nipote più preparato — lui che non capisce un'acca di economia — che Marchionne da tre anni mena il can per l'aia davanti al naso di lavoratori sindacati e governo. E gli avrei chiesto — sempre a lui, lo zio ignorante — di frenare lo slancio del nipote nei suoi abbracci con Maurizio Sacconi, il peggior ministro del Lavoro della storia repubblicana. Col quale il capo della Cisl ha concordato ogni mossa per isolare le lotte della Cgil contro tutte le iniquità del governo Berlusconi.
E poi, sempre lo zio di Bonanni — non capendo nulla di economia — avrebbe potuto spiegare al nipote anche come trattare con Marchionne. «Non è rinunciando ai diritti dei lavoratori, Raffaè, che la Fiat progetterà nuove auto e produrrà quelle giuste per battere la concorrenza. Sient'ammè, senza soldi in saccoccia non si comprano macchine, né nostrane né forestiere». Sono certo che lo zio digiuno di tecnologia e mercati lo avrebbe fatto.
Comunque, meglio tardi che mai. Sappiamo che Bonanni ha un parente, ignorante ma saggio. All'occorrenza, può tirare dalla giacchetta il nipote un po' scapestrato (benché stagionato). E per ora ci basta.

Veleni del «ventennio breve»

«Dobbiamo essere tutti più buoni, volerci più bene». «Non c'è nessuna differenza tra bianchi, gialli o neri». È il dialogo colto al volo ieri mattina su un autobus a Firenze. La prima a parlare è una signora anziana, toscana, bianca. La seconda una signora più giovane, i capelli crespi, pelle nera. Si capisce subito, da come parla e guarda la sua interlocutrice, che la più giovane è abituata a prendersi cura degli altri, forse di qualche altra anziana toscana. Si avvicina un terzo signore. Domanda quando si faranno i funerali. «Saranno portati tutti e due in Senegal, quando firmeranno tutti i permessi», risponde la giovane di colore.
Ripenso a questa scena, mentre a Firenze comincia il corteo contro il razzismo, per ricordare Samb, Diop, Moustapha, Sougou e Mbenghe, morti e feriti del raid nazista di martedì. Alla manifestazione ci sono tantissimi senegalesi, venuti qui da tutt'Italia. E poi associazioni e partiti multicolori. Basterà essere «più buoni», come auspicava sinceramente ieri la signora dell'autobus? Sarà sufficiente accettare le nostre diversità e basta, per cambiare le cose?
Per andare alle radici della strage di Firenze, o del rogo nel campo rom a Torino, serve altro. Sostiene Roberta De Monticelli: «In questo paese bisogna ripartire dalla rifondazione del senso della cittadinanza, oggi completamente distrutto da una cultura dello scetticismo radicale rispetto a tutto ciò che è moralità pubblica, che significa rispetto delle regole elementari della convivenza, anche con le persone che accogliamo, estraneità ad ogni discriminazione, affermazione della legalità, difesa dell'onorabilità di ogni persona».
«Bisogna ridefinire alla radice i confini dell'etica pubblica», aggiunge la professoressa di Filosofia della persona. «Se io dico scientemente delle falsità, quelle si possono chiamare opinioni? Bene, le tesi razzistiche non sono opinioni, ma dimostrate falsità. E nel campo pubblico, per ogni affermazione che viene fatta deve essere avanzata anche una dimostrazione, un impegno a dimostrare quel che si dice. Altrimenti si esce dal campo della verità. Ed è questo il vero reato, che invece in questo quasi ventennio è diventato la regola del vivere civile».
Vengono in mente bugie e falsità apparecchiate dai tanti talk show del nostro ventennio breve. Ammantati di pluralismi apparenti, in cui la realtà scompare lasciando il campo alle chiacchiere tossiche (e non solo sugli immigrati). La «riscossa della verità» dovrebbe essere guidata dalle istituzioni, aggiunge De Monticelli, intervistata su la Repubblica di Firenze. Serve un atteggiamento chiaro e limpido «che faccia dimenticare la triste era dei ministri che passeggiano coi porci al guinzaglio, ruttano e mostrano il dito medio». Cattedre che hanno portato «la gente a disprezzare lo Stato», inducendo «il prevalere delle più animali pulsioni di autodifesa», e «l'odio per le regole della vita associata, per i rapporti normali, che poi vuol dire normati...». «Usciamo da quasi un'era di barbarie spettacolarizzata dal potere stesso, e questi sono i risultati».
Un corteo non servirà a invertire tutto questo. Ma aiuta. Senza stupidi colpi di testa.

Per Samb, Diop e gli altri

Mi piace pensarlo. E metterlo per iscritto. Sarebbe l'omaggio più bello a Samb Modou e Diop Mor (uccisi in piazza Dalmazia a Firenze), se la manifestazione della comunità senegalese replicasse, più in grande, la lezione di ferma compostezza del giorno della strage cui ho assistito sotto la Prefettura della città. E sarebbe anche il conforto più grande per Moustapha Dieng, Mbenghe Cheike e Sougou Mor mandati in ospedale, due in fin di vita e l'altro con le ossa spezzate dai colpi della 357 Magnum, dal killer nazista suicidatosi subito dopo.
Se lo prenderanno loro, i senegalesi, il compito di aprire domani il corteo fiorentino che si annuncia grande. Percorreranno le strade del vigliacco «tiro a segno» sugli uomini di colore. E rivendicheranno diritti umani e partecipazione sociale dopo il terrore scatenato contro il colore della loro pelle: «una manifestazione che segni un cammino nuovo», ha scritto il coordinamento dei senegalesi. A seguire ci saranno, alle loro spalle, associazioni, centri sociali e partiti. Ed anche qualche testa calda.
Ecco, mi farebbe piacere se, all'occorrenza, replicassero la scena di martedì sera. A fermare i più esagitati, tre ore dopo il secondo raid razzista, erano stati loro stessi: e le teste calde — l'ho visto coi miei occhi — avevano una pelle diversa dal colore delle mani che li stavano bloccando.
Di lì a poco si sono riuniti tra il Battistero e il sagrato del Duomo. A condividere assieme dolore e preghiere. Non a «lasciarci il loro piscio musulmano», come scrisse Oriana Fallaci in una delle sue più orride invettive razziste. A supporto del suo furente «scontro di civiltà». Quello che fa da alibi (cosiddetto «culturale») a ferocia, idiozie e disprezzo che hanno insanguinato i mercati di Firenze. E attizzato la periferia di Torino.

Firenze, non un giorno qualsiasi

imageFirenze s'è svegliata senza strilli. Mi riferisco alle locandine dei giornali nazionali. Attraverso la città di buon'ora. Nessuno ha messo il titolo d'apertura sulla strage al mercato di piazza Dalmazia, ieri all'ora di pranzo. Fossero stati bianchi, Diop Mor e Samb Modou, anziché senegalesi, i miei colleghi oggi avrebbero fatto lo stesso?
«Non c'è razzismo vero e proprio, ma non ci sono più valori umani». Chi l'ha detto? «Nessuno ti saluta quando esci di casa, gli italiani si stanno impoverendo e ci vedono come dei nemici perché non hanno più valori». Adesso è più chiaro? Forse no. È Mamadou a parlare, senegalese anche lui. Fa l'ambulante, come gran parte dei suoi amici.
Un'altra scena, ancora stamane. In un supermercato di periferia hanno abbassato le luci. Gli altoparlanti annunciano un minuto di silenzio. «Bisognerebbe avere momenti per riflettere anche in giorni normali, magari queste cose non succederebbero», ha detto una studentessa. No, non è affatto un giorno normale questo. Né a Firenze né altrove.

Firenze chiama Oslo?

