Salviamo il paesaggio italiano

▇ Si è costituito sabato 29 ottobre il «Forum italiano dei movimenti per la terra e per il paesaggio», la rete di tutte le associazioni, grandi e piccole, che si battono per difendere il territorio italiano dall'invasione del cemento e da brutture d'ogni genere. L'assemblea di fondazione — sul modello vincente del Forum per l'acqua — s'è svolta nel parco urbano «Fabrizio De André» lungo il Naviglio di Cassinetta di Lugagnano. Nelle sale di Villa Negri, prevista inizialmente come luogo dell'incontro, non c'era spazio sufficiente per ospitare tutti i partecipanti.
La cittadina dell'hinterland milanese con poco meno di 2000 abitanti è stata il primo comune d'Italia «a zero consumo di suolo», dove non si possono costruire nuove abitazioni ma si può recuperare solo l'esistente. «Niente più cemento nelle aree agricole», ha proposto sette anni fa il sindaco Domenico Finiguerra ai propri concittadini. Che hanno apprezzato, gli hanno rinnovato il secondo mandato e si sono caricati sulle spalle un piccolo aumento delle tasse comunali pur di rinunciare ai famosi «oneri di urbanizzazione», il cavallo di Troia di costruttori e speculatori per piegare le amministrazioni comunali ai loro disegni e interessi, la carota data ai sindaci per bastonare i suoli agricoli sopravvissuti.

(Foto Quirinale)  Aperta da un messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l'assemblea condotta da Alessandro Mortarino, coordinatore nazionale del Movimento «Stop al consumo di territorio", è stata molto partecipata, con delegazioni di 17 regioni. In 500 hanno assistito, in piedi, per tre ore, agli interventi di molti comitati locali e, fra gli altri, del direttore di Altreconomia Pietro Raitano, del presidente onorario del Fai (Fondo ambiente italiano) Giulia Maria Crespi, di Maria Teresa Roli di Italia Nostra, e del fondatore di Slow Food Carlo Petrini.
Il sito di tutto questo bel lavoro — fatto e, sopratutto, ancora da fare — è: http://www.salviamoilpaesaggio.it/
In questo video, alcune delle voci raccolte in presa diretta da Marco Tasso di wwwc6tv.


(lunedì 31 ottobre 2011) 

Vibo, le case sulla frana

▇ Chi pensa che i disastri ambientali insegnino qualcosa, si ricreda. Quel che ci porta a vedere la Guardia di finanza in località Cancello rosso a Vibo Valentia sarebbe arduo raccontarlo senza telecamera (il video è allegato a questo post). Qui un intero quartiere è costruito su «una frana larga ottocento metri e profonda ventotto», ci spiega Carlo Tansi, geologo del Cnr. E viene giù. Le persone, a migliaia, continuano ad abitare interi condomini fino a otto piani. Le pareti sono lesionate e alcuni palazzi addirittura inclinati.
Scendendo verso valle, in contrada Sughero e Zufrò incappiamo in abusi e violenze al territorio senza tregua. Fra le case abusive o costruite in difformità alla licenza edilizia, ci sarebbe anche un villone di un ex procuratore della Repubblica. Anch'esso sotto frana. Ce lo racconta — incredibilmente, a mo' di alibi — un vigile urbano in pensione: ha costruito in difformità anch'egli, e lo rivendica. Mentre il nuovo capo della Procura, Mario Spagnuolo, in carica da tre anni, cerca di correre ai ripari. Ha riaperto i fascicoli sull'alluvione del 3 luglio 2006 che fece tre morti. Nel primo processo, gli imputati furono tutti assolti.
A Vibo Marina, a poche centinaia di metri dalla costa tirrenica, lo spiazzo colmato dal fango di cinque anni fa è occupato oggi dal complesso «Santa Venere» realizzato in zona esondabile a rischio idraulico. Palazzoni destinati al mercato estero, ci raccontano gli inquirenti dell'operazione "Golden house" che li hanno sequestrati.
No. Drammi e disastri non insegnano nulla. E il peggio può ancora arrivare, coi mutamenti climatici in corso, l'estremizzazione dei fenomeni atmosferici e l'intensificazione delle piogge — come abbiamo visto disastrosamente questa settimana in Liguria e in Toscana. Nel Vibonese, in Calabria, «le piogge torrenziali stanno avvenendo soprattutto nei mesi estivi», osserva, carte alla mano, Roberto Cascarelli, ricercatore del Cnr di Cosenza. Eppure si continua a costruire, come se nulla fosse.