Sparatoria in piazza Dalmazia, due mortiSirene a tutto spiano. Ero a un tiro di schioppo, attorno a mezzogiorno e mezza, quando a Firenze un nazista di Pistoia (questo l'ho saputo dopo) ha sparato su un gruppo di ambulanti senegalesi a piazza Dalmazia. Ne ha ucciso subito due, altri due li ha feriti gravemente. Poi s'è spostato al mercato di San Lorenzo. Ne ha ferito altri due. Una piccola Oslo in sedicesimo, solo più artigianale. Braccato dalla polizia, il killer neofascista s'è ucciso in un parcheggio sotterraneo, al contrario del killer nazi norvegese.
Tutto questo lo avrete già sentito ai tg di stasera. Non era per questo che scrivo. Digito questo post per raccontarvi l'indignata compostezza con cui gli immigrati fiorentini si sono riuniti davanti alla Prefettura della città. Un silenzio attonito su un piccolo mare di teste nere, solo nere. Stanno sotto le finestre del Palazzo del Governo (mi trovo lì in quel momento), a due passi dal campanile di Giotto, appena sotto la Cupola del Brunelleschi, mentre attorno prosegue lo shopping. Questo ho visto tre ore fa a Firenze.
Sparatoria in piazza Dalmazia, due mortiC'era chi, piegato sulle ginocchia, si teneva la testa fra le mani. Le dita a coprire le lacrime. C'erano centinaia di ragazzi di colore con lo sguardo impietrito. «Perché?» avranno continuato a chiedersi. Perché un odio così furente, cieco, crudele. Cosa sta diventando l'Italia? Tre giorni fa il rogo alle baracche rom delle Vallette, a Torino. Oggi la carneficina a strascico, nel cuore più nobile di Firenze.
In tv, ho appena udito il ministro Andrea Riccardi annunciare la sua visita domani, prima in Toscana poi in Piemonte: «per far sentire la presenza dello Stato italiano a fianco delle vittime del razzismo». Devo registrare un'intervista sullo smog a Firenze col presidente della Toscana, concordata prima della strage. Ancora scosso, Enrico Rossi mi racconta l'incontro appena avuto con la comunità senegalese per portare la partecipazione della Regione al lutto degli immigrati, accolto dal silenzio sgomento di chi ha già detto tutto con gli occhi umidi.
Istituzioni finalmente presenti accanto alle vittime dell'intolleranza, cittadini risucchiati nell'indifferenza? A parte la solita Caritas, il solito don Ciotti.

Gli «imprenditori della paura»

Riccardi: un raid che rimanda ai tempi bui della storia«Scusatemi. Ho visto in tv le immagini delle fiamme al campo nomadi e mi sono sentita male. Mi vergogno da morire: mi sono resa conto solo ora di quel che è successo»: sono state le ceneri di poche e povere cose vicino a casa sua a far crollare il muro di bugie di 'Sandra' (è il nome di fantasia dato dalla stampa alla sedicenne vera) che s'è inventata uno stupro per nascondere la sua "prima volta". Attizzando, sabato notte, il raid razzista alla periferia torinese, tra l'avveniristico Juventus Stadium e il carcere delle Vallette.
Perché una ragazzina, a Torino, nel 2011, preferisca apparire vittima di una violenza sessuale, agli occhi del mondo, piuttosto che confessare, ai genitori, di non essere più illibata, è oggetto già di ampio dibattito attorno ad arcaicità delle relazioni personali e oppressione familiare. Perché si armi, in un battibaleno, una «spedizione punitiva» nel quartiere popolare di una città civilissima, merita una riflessione — se possibile — persino più cruda.
Le cronache riferiscono che i «vendicatori» abbiano appiccato il fuoco incappucciati. Scene da "Mississippi Burning". Per fortuna senza croci in testa. Odio allo stato puro, quindi. Senza vittime solo per caso. Qualcuno aveva avvisato i Rom, e loro s'erano messi in salvo, bambini in braccio.

Rogo al campo rom, rischio escalation«La prima a cantare è la gallina che ha fatto l'uovo», usa dirsi ancora nelle campagne. E, difatti, fra i primi a giustificare il rogo, è stato l'europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio. Dieci anni fa fu lui ad incendiare i giacigli degli immigrati sotto alcuni ponti della periferia. Fu condannato ed ha continuato lo stesso a predicare bellamente intolleranza e linciaggio. Al sicuro, nel parlamento di Strasburgo.
Fino a quando pagheremo lo stipendio a questi «imprenditori della paura»? È una domanda che non richiede l'approfondimento di grandi esperti per ricevere una risposta.

La frana sui supermercati

C'era già stata una prima frana sul supermercato Lidl di Zumpano, alle porte di Cosenza giusto un anno fa. Il 2 marzo 2011 un secondo crollo, alle 7.30 del mattino. Una strage scongiurata per puro caso. I clienti sarebbero arrivati di lì a poco. Eppure, anziché mettere in sicurezza l'area e sgomberare gli edifici a rischio, si continua a costruire lungo il fiume Crati. Sabato 12 novembre, un mese fa, è stata inaugurata una multisala. Sarà frequentata da migliaia di persone. Era già finita sotto il fango nel novembre 2010 (si intravvede nel filmato che segue).
Il sindaco che parla nel video (girato a marzo di quest'anno, trasmesso su Rai 3 da "Ambiente Italia", e allegato a questo post) ha finito, intanto, il suo secondo mandato. È stato sostituito ...dalla moglie. Tutte le autorità continuano a guardare da un'altra parte. A cominciare dalla magistratura, investita da esposti e denunce di geologi allarmati dal pericolo. Deve scapparci per forza il morto?


Come un topo (hi-tech)

Alla notizia dell'arresto di Michele Zagaria, capo dei Casalesi, in un buco hi-tech sottoterra, il parroco di Capapesenna, don Luigi Menditto, ieri ha dichiarato: «Per me che sono un sacerdote, Zagaria è un parrocchiano come gli altri al quale portare il Vangelo». Carità cristiana e basta?
Sentite, invece, cosa diceva dei camorristi un altro sacerdote, don Peppe Diana, ucciso dai Casalesi (forse per ordine dello stesso Zagaria) mentre si accingeva a dir messa il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico: «Fate decenni di carcere per raggiungere un potere di morte; guadagnate montagne di denaro che investirete in case che non abiterete; investirete in banche dove non entrerete, in ristoranti che non gestirete, in aziende che non dirigerete; comandate un potere di morte cercando di dominare una vita che consumate nascosti sottoterra, circondati da guardaspalle; uccidete e venite uccisi in una partita di scacchi il cui re non siete voi ma coloro che da voi prendono ricchezza facendovi mangiare l'uno con l'altro, fin quando nessuno potrà fare scacco e ci sarà una sola pedina sulla scacchiera, e non sarete voi. È giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra».
Fino a quando ci sarà una doppia Chiesa come un doppio Stato, con pesi e parole diverse per pesare e chiamare le stesse cose, la battaglia contro i poteri criminali sarà difficilissimo vincerla. Oggi però gioiamo. E ricordiamo — con questo reportage, trasmesso sabato 26 dicembre 2009 su Rai 3 da "Ambiente Italia" — chi, in nome di don Peppe Diana, continua la sua battaglia, nelle terre che hanno fatto da scudo alla latitanza di Michele Zagaria.


Minzulpop è alla frutta

Minzolini a giudizio per peculato Rai parte civile per danno d'immagineCon la coda dell'occhio, in transito all'aeroporto di Fiumicino, leggo questo titolo sul monitor di una tv commerciale: «Minzolini, un complotto per farmi saltare». Testuale, come il suo dante causa. Il check-in incombe. Non ho tempo di sentire altro. Immagino che il «direttorissimo» del Tg1 (vocabolario di Silvio suo) sia stato rinviato a giudizio dalla magistratura. Per peculato. Nell'uso personale della carta di credito aziendale. 
Vi ricordate? L'inchiesta giudiziaria era partita per abuso dei soldi di un'azienda pubblica che lo gratifica già di un vertiginoso stipendio. Ben oltre le sue qualità professionali e il suo merito (caduta verticale d'ogni credibilità e perdita di telespettatori a vista d'occhio).
Quando uscì la notizia delle sue note spese luculliane, feci una semplice divisione: il totale diviso i giorni d'uso della carta. Venne fuori la cifra di 256 euro di pasti al giorno. Natale e Pasqua compresi. Con spuntini a Marrakesh (falafel o couscous?).
È un mistero della fede che uno squalo come lui — con quelle ganasce — sia ancora sulla sedia di direttore di un tg del servizio pubblico radiotelevisivo. E non possiamo manco più dire «del più grande telegiornale italiano». Con lui al comando, oggi non è vero neanche più questo.
Chiudono le porte della cabina, bisogna spegnere i cellulari. Ne riparliamo.

Russia, piccoli zar perdono

▇ Ha perso anche lui, l'«amico Vladimir». Scendendo sotto la soglia del 50%, Putin ha ancora la maggioranza relativa della Duma. Ma la sua creatura, «Russia Unita» — sua e del suo assistente di campo Dmitrij Medvedev —, non sarà più padrone assoluto del gioco parlamentare. Il piccolo zar forse ce la farà lo stesso a farsi incoronare al vertice dello Stato nel 2012 per sei anni e poi altri sei anni ancora, fino al 2024. Cumulando un potere complessivo da fare invidia agli ultimi capi dell'ex Unione Sovietica. Essendo divenuto più debole, sarà ora anche più feroce con gli oppositori? Staremo a vedere.


Le lacrime e il sangue

La manovra  : stretta a pensioni,   Irpef immutata     Monti: "Tagli a politica, trasparenza sui redditi"


▇ Con le lacrime della ministra del Lavoro e della Previdenza sociale in diretta mondiale, è chiaro a tutti chi pagherà il prezzo più iniquo. Cosa ci guadagnerà il bilancio dello Stato e l'economia del paese dal mancato recupero del costo della vita, per un pensionato che riceve tra 486 e (mettiamo) 1000 o 1500 euro al mese? Brutta storia.
La ministra Elsa Fornero, con la sua umanissima fragilità, ha reso intensa e toccante una conferenza stampa del governo sulla manovra «salva Italia» — come l'ha definita il premier Monti —, altrimenti più che gelida, già nei marmi sepolcrali della sala. Le sue lacrime restituiscono serietà e responsabilità ad una politica troppo spesso cialtrona e «cinematografica», come l'ha definita ieri spregiativamente il New York Times riferendosi alla stagione berlusconiana. Una Quaresima dopo il carnevale. Non cancellano, però, quelle lacrime, una plateale ingiustizia. Vissuta come tale dalla stessa ministra? Un'ingiustizia che sanguina, dalla carne viva delle persone normali. Quelle che fanno la spesa, badando al centesimo, tutti i giorni. Da oggi, con l'aumento dell'Iva anche sui beni di prima necessità.
Se il parlamento — nella conversione in legge del decreto — avesse forza e coraggio per correggerla, quel poco di buono che c'è nella manovra sarà più credibile. Qualcuno saprà provarci? Deputati e senatori che dovranno approvarla sono gli stessi di un mese fa, quando votavano ancora la fiducia a Berlusconi. Questo lo sappiamo. Ma almeno provateci, non dico ABC (Alfano Bersani Casini), quanto meno BDV (Bersani Di Pietro Vendola). Tagliate — in alternativa, a somma zero — qualche vero privilegio. O dovremo accontentarci delle lacrime della Fornero e del sangue dei pensionati?
■ (giovedì 4 dicembre 2011)



Tra carbone e bergamotto

Impianti super-inquinanti il conto è 102-169 miliardi▇ Potrebbe mettere a rischio anche la coltivazione del bergamotto, la grande centrale a carbone progettata dalla multinazionale Repower a Saline Joniche. L'impianto dovrebbe sorgere nell'area ex Liquichimica, una cattedrale nel deserto industriale della Calabria, per la quale furono assunti 500 dipendenti. «Rimasero in cassa integrazione per 23 anni, dal 1970 ai primi anni Novanta», ci racconta Mimmo Romeo, della Pro Loco. Dovevano produrre bioproteine sintetiche da dare agli animali. Bistecche dal petrolio, si strombazzò con enfasi per anni. Le bioproteine erano cancerogene e non ne se produsse manco un chilo.
Ora l'ipotesi del carbone: «Una prospettiva, i fumi e le ceneri della centrale, che atterisce. Per la salute umana, col rischio tumori, e per le nostre coltivazioni agricole», ci dice il presidente di Assoberg. L'avvocato Ezio Pizzi, a capo di 400 produttori associati di bergamotto, ci mostra la piantagione di questo agrume impiantata dalla bisnonna marchesa, quando Garibaldi non aveva ancora varcato lo Stretto di Messina. 
L'inquinamento provocato dalle micropolveri del carbone è una preoccupazione più che fondata per le migliaia di famiglie che vivono coltivando bergamotto, e abitano nei dintorni dell'impianto progettato dalla multinazionale svizzera. L'esperienza negativa fatta attorno alla centrale Enel di Cerano a Brindisi, o a Vado Ligure vicino Savona, è lì a dimostrarlo. 
Per dar frutti, il bergamotto ha bisogno di condizioni climatiche particolari. Che sarebbero alterate — irrimediabilmente — dalle grandi emissioni di anidride carbonica e vapori. «Sul pianeta, il microclima adatto al bergamotto con 356 componenti chimiche accertate esiste solo negli 80 chilometri di costa jonica, tra Reggio Calabria e Bovalino», insiste Pizzi. Già sull'altra sponda dello Stretto, le piante di bergamotto crescono nei vivai ma, messi in campo, non producono niente. Usati in cosmetica e nella preparazione dei profumi, con interessanti prospettive anche in medicina, gli oli essenziali di bergamotto hanno un valore di mercato molto elevato. «Con 11 chili di oli, a metà degli anni Sessanta, mio padre mi comprò la prima Fiat 500», ricorda l'avvocato Pizzi. 
Ci fu poi la crisi ventennale del settore. Da tre anni la rinascita, con la conquista della «Dop», la denominazione d'origine protetta, concessa per la prima volta dall'Unione europea a un prodotto non destinato direttamente all'alimentazione umana. Un recupero economico prezioso in un'area socialmente depressa. Che la centrale elettrica può mandare gambe all'aria. Tanto da indurre ambientalisti (guidati da Nuccio Barillà di Legambiente) e imprenditori agricoli a portare la protesta contro il progetto Repower fino in Svizzera. 
Nel miliardo e 200 milioni di euro investiti per bruciare carbone a due passi dai centri abitati e dagli agrumeti ci sono, difatti, capitali pubblici del Canton Grigioni. Le cui autorità — contrarie al carbone in patria — sarebbero state all'oscuro delle proteste in Calabria, conferma l'avvocato Loris Nisi, ex sindaco di Montebello Jonico, comune capoluogo di Saline. 
Qui sotto il reportage appena trasmesso su Rai 3 da "Ambiente Italia". 


Link:
http://ambienteitalia.blog.rai.it/le-puntate-2/
■ (mercoledì 3 dicembre 2011)


L'informazione, come l'acqua

▇ «L’informazione è come l’acqua, deve essere di tutti». Comincia così il manifesto «Riprendiamoci la Rai» lanciato dal sindacato dei giornalisti del Servizio pubblico radiotelevisivo. L’iniziativa nasce all’indomani della vittoria dei Sì ai quattro referendum di giugno. «È in quel momento che ci è venuto in mente che anche l’informazione della Rai doveva essere trattata alla stregua di un bene comune, come l’aria o l’acqua, un diritto fondamentale che la politica ha il preciso dovere di garantire ai propri cittadini», ha spiegato il segretario nazionale dell'Usigrai Carlo Verna, presentando l'iniziativa.