(sabato 29 ottobre 2011)

Link
http://ambienteitalia.blog.rai.it/le-puntate-2/

Il lupo a guardia del gregge

▇ L'avete letta anche voi, stamattina su quasi tutti i giornali. L'uomo che non deve chiedere mai — avendo quelli che lo circondano ai suoi piedi — in realtà è 'l'uomo che paga tutti'. Stando alle novità di giornata, il suo ragioniere personale, Giuseppe Spinelli, avrebbe versato diciassette milioni di euro in diciotto mesi a destinatari vari. Per lo più «destinatarie». Malcontato, un milione al mese, tra gennaio 2007 e giugno 2008. Tutti in contanti.
Capito perché abolì la tracciabilità dei pagamenti appena rimise piede a Palazzo Chigi tre anni e mezzo fa? Nel febbraio del 2010 tuonò ancora: «La tracciabilità è una misura da Stato di polizia tributaria». Questa del contante è un'abitudine che Berlusconi condivide, in verità, col suo acerrimo nemico del momento, il ministro all'evasione fiscale. «E la vecchietta che non ha la carta di credito e non può comprarsi le scarpe da 100 euro»? aggiunse Tremonti in un epico dibattito ad Annozero. In contanti, lui si fa pagare addirittura lo stipendio dalla Camera. E cash pagava la pigione in nero (mille euro a settimana) al suo consulente politico con la Bentley, Marco Milanese, ex ufficiale della Finanza premiato con un seggio in parlamento: splendida coppia.
Quando si dice «il lupo a guardia del gregge».
(venerdì 28 ottobre 2011)


Memoria nel fango

(Ansa)
(Ansa)
(Ansa)


▇ «Il fiume s'è ripreso quel ch'era suo». Oggi mi sono tornate in mente queste parole, pronunciate diciassette anni fa da una anziana signora a Ceva, lungo gli argini del Tanaro. L'acqua s'era portata via la sua casa. Era l'alluvione del 6 novembre 1994. Davanti alla nostra telecamera e alle devastazioni di un fiume costretto in argini sempre più stretti, a colpirmi era stata la serenità del suo sguardo, la pacatezza delle sue parole.
Si sarà detto la stessa cosa diciassette anni dopo l'anziano signore affacciato (foto "Ansa" qui sopra) al balconcino della sua casa davanti alle distruzioni di ieri in Lunigiana? O si sarà dimenticato anch'egli che il territorio non può essere violato e saccheggiato impunemente? E cosa avrà pensato il ragazzino accasciato sui detriti trasportati dalla furia delle acque? Forse qualcuno sarà ancora in grado di spiegargli che i fiumi hanno bisogno dei loro spazi. Che bisogna costruire a debita distanza, come hanno fatto per secoli i suoi antenati. Con la complicità del cemento armato e il delirio di onnipotenza che si è portato dietro, ce ne siamo dimenticati quasi tutti. Le conseguenze stanno sotto i nostri occhi, ad ogni pioggia torrenziale un po' più impetuosa del solito.
(giovedì 27 ottobre 2011)


Italia vendesi

Scritto nove anni fa per la rivista Ibc (dell'Istituto per i Beni artistici, culturali e naturali dell'Emilia Romagna), a quel che segue dovrei aggiungere solo che oggi il quadro — del paesaggio italiano e del racconto, in televisione, dei mali d'Italia — è peggiorato. E siamo forse anche arrivati ai saldi di fine stagione. Che pena.
_______