Primi firmatari del manifesto:
Valerio Onida (presidente emerito Corte Costituzionale)
Ferruccio de Bortoli (direttore Corriere della Sera)
Dario Fo (premio Nobel per la letteratura)
Franca Rame (attrice teatrale)
Stefano Bollani (musicista)
Bruno Pizzul (giornalista sportivo)
Bruno Bosco (economista Università Bicocca)
Daniele Checchi (economista Università Statale)
Franco Scarpelli (giuslavorista)
Piero Bassetti (presidente Globus et Locus)
Daniele Biacchessi (scrittore e autore di teatro civile)
Bice Biagi (giornalista)
Piero Colaprico (giornalista e scrittore)
Antonio Pizzinato (presidente Anpi Lombardia)
Moni Ovadia (autore teatrale)
Ottavia Piccolo (attrice teatrale)
Letizia Gonzales (presidente Ordine giornalisti Lombardia)
Luigi Pagano (provveditore alle carceri lombarde)
Dori Ghezzi (musicista)
Alessandra Kustermann (medico)
Cristina Cattaneo (medico legale)
Piero Modiano (presidente Nomisma)
Nando Dalla Chiesa (docente Università Statale)
Don Virginio Colmegna (presidente Casa della Carità)
Lella Costa (attrice teatrale)
Enrico Bertolino (conduttore televisivo)
Gianni Barbacetto  (giornalista e scrittore)
Benedetta Tobagi (scrittrice e conduttrice radiofonica)
Giuseppe Turani (giornalista)
Mario Fezzi (avvocato)
Armando Spataro  (magistrato)
Alberto Martinelli ( docente universitario)
Susanna Mantovani ( prorettore Università Milano Bicocca)
Loris Mazzetti (scrittore e regista)
Eugenio Finardi (musicista)
Umberto Veronesi (medico e presidente Ieo)
Gianni Bottalico (presidente Acli Milano - Monza Brianza)
Roberto Vecchioni (musicista)
Daria Colombo (giornalista e scrittrice)
Gianni Cervetti (presidente Fondazione Orchestra Verdi)
Gigi Pizzi (medico e vicepresidente Azione Cattolica Ambrosiana)
Elio De Capitani (direttore Teatro dell’Elfo)
Andrea Sironi (docente Università Bocconi)
Gabriele Porro (giornalista)
Benedetta Barzini (giornalista)
Debora Villa (attrice)
Ida Regalia (sociologa Università Statale)
Corrado Stajano (giornalista e scrittore)
Bruno Ambrosi (giornalista)
Don Gino Rigoldi (cappellano carcere minorile Beccaria)
Francesca Zajczyk (sociologa Università Bicocca)
Sergio Escobar (direttore Piccolo Teatro Milano)
Patrizia Spadin (presidente Aima - associazione malattia di Alzheimer)

Ecco, di seguito, il testo integrale:
«Vogliamo un servizio pubblico radiotelevisivo che:
• garantisca il diritto fondamentale all'informazione e alla cultura, che persegua gli interessi dell'intera collettività, e non quelli di una parte;
• parli di un'Italia vera, fatta di uomini e donne che ogni giorno si impegnino nella famiglia, nel lavoro, nella scuola; che racconti i fatti senza enfatizzarli e non dia spazio alla morbosità di chi sta seduto a guardare;
• creda nell'intelligenza del pubblico, nella sua capacità di riconoscere e premiare sempre la qualità di ciò che viene offerto;
• abbia lo sguardo aperto sul mondo e una conoscenza approfondita dell'Italia delle regioni e delle città; che sappia cogliere e interpretare i segnali del cambiamento e farsi carico dei problemi della convivenza e dell'integrazione;
• dia strumenti per comprendere e non abbia mai paura di mettere a confronto idee e valori; che favorisca il dialogo tra le generazioni;
• sia fondato su una legge che nella scelta dei vertici dell'azienda dia più spazio alla società civile e impedisca le spartizioni dei partiti;
• abbia giornalisti, autori, programmisti «con la schiena dritta», che raccontino i fatti con parole proprie, mai sotto dettatura di altri, consapevoli di dover rendere conto a tutti, oltre che alla propria coscienza;
• sappia sviluppare modelli editoriali originali e propri, senza inseguire le logiche della Tv commerciale; sia laboratorio di sperimentazione e di innovazione nelle nuove e diverse forme di comunicazione.
Un servizio pubblico gestito senza sprechi, che possa contare su risorse certe e adeguate ai compiti che deve assolvere».
Le adesioni si raccolgono sul sito http://www.riprendiamocilarai.it/
In programma iniziative pubbliche nelle principali città italiane. A Milano s'è già svolta un'assemblea al Circolo della Stampa mercoledì 30 novembre. Al Maschio Angioino di Napoli l'incontro è programmato per martedì 7 dicembre alle 10.30. A Torino l'assemblea si svolgerà lunedì 12 dicembre nell'Aula Magna del Politecnico alle 21.
■ (martedì 1 dicembre 2011)


Sottosegretario di strada

Marco Rossi Doria e Carlo De Stefano sottosegretari nel governo Monti▇ Bisognerà guardare bene cosa c'è là dentro, fra le 30 new entry della compagine governativa. Una cosa si può già dire subito sulla nomina dei sottosegretari del governo Monti: la presenza di un «maestro di strada» al ministero dell'Istruzione è una bella notizia. Che Marco Rossi Doria il maestro elementare l'abbia fatto fra le strade dei Quartieri Spagnoli a Napoli, la rende ancora più bella.
Per agire fra quei vicoli e in quei «bassi» — l'abbiamo dovuto constatare molte volte, nel nostro lavoro — devi avere una sensibilità non comune, una capacità vera di partecipare alle sofferenze e ai sentimenti di chi hai davanti. Ma, per farti accettare e seguire, devi avere anche un'idea forte. Che indichi una meta concreta, più alta, raggiungibile.
Nel 2006 Marco Rossi Doria provò a sfidare, come candidato della società civile, l'accoppiata Bassolino-Iervolino nella corsa a sindaco della città. Dovette ritirarsi in buon ordine. La macchina da guerra bassoliniana non era ancora naufragata nella vergogna mondiale dei rifiuti per strada, fino a toccare il primo piano delle case. Lui ha continuato ad occuparsi — come se nulla fosse — di dispersione scolastica, di disagio sociale ed esclusione precoce. S'è battuto con passione e competenza — come sempre —, contro lo «sfascio della scuola pubblica».
Se una nemesi era immaginabile, dopo la protervia e l'ignoranza di Maria Stella Gelmini, non poteva essercene una più netta. Per invertire il senso di marcia rovinoso impresso da un ministro naufragato nel ridicolo, c'era bisogno di persone così: sapienti ed empatiche, competenti e generose. Capaci di restituire il valore profondo a un nome semplice, che ha accompagnato l'infanzia di molte generazioni d'italiani: «maestro». Non è detto che basti, in un ministero. E con pochi soldi a disposizione. Comunque sia, buon giorno maestro Rossi Doria. E buon lavoro.
(martedì 29 novembre 2011)


ABC e l'abc

La vignetta di Giannelli - Dal Corriere della Sera di martedì 15 novembre 2011
dal Corriere della Sera
di martedì 15 novembre

▇ Le cronache politiche ci informano: è all'opera la «maggioranza ABC» (tutto maiuscolo), dalle iniziali di Alfano Bersani e Casini. Ottima sintesi, linguaggio sobrio. Come si conviene ad una situazione serissima. Dopo le carnevalate per strada, fra selve di microfoni e ciance in libertà, fa bene anche al giornalismo — lo abbiamo già scritto in un altro post di lunedì 14 novembre — un'aggiustatina di tiro. Non vorremmo, però, si finisse da un eccesso all'altro. E ci riferiamo, in particolare, alla piccola moratoria nel «dichiarazionismo di strada». Ci rivolgiamo, quindi, ai responsabili politici di questa maggioranza «d'impegno nazionale», come l'ha definita il premier Monti chiedendo e ottenendo la fiducia del parlamento. Che gliel'ha accordata con un'ampiezza quant'altre mai.
Ed ecco, quindi, due-tre domande. Potete evitare d'incontrarvi nei tunnel sotterranei che collegano un Palazzo all'altro? Cosa c'è di tanto indicibile alla luce del sole, un piano o due sopra, alla Camera o al Senato? Commissioni parlamentari e conferenze dei capigruppo non servono a questo? Si risolverebbe così anche l'agognato collegamento tra governo e maggioranza che lo sostiene, no?
La democrazia è stata inventata per fare a meno degli arcana imperii. Non possiamo permetterci proprio ora — e per trenta sottosegretari, poi — di buttare, con l'acqua sporca (il chiacchiericcio rissoso e inconcludente), anche il bambino (la responsabilità trasparente delle decisioni necessarie) che quell'acqua ha appena cominciato a lavare. È, appunto, questo l'abc (tutto minuscolo) della partecipazione democratica. O abbiamo capito male?
(sabato 26 novembre 2011)


Fiumi in scatola

▇ Fino a mezz'ora fa, per tutto il giorno abbiamo filmato i cittadini di Saponara, in provincia di Messina, a spalar fango. Persone che hanno perso tutto in un batter d'occhio. 380 millimetri di pioggia in otto ore, un terzo di tutta l'acqua che qui, davanti alle Eolie, viene giù in un anno intero.
Precipitazioni eccezionali, non c'è dubbio. Clima mutato, è oramai ben chiaro. Poi scavi attorno alle storie e scopri che c'è altro. La collina franata sulla casa che ha ucciso padre e figlio, portandosi via un bambino di dieci anni (foto Ansa qui sopra), non era più curata. Il contadino che l'accudiva è morto da un paio d'anni. Nessuno ha preso il suo posto.

Ti sposti di qualche chilometro verso Palermo, sempre lungo il Tirreno, e scopri che a Barcellona Pozzo di Gotto il torrente Longano è stato tombato nel cemento. Sul suo letto c'è ora un vialone trafficato dalle auto, davanti al Municipio.
È un gigantesco scatolone di cemento armato che scorre per centinaia di metri all'altezza dei tetti delle case. Sommerse, guarda un po', dal fango straripato dalla scatola. «Me lo aspettavo da 40 anni», mi racconta un vecchio signore appoggiato ad una ringhiera. «Era inevitabile che accadesse, ed è accaduto».
Non è tutta colpa della pioggia eccessiva quel che ci tocca raccontare. Non lo è affatto. Ricordiamocelo bene. Anche dopo aver finito di spalare quest'altro fango e seppellire questi ultimi morti.
(venerdì 25 novembre 2011)


«Diversamente alluvionati»

Giampilieri (Ph. G. Rossellini)▇ Lo dicono senza alcuna voglia di riderci su: «Siamo diversamente alluvionati». Gli scampati di Giampilieri e Scaletta Zanclea lamentano con queste parole le disattenzioni dello Stato rispetto a quanto è avvenuto in Liguria, Toscana o Veneto. I due paesi del messinese aspettano ancora di poter rinascere, travolti dal fango il primo ottobre 2009 sul versante jonico, com'è successo l'altro ieri a Saponara e Barcellona Pozzo di Gotto sul versante tirrenico.
«L'acqua del sud non si vede», hanno aggiunto gli internauti siciliani. Ma l'atto d'accusa più netto è venuto in queste ore dal capo della Protezione civile nazionale, Franco Gabrielli: «I 160 milioni di euro stanziati da Berlusconi per l'alluvione di due anni fa sono inutilizzabili». L'ordinanza che li stanzia, ha precisato Gabrielli, li vincola al rispetto del patto di stabilità della Regione con lo Stato senza alcuna deroga. In altre parole, col decreto "Milleproroghe" le spese per le emergenze devono essere comunque autorizzate dal ministero dell'Economia. E Tremonti s'è guardato bene dal farlo.
Così, Giampilieri e Scaletta Zanclea non hanno i soldi per il consolidamento di edifici e versanti in frana, non hanno ricevuto un euro di rimborso per chi ha perso tutto, case e negozi. E non c'è modo di far tornare a casa i mille sfollati. Dopo le telecamere e le esibizioni di solidarietà col ciglio umido, sono rimasti entrambi paesi-fantasma. E i soldi raccolti per le vittime a Scaletta Zanclea sono stati usati per comprare le divise dei vigili urbani: a sottolineare come al sud ci mettono sempre qualcosa in proprio per autoscreditarsi.
Si ripeterà la stessa cosa oggi a Saponara e a Barcellona Pozzo di Gotto? Quest'ultimo ha dato i natali a un concittadino salito agli onori della cronaca nazionale da un anno in qua. E vengono i brividi all'idea che a farsene portavoce possa essere proprio lui, l'onorevole Mimmo Scilipoti.
(giovedì 24 novembre 2011)


A quando l'Europa?

Stretta di mano Monti-Sarkozy. E Angela Merkel arriva in ritardo
▇ I morsi dello spread sono arrivati ad addentare anche la Germania, col flop all'asta dei Bund. Indecisa a tutto, Angela Merkel ha aggravato una crisi di leadership che sta mangiando i risparmi familiari di gran parte d'Europa. E ha ristretto gli orizzonti del suo stesso paese. I tedeschi hanno ragione a preoccuparsi che i debiti siano pagati dai paesi che li fanno, e non finiscano anche sulle loro spalle incolpevoli. Ma c'è ancora qualcuno capace di spiegare — proprio ai tedeschi — che senza l'euro sarebbe la Germania la prima a rimpicciolirsi?
La forza economica tedesca è cresciuta sulle esportazioni nell'eurozona. Da essa la Germania ha tratto gran parte delle risorse per pagare lo sforzo gigantesco di unificare le due metà del paese divise, per mezzo secolo, dalla Guerra Fredda. Un'opera ciclopica che rende onore ai dirigenti politici tedeschi del tempo. Un compito che sarebbe stato ben più difficile da compiere in assenza di un mercato comune nel quale l'intraprendenza imprenditoriale e l'autodisciplina germaniche hanno potuto dispiegarsi appieno.
«La Germania non è più da alcuni anni una potenza affidabile, né nella politica estera né in quella interna. Ha dimenticato la lezione di Konrad Adenauer che, attraverso il suo chiaro e testardo legame con l’Occidente, aveva ottenuto quel fondamento di affidabilità di cui hanno beneficiato tutti i cancellieri dopo di lui»: a parlare così è Helmut Kohl, padre politico di Angela Merkel (insieme nella foto qui sotto), intervenendo a Internationale Politik, prestigioso bimestrale di uno dei più importanti think-tank berlinesi.