▇ L'occhio della telecamera allarga l'obiettivo. Il cartello «Vendesi villette sul Vittoriale» è coperto dalle arche di marmo bianco. Nell'inquadratura entrano gli ulivi e i cipressi di Gardone Riviera che fanno corona all'ultima dimora di D'Annunzio. Un cambio veloce di campo e s'apre il lago di Garda, coi resti degli Arditi di Fiume a far da quinta. «Uno scempio intollerabile», commenta, dall'alto, il direttore generale dei Beni culturali. È la primavera del 1998.
L'elicottero dei carabinieri sta sorvolando ora il demanio marittimo. L'Acropoli di Selinunte è inghiottita da un informe ammasso di case. Le lunghe spiagge di Triscina sono divorate dal cemento illegale. Il cielo ripulito dalla pioggia rende ancora più vividi i contrasti d'un paesaggio spezzato. «Porteremo le fognature, sistemeremo l'arredo urbano», annuncia il presidente della Regione Siciliana. La telecamera stacca ancora sulla distesa di seconde e terze case abusive. Addossate alla battigia, aspettano un'altra sanatoria post elettorale. È l'inverno del 2002.
A volerle sintetizzare così, si forzerebbero forse le cose. Ma, a distanza di quattro anni, i due episodi — autentici — aiutano a capire quali distanze possano crescere nell'azione di tutela del nostro patrimonio artistico, culturale e paesaggistico. E quanta differenza possa emergere nei comportamenti istituzionali di chi deve tutelarlo. I due flash ci inducono, comunque, a riflettere sul perché il racconto [televisivo] dei mali d'Italia, in questo campo tematico, sia per lo più episodico. Confinato, se va bene, in piccole riserve per un pubblico minoritario: una rubrica in una fascia oraria marginale, per capirci, non il Tg dell'ora di punta. Tanto più se il mezzo che li racconta può essere, per la sua forza, dirompente nella denuncia, immediato nelle conseguenze.
Più che ogni altro strumento di comunicazione, la televisione può, difatti, rendere il quadro d'insieme di un maltrattamento ambientale, il valore completo di un monumento storico. In Tv è relativamente più facile, decisamente più incisivo, raccontare il territorio che genera ed accoglie l'armonia delle architetture, la razionalità del disegno urbanistico, la bellezza di un'opera d'arte che si condensa anche nello scorcio di un paesaggio.
Le dune di Ardea (che illuminavano le ispirazioni di Giacomo Manzù) sbancate dai villini abusivi, o il tempio di Paestum fagocitato dai condominii legali che ne confiscano l'orizzonte, nelle immagini televisive possono trovare un alleato formidabile per la salvaguardia o il recupero della bellezza, per la denuncia o il ripristino della legalità. Vedere — toccandolo quasi con mano — lo scempio del Villaggio Coppola a Baia Domizia, o il disordine urbanistico impastato di malavita che s'inerpica sulle falde più alte del Vesuvio, può generare indignazione e rabbia. E fecondare azioni di tutela: mobilitando intelligenze, suscitando passione civile.
La Tv può raccontare, insomma, con singolare forza, il contesto nel quale vivono e si conservano i nostri capolavori e la nostra storia. Può far capire con efficacia come chiunque ne distrugga il contesto rende incomprensibili anche le opere maggiori, siano essi edifici, dipinti, sculture o paesaggi. Tanto più se il nostro — ricorda spesso Vittorio Emiliani — «è un paesaggio fatto a mano, con lavoro, fatica, sofferenza, e però con un senso estetico mirabile, dall'Italia dei signori e dei cittadini, dei contadini e dei mezzadri, degli artisti e dei capimastri, degli artigiani e dei creatori di parchi e giardini».
C'è del metodo, allora, a tenere il racconto e l'informazione sui nostri beni culturali ai margini del palinsesto televisivo (se si esclude una breve e incompiuta stagione nel servizio pubblico). È l'Italia dei geometri — si potrebbe semplificare — che alla fine prende il sopravvento anche in chi governa i nostri teleschermi. L'Italia violata da progetti edilizi in carta carbone consumati lungo le coste romagnole e nelle anse dei fiumi padani, sulle colline irpine e ai piedi del Cervino valdostano. L'Italia di un benessere diffuso quanto effimero che infligge ferite e manomissioni a un territorio sempre più fragile, diffondendo bruttezza in un paesaggio che non offre più alcuna distinzione fra città e campagna. Che assomma periferie urbane tanto estese quanto inospitali, fonte — quasi sempre — di disagio sociale e violenza.
È l'Italia brutta dei geometri, dunque. Ma anche di chi i geometri sforna, smarrendo nozioni persino elementari su equilibrio ed armonia del territorio. Cosa pensare, altrimenti, quando la perentorietà delle immagini documenta la costruzione di una Casa dello studente della Facoltà di architettura nel letto di una fiumara? Lì a Reggio Calabria, d'altronde, è così: anche il Palazzo di giustizia sfida sia le leggi dello Stato (sulle pertinenze fluviali) sia quelle idrauliche (ad ogni piena annunciata).
E allora un territorio fatto a pezzi, non visto né raccontato nelle sue inseparabili connessioni tra opere dell'uomo e ambiente naturale, espone il nostro paese alle peggiori brutture. Per secoli le grandi cattedrali, gli edifici pubblici, i castelli, i palazzi, le residenze dei signori in città e in campagna sono rimasti sotto gli occhi delle popolazioni locali. E hanno continuato a formare il gusto e il senso artistico di generazioni che vivevano vicino e riconoscevano in essi i simboli della comunità.
Ora, invece, i beni culturali servono a far cassa. Con la messa in vendita di una parte almeno del patrimonio statale (isole e palazzi, litorali e siti archeologici), l'Italia dei piazzisti soppianta quella dei geometri (che l'ha dominata per trent'anni e più). E rischia di spezzare — per sempre — l'irripetibile intreccio fra città paesaggio e musei. Un continuum — ha sottolineato di recente il direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis — che costituisce l'unicità del caso Italia, il suo massimo fattore di attrattiva e competitività nel campo dei beni culturali.
«Italia vendesi», insomma, ha titolato ad agosto la Süddeutsche Zeitung. Soprattutto se volgeremo i nostri occhi, i nostri taccuini e le nostre telecamere altrove. Complici — tra un varietà e un talk show, o un bel servizio su un capolavoro in mostra — della scomparsa della nostra storia dall'orizzonte delle generazioni che verranno. [agosto 2002]
(mercoledì 26 ottobre 2011)