Una giovanissima Angela Merkel insieme a Helmut Kohl.«Spesso mi chiedo dove sia di fatto la Germania oggi e dove voglia andare», ha proseguito ad agosto di quest'anno l’ex cancelliere; «e questa domanda se la pongono anche altri, in particolare i nostri amici e alleati all’estero». Senza mai citare espressamente Angela Merkel, Kohl ha elencato quelli che a suo avviso sono i limiti politici dell'attuale premier: mancanza di leadership, di visione, di volontà. «Quando non si possiede una bussola, quando non si sa per cosa si è a favore e dove si vuole andare, allora manca la capacità di guida e la volontà progettuale. E non ci si può attenere a quella che chiamiamo la continuità della politica estera tedesca, semplicemente perché non se ne ha alcuna idea».
Sulla crisi dell’euro, già a fine agosto l’ex cancelliere (che aveva saputo rinunciare al grande marco scegliendo l'euro) aveva invitato i leader europei ad affrontare con coraggio la situazione. E denunciava la tendenza a guardare ai cambiamenti nel mondo solo in termini di minaccia, rinunciando a percepirli come nuove chance. «Dobbiamo ridare fiducia alla gente», aveva detto.
A metà settembre, rispondendo a Paolo Valentino sul Corriere della Sera, l'ex leader tedesco 86enne ha aggiunto: «Non c'è dubbio che la risposta alla mondializzazione deve essere comune. I governi hanno reagito in prima battuta cercando di avvicinarsi all'opinione pubblica. Si è creato un corto-circuito tra nazionale e locale, con una ricerca dell'identità che spesso dà vita a movimenti reazionari e rilancia il pensiero di estrema destra. I partiti populisti crescono in tutta Europa, alcuni governi dicono ai loro popoli: siamo qui per proteggervi. Ma s'immagina se, nel 1945, Adenauer, De Gasperi e Schuman avessero detto a tedeschi, italiani e francesi, il nostro scopo è proteggervi?».
Anziché ridare fiducia — con una qualche visione del futuro —, ci hanno dato per mesi stucchevoli balletti. Uno sterile va e vieni della coppia Merkel-Sarkozy tra Parigi e Berlino, tanto esibito quanto impotente. Ci provi lei, professor Monti, a riallacciare il filo di un qualche progetto. Parlando con linguaggio di verità, a Bruxelles a Strasburgo a Parigi o a Berlino, non meno che a Roma.
(giovedì 24 novembre 2011)


Fiat, la vista lunga degli operai

▇ Avete 1 minuto e 17 secondi? Ascoltate il file audio che segue:
http://www.divshare.com/download/16248688-b66
Quella che avete ascoltato è la voce degli operai della Fiat Mirafiori all'alba del 23 giugno 2010. Nella notte s'era conosciuto l'esito del referendum a Pomigliano d'Arco con cui Sergio Marchionne chiedeva di sospendere i diritti del contratto dei metalmeccanici per investire nello stabilimento campano. I «sì», sostenuti da Cisl e Uil, e osteggiati dalla Fiom, furono il 62%. Fra le tute blu dello stabilimento torinese — che entravano per il primo turno di lavoro, o uscivano da quello notturno — il film di quel che sarebbe successo da lì in avanti fu subito chiarissimo. Si può dire altrettanto per tutti i sindacalisti e le forze politiche?
Annunciata ieri, la disdetta di Marchionne dei contratti nazionali per tutti gli stabilimenti italiani — sul modello Pomigliano — dimostra quanta vista lunga avessero avuto gli operai. E quante chiacchiere al vento hanno fatto per un anno e mezzo politici superficiali e sindacalisti ciechi. C'è bisogno di aggiungere altro, al valore in qualche modo «storico» del promemoria operaio inciso nei bit che avete ascoltato?
Sì, c'è da aggiungere ancora qualcosa. Riguarda la sorte toccata al minuto e diciassette secondi che avete avuto la cortesia di ascoltare. Registrato in presa diretta e trasmesso integralmente — nella versione video — dal Tg3 delle ore 12 di quel mercoledì, il servizio mi fu chiesto dal Giornale radio Rai e fu mandato tal quale da Torino a Roma in versione audio. Non piacque alla direzione di line (i responsabili, cioè, delle edizioni) — nonostante rappresentasse scrupolosamente gli argomenti raccolti davanti ai cancelli della fabbrica. E non fu messo in onda nei due giornali radio principali che seguivano di lì a poco (alle 12.30 e alle 13).
Per le proteste nella redazione del Gr su una scelta editoriale che appariva come censura immotivata, ne fu messa in onda poi, in un'edizione flash, una versione di 25 secondi, tagliata arbitrariamente all'oscuro del sottoscritto, mantenendo però la mia firma. Era irriconoscibile — manco a dirlo — rispetto alla versione originale. Una scorrettezza plateale nei confronti dei radioascoltatori e una violazione grave del contratto giornalistico di lavoro. Né l'una, né l'altra hanno avuto finora una composizione adeguata.
Se una nuova stagione del servizio pubblico dovesse aprirsi, lo capiremo anche da come episodi così saranno evitati o sanzionati. Se una nuova stagione della politica s'è davvero aperta, lo capiremo da come un ministro del Welfare eviterà di tenere il sacco alla prepotenza del più forte, nelle relazioni tra lavoratori e datori di lavoro. Non ci vorrà molto a capirlo. In un caso e nell'altro.
(martedì 22 novembre 2011)


Rifiuti, Roma come Napoli?

▇ È una bomba improvvisa, quella esplosa due mesi fa a Riano, fra le colline a nord di Roma. Tre milioni di metri cubi di spazzatura saranno sversati in un catino di settanta ettari, per tre anni. «Sono cave ancora attive in cui si lavora il tufo. I rifiuti finirebbero a 700 metri dalle case», denuncia il comitato cittadino contro la discarica, forte dell'appoggio di «Zero Waste» Lazio e Legambiente regionale. Un appello a difesa del territorio è stato firmato, fra gli altri, da Antonello Venditti, Pippo Baudo, Paolo Portoghesi e Nicola Piovani.
Anche a Corcolle, a sud est della capitale, la scena si ripete davanti all'ex cava San Vittorino. Cittadini e associazioni sono mobilitati contro un'ordinanza del prefetto che prevede di portare qui almeno una parte della spazzatura che non potrà più andare a Malagrotta. «Si stanno per seppellire sotto l'immondizia 2000 anni di storia», denuncia Urbano Barberini. «Siamo a un chilometro e mezzo da Villa Adriana, patrimonio dell'umanità tutelato dall'Unesco», aggiunge il principe, erede della celeberrima famiglia romana, che anima il comitato «Salviamo Ponte Lupo».
In mezzo al grande business dei rifiuti a Roma c'è sempre lui, l'avvocato Manlio Cerroni. Deus ex machina dello smaltimento della spazzatura, guida con mano ferma da decenni la Co.la.ri., e gestisce la più grande discarica d'Europa. A Malagrotta sono stati già stipati 50 milioni di tonnellate di rifiuti, tanto da assumere l'appellativo di ottavo colle di Roma. Provocando — denunciano il professor Sergio Apollonio e l'avvocato Francesca Fragale — una decina di morti sospette. In previsione dell'esaurimento della discarica (che dovrebbe chiudere i battenti a fine anno o in primavera), Cerroni si è premurato di comprare alcune cave a Riano. Quelle che dovrebbero ospitare l'immondizia.
«È il modello Napoli che avanza», sostiene Barberini: «grandi discariche e niente raccolta differenziata». E, difatti, anche nella capitale, la gestione della patata bollente, manco a dirlo, è stata affidata, dal sindaco Gianni Alemanno e dalla presidente del Lazio Renata Polverini, al prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro. Nominato da Berlusconi commissario di governo all'emergenza rifiuti. Et voila! L'esperienza non insegna mai nulla.
Ecco il video dell'inchiesta, messo in onda poco fa da Ambiente Italia su Rai 3.

 

(sabato 19 novembre 2011)

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I presidenti passano...

Il premier chiede fiducia all'EuropaFini: se fallisce lui, fallisce l'Italia ▇ «I presidenti passano, i professori restano», ha detto ieri Mario Monti alla Camera, nel dibattito sulla fiducia al suo governo. Citando Spadolini, in risposta ai deputati che gli chiedevano, deferenti, se potevano continuare a chiamarlo come sempre, il nuovo premier ha dato anche un ben servito al «presidentissimo» che l'ha preceduto su quello scranno. Una scudisciata non voluta, forse. Ma molto apprezzabile. E apprezzata.
Professor Monti, «a quando un tecnico anche al Tg1»? È stato scritto subito dopo il suo giuramento al Quirinale, e rifaccio mia la domanda. Ci eviti il «direttorissimo» al più presto, la preghiamo. Siamo in molti a pregarla. Visto l'andazzo, tocca a lei risolvere la «pratica Minzolini». Per consuetudine decennale. Appena può, rimetta però mano allo status della televisione pubblica.
La Rai non è la Bbc, cantavano Boncompagni e Arbore. Ma potrebbe diventarla, presto se lei volesse. Con beneficio di tutti. Anche della politica, raccontata finalmente con la schiena dritta. È un giornalista che si guadagna da vivere lì dentro, in una redazione della Rai, a scongiurarla: ci provi. Lo faccia, prima possibile.
(sabato 19 novembre 2011)


Clini e il nucleare, ci risiamo

Nucleare, scoppia il caso Clini Il centrosinistra all'attacco del neoministro▇ Si poteva sperare — l'ho scritto nel post ieri, a proposito delle ricostruzioni ad Aulla — che si ripartisse dalla difesa del suolo. Medicando, cioè, le ferite sanguinanti delle alluvioni, con la delocalizzazione degli edifici finiti sott'acqua e nel fango. Una gigantesca cura del territorio che può mettere in moto la stessa macchina economica, nel settore edilizio, energetico e dell'ingegneria ambientale.
Se c'era da cantare subito, mi sarei aspettato un assolo su questi argomenti dal neo ministro dell'Ambiente. Corrado Clini ha invece «steccato» subito. Le prime parole oggi le ha spese per resuscitare nientemeno che l'atomo. «Il ritorno al nucleare è una opzione sulla quale bisognerebbe riflettere molto — ha detto il ministro dell'Ambiente —, anche se quello che è avvenuto in Giappone ha scoraggiato. Però, di base, la tecnologia nucleare rimane ancora, a livello globale, una delle tecnologie chiave. A certe condizioni, bisogna valutarla».
Esattamente quello che non avremmo voluto leggere, o sentire. Perché 27 milioni d'italiani hanno seppellito sotto una valanga di «no» il ricorso all'energia atomica, appena cinque mesi fa (per la seconda volta in un quarto di secolo). E perché la tecnologia attuale è stata già «valutata» — per usare le parole stesse di Clini — dal mercato dei produttori di energia: la costruzione di nuove centrali è a dir poco stagnante, in tutto il mondo (a parte la Cina). Da ben prima dell'incidente a Fukushima.
In serata il neo ministro ha corretto il tiro: «Non ho certo intenzione di riaprire una questione già risolta in modo chiaro con il referendum, e sono impegnato da anni nella promozione e nello sviluppo delle energie rinnovabili». E meno male. Comunque, ci risiamo. Il solito balletto con cui i politici ci hanno nauseati. Vi ricordate le dichiarazioni di Stefania Prestigiacomo, dopo l'esplosione della centrale atomica in Giappone? «Chiudiamo col nucleare? Sì, no, forse». Di lei Clini ha preso il posto da appena un giorno. Sarebbe deludente se ne prendesse anche le cattive abitudini, dopo essersi tenuto — saggiamente — distante da lei per più di tre anni, navigando in mari lontani.
La «stecca» il nuovo ministro l'ha fatta dai microfoni di Un giorno da pecora su RadioDue (ascoltiamolo mentre duetta con i conduttori e Osvaldo Napoli: http://www.radio.rai.it/podcast/A41362685.mp3). C'era proprio bisogno di cominciare cazzeggiando su questioni tanto serie, tra spritz formaggi e bonarde ferme? In fila — per di più — su un binario morto. E aggiungendo, per sovrappeso, Tav, Ogm e Caccia. Non era iniziato un esecutivo «british style»?
(venerdì 18 novembre 2011)


Ripartire dalla difesa del suolo

▇ «Bloccheremo le nuove costruzioni nelle aree esondate, per verificare i vincoli e il loro rispetto»: così il presidente della Regione Toscana. In visita ad Aulla, devastata dall'alluvione del 25 ottobre scorso, Enrico Rossi, al nostro microfono, è anche più esplicito (il reportage è in calce al post): «Non me la sentirò più di chiedere ai cittadini contributi, come abbiamo fatto con l'accise sulla benzina, se nel frattempo non chiariamo in modo assoluto che nuove edificazioni in zone a rischio non si fanno».
Per mezzo secolo, la città della Lunigiana sorta lungo il Magra ha costruito, nel letto del fiume, case e scuole, e persino municipio e caserma dei vigili del fuoco. Una sottrazione costante di spazio vitale alle acque di piena andata avanti senza soste. Fino alla rivincita della natura. A fine ottobre qui ci sono state due vittime, e centinaia di milioni di danni. Ora bisognerà ricostruire. Come se nulla fosse?
Davanti ai palazzi sommersi dal fango, la presidente dei geologi toscani, Maria Teresa Fagioli, lancia la proposta del «geologo condotto», per fare prevenzione sulla salute del territorio, come già fa il medico condotto con la salute umana. E gli ambientalisti — Wwf e Legambiente in testa — propongono di delocalizzare altrove gli edifici delle aree a rischio. «Un volano formidabile anche per la ripresa economica nel settore edilizio, ricostruendo con nuovi standard ambientali e di efficienza energetica», sottolinea Maurizio Bacci del Cirf, "Centro italiano per la riqualificazione fluviale".
Un ottimo filone di lavoro — oggi si discute la fiducia in parlamento — per il nuovo ministero Monti, sul versante della difesa del suolo. Se davvero si ha in mente di cambiare strada rispetto alla politica dei condoni e di mattone selvaggio che ha devastato il Belpaese intero. Un cambio di rotta di cui l'Italia ha massima urgenza.

 

(giovedì 17 novembre 2011)

Link:

Non c'è Letta, c'è Passera

La squadra dei ministri
▇ Non c'è Gianni Letta, e non c'è Giuliano Amato. Halleluja, anche senza le note di Hendel. Fra i ministri nominati dal neo presidente del Consiglio Mario Monti — che giurano oggi nelle mani del capo dello Stato Napolitano — ci è stato risparmiato il braccio destro del Cavaliere. E anche il braccio destro di tanti altri: da Craxi a D'Alema; sempre in pista, «riserva della Repubblica» a vita. Se una stagione nuova deve cominciare, che cominci senza troppe scorie del passato. Ci bastano i debiti. Fatti e da pagare.
C'è, invece, nella lista, Corrado Passera. Con un dicastero «rafforzato»: allo Sviluppo economico, alle Infrastrutture, ai Trasporti. Deve rimettere in moto la macchina produttiva, spendendo bene i pochi soldi a disposizione. Coi soldi, sappiamo che lui ci sa fare. Nella vendita di Alitalia — lo ricorderete — da advisor doveva valutare le offerte in campo. Si accomodò con imperio e mise in sicurezza, anzitutto, i crediti che la sua banca vantava dal patron di Air One. Carlo Toto, insomma, era pieno di debiti fino al collo proprio con Passera. E Passera si preoccupò di recuperarli tutti.
L'allora amministratore delegato di Banca Intesa doveva fare l'arbitro fra i pretendenti (vi ricordate le offerte di Air France, a cui forse, da ministro, fra un anno dovrà rivendere la compagnia di bandiera rimettendoci soldi pubblici?). «Certificò» ch'era giusto respingere lo straniero e unificare le due società, Alitalia ed Air One. E caricare così sulla «bad company», cioè sullo Stato italiano, anche i debiti di Toto, vendendo la «good company», quella con la polpa, alla cordata di Roberto Colaninno. Di cui — manco a dirlo — divenne socio. Quando si dice «conflitto d'interessi»! E così, aggiunti al miliardo di Alitalia, i debiti dell'ex patron di Air One li stiamo pagando noi. Tre miliardi di euro abbondanti, in tutto. Caricati sulle nostre spalle. Lui, invece, i soldi (e gli utili) di Banca Intesa li mise in salvo. A nostre spese, ça va sans dire.
Il cacciatore, Passera l'ha — dunque — saputo fare. Saprà fare, ora, anche il guardiacaccia per conto di tutti noi? Dovrà decidere, ad esempio — da superministro e da azionista della Ntv, Nuovo trasporto viaggiatori —, sul treno veloce della società di Della Valle e Montezemolo, concorrente delle Ferrovie dello Stato. Delle Fs il ministero dell'Economia è azionista unico. E su di esse Passera ha poteri di vigilanza. Un bel groviglio, che ne dite?
(mercoledì 16 novembre 2011)


Aspettando Monti, all'opera

▇ Domattina Mario Monti presenterà al capo dello Stato la lista dei ministri del nuovo governo. Riascoltiamo le parole con cui il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha esposto le ragioni dell'incarico all'ex commissario europeo, domenica 13 novembre. Mi pare utile fissarle in mente, alla vigilia della presentazione della lista dei ministri che dovranno interpretarla con l'azione di governo, e ottenere la fiducia in Parlamento.
 

■ (martedì 15 novembre 2011)


«Non sarà sempre così, vero?»

▇ «Non sarà sempre così, vero?», ha domandato, cortese e fermo, il professor Mario Monti ai cronisti che lo aspettavano davanti alla porta della chiesa dov'era andato ieri mattina a seguir messa con la moglie (nella foto accanto). Mi si è aperto il cuore, nella speranza che — d'ora in poi — un politico si sottragga gentilmente, col sorriso sulle labbra, alla muta di microfoni e telecamere che lo assediano. Anzi, che non ci sia più la muta.
Mario Monti, mattinata tra chiesa e palazzo Giustiniani " Monti  vuole il 2013 e politici nel governo"    vd    Bossi diserta Roma e  riapre parlamento padano
I giornalisti da «braccaggio» sono forse una delle eredità più incivili, sul versante informativo, del «ventennio breve» chiuso sabato sera con l'Halleluja di Hendel, sotto il Quirinale. Dovremmo lasciarci rapidamente alle spalle anche questa. Inaugurata da Iene e Striscia la notizia — editi, guarda un po', dalla "casa" del bon ton —, è diventata un'abitudine di massa per chiunque detenga un microfono, una telecamera, un registratore. Armi da brandire fin sotto il naso, per estrorcere qualunque cosa.
Un «giornalismo a strascico» da cui non si tira fuori — quasi mai — niente più che una battuta estemporanea, buona, qualche volta, ad alimentare il battibecco di giornata, il bla bla che nausea tutti. Un degrado della politica parlata, trainato da «microfono selvaggio». Vi è mai capitato di vedere qualcosa di analogo in altri paesi civili?
Dappertutto, i politici (oppure un industriale, o un sindacalista) passano davanti alla postazione di fotografi e cameramen — dotati, quasi tutti, di boom, un microfono a braccio lungo, per raccogliere la voce dell'interlocutore, senza stargli fisicamente addosso. Se l'interlocutore ha qualcosa da dire si avvicina e parla. Se vuole rispondere a qualche domanda, si avvicina e risponde. Se passa dritto, parla il suo silenzio. Da noi, no. C'è l'assedio. Ed è la rincorsa strampalata alla risposta qualsiasi a diventare — spesso — l'oggetto stesso del servizio (giornalistico?). Eppure, quasi tutti gli inseguiti — o i pavoni da strapazzo, eccitati dalla selva attorno — dispongono di portavoce e uffici stampa. Costa tanto prendere un appuntamento e registrare qualcosa di sensato?
Quel «non sarà sempre così, vero?» pronunciato ieri mattina dal presidente del Consiglio incaricato, fa ben sperare. Chissà che non cominci pure così un'altra stagione. Anche per l'informazione (benché ne dubiti).
(lunedì 14 novembre 2011)


«I peggiori anni...»

 Berlusconi si è dimesso,festa sotto il Quirinale   foto    video   Plauso di Obama.   Letta vicepremier , no di Bersani e Idv
A son arrivée à la présidence italienne pour remettre sa démission, Silvio Berlusconi a été accueilli par une foule en colère.▇ Ansa, Roma ore 21.41 — Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha rassegnato le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Festa nella piazza sotto il Quirinale.
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Ed ora un po' di buonumore. Giorgio Napolitano ieri sera in vestaglia, secondo Maurizio Crozza, a Italialand su La7. La vigilia delle dimissioni di Berlusconi sulle note di una celebre canzone di Renato Zero.



(sabato 12 novembre 2011)


L'ultimo Mohicano

▇ I veri amici si vedono al momento del bisogno. E l'amico Putin ha fatto addirittura di più. «Uno dei più grandi uomini politici europei», ha detto ieri sera a Mosca il premier russo parlando del suo collega italiano agli sgoccioli. Chissà quale biochimica sia passata fra i due, il russo e l'italiano, l'ultimo comunista d'oltre cortina e il capitalista più ricco d'Italia. Un mistero che potranno svelare meglio gli analisti di incroci societari, purché spregiudicati, con l'aiuto di un qualche antropologo, esperto di tribù euroasiatiche.
Neanche Hillary Clinton è riuscita finora a capirlo, eppure i mezzi non le mancano. Tanto da attivare — lo ricorderete — i suoi uomini in Italia, come ci hanno svelato i cablogrammi inviati all'ambasciata americana a Roma, pubblicati da Wikileaks. Speriamo che i nuovi analisti del Dipartimento di Stato siano anche più acuti — difficilmente possono essere più spregiudicati — di Giuliano Ferrara. Altro stipendiato, per sua stessa ammissione postuma, dalla Central Intelligence Agency per tenere d'occhio il suo amico Craxi, diventato poi ghost writer del suo erede politico e successore.
Per essere ancora più chiaro, Vladimir Putin ha ricordato le sue conversazioni private con l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, un «nostro comune amico». «Mi disse — ha riferito il capo del governo russo — che Berlusconi era un brav'uomo, sincero e rispettabile ma non un vero politico. È una specie di anarchico, e l'Italia è fondamentalmente un Paese anarchico, per questo è amato lì». Al che, l'implacabile ex funzionario del Kgb e capo del Cremlino gli rispose così dopo che Schröder perse le elezioni nel 2005 e fu costretto a dimettersi: «Forse non è un vero politico ma guarda dove ora è lui e dove sei tu».
In effetti, Schröder si era acconciato a fare il capo di un gasdotto di Gazprom, Berlusconi a combinarci affari. E guarda, Gerhard — questo non l'ha detto, però, il premier russo —, dov'è arrivata ora l'Italia: sull'orlo del fallimento, e affidata addirittura alla tutela di Angela Merkel, tuo successore. «È uno degli ultimi Mohicani della politica», ha proseguito Putin davanti alla platea di un club di Valdai. «Il fatto che fosse al potere era senza dubbio un beneficio per l'Italia, un fattore di stabilità interna, nonostante gli scandali pubblici sul tema ben noto», ha aggiunto l'«amico Valdimir» riferendosi agli scandali sessuali. Neanche al Cremlino — forse — ci sono più gli agenti e gli analisti di una volta.
(sabato 12 novembre 2011)