link
http://online.ibc.regione.emilia-romagna.it/h3/h3.exe/arivista/sD:%21TEMP%21HwTemp%213se1d6488ef6.tmp/d1/FFormDocumento?indi.x=;sel.x=PUBB%3dSI%20AND%20NRECORD%3d0000001856

Il calcio del mulo

Silvio Berlusconi a officiellement démissionné, samedi 12 novembre.▇ C'era già stato il «culo flaccido» sbraitato al telefono dalla sua amichetta Minetti. Ora c'è stato lo sberleffo, in diretta mondiale, di Merkel e Sarkozy: «Quanto vi fidate degli impegni di Berlusconi?», e giù a ridere insieme ai perfidi giornalisti che avevano posto la domanda.
Non è un bel momento per il nostro premier. L'egoarca, come lo apostrofa da tempo la Repubblica, non sta affatto bene. Parliamo del suo amor proprio, ovviamente. La sua politica non era in forma già da un po'. E così tornano alla mente le parole dell'ultima moglie. «E' malato», disse brutalmente due anni fa Veronica Lario, a proposito dei suoi traffici con le minorenni. «L'ho detto a chi gli sta vicino e gli è amico: aiutatelo».
La domanda è proprio questa: ce l'avrà un amico Berlusconi? In politica non sembra proprio, circondato com'è di mercanti e ruffiani. Un amico gli avrebbe staccato la spina, lo avrebbe accompagnato giù per le scale di Palazzo Chigi, sottobraccio, per non inciampare ancora e non farsi altro male. Per qualche ora, o solo per un minuto, qualcuno aveva pensato, nei giorni scorsi, che suo amico potesse esserlo, a sua insaputa, proprio Claudio Scajola. No, amici non se ne vede neanche uno attorno a lui. Vediamo addensarsi, invece, gli equini spurii.
Altro che riedizioni del 25 luglio. Attenti — piuttosto — al calcio del mulo.
(martedì 25 ottobre 2011)


Italia commissariata e derisa

▇ Col passare delle ore, si precisano i retroscena dell'avvilente dileggio internazionale subìto dal nostro presidente del Consiglio. Prima che Sarkozy e Merkel esibissero la loro risata sarcastica nei confronti degli impegni assunti da Berlusconi, erano stati i diplomatici italiani nella capitale europea a mettere sull'avviso il nostro premier. «Tira una brutta aria nei tuoi confronti. Il problema dell'Italia sei tu», gli avevano detto. Al che Berlusconi ha reagito come fa da tempo in Italia: «Me lo dicano in faccia», pensando d'aver a che fare, anche all'estero, coi suoi 'yes men', da lui nominati e messi in sella. E così è stato. Glielo hanno detto in faccia.
Da notare: i due partner che si spanciano al solo udirne il nome sono conservatori e liberali, come dovrebbe essere anche il nostro primo ministro. Moderato e conservatore è anche il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso. Che è stato persino più duro, benché meno plateale di Merkel e Sarkozy. «Il modello è Zapatero», ha detto a muso duro a Berlusconi. Come a dire, fai le valigie e vattene.
Quarant'anni fa si diceva ai poteri inamovibili e parrucconi: «Una risata vi seppellirà». Oggi non basta più neanche quella. Poveri noi.
(lunedì 24 ottobre 2011)


Berlusconi? E giù a ridere

Ultimatum Ue, Italia come la Grecia  Sarkozy e Merkel: «Riforme subito»▇ Com'era fatale, alla fine è arrivato anche il dileggio internazionale, davanti a telecamere e fotografi di tutto il mondo. Ed è davvero imbarazzante vedere Nicolas Sarkozy e Angela Merkel rispondere con una risatina sarcastica (foto "Corriere della sera") più eloquente di mille parole alla domanda di una giornalista francese sugli impegni assunti da Berlusconi. E non era l'imitazione di Crozza.
Poco prima, a Berlusconi avevano dato i compiti da fare a casa, come uno scolaretto impreparato. Mentre lui, il capocomico, arrivando al tavolo d'esame stamattina aveva detto, spavaldo, che non è stato mai bocciato in vita sua. Lui forse no, la sua Italia sì. Che è poi la nostra. Purtroppo per tutti noi. Quante altre umiliazioni dovremo subire ancora, prima di liberarcene?
(domenica 23 ottobre 2011)

link
http://tv.repubblica.it/copertina/bruxelles-domanda-su-berlusconi-e-in-sala-stampa-ridono-tutti/79013?video
http://video.corriere.it/sarkozy-merkel-ridacchiano-berlusconi/c9d7baf0-fd9b-11e0-aa26-262e70cd401e

Spazzatour tra i rifiuti campani

▇ Una delegazione della "Stampa estera" si reca in Campania, martedì 20 marzo 2007, per un viaggio-inchiesta in alcuni dei luoghi del disastro ambientale e sanitario legato allo sversamento criminale di rifiuti tossici e alla fallimentare gestione del ciclo dei rifiuti urbani. Accompagnati da un gruppo di esperti e rappresentanti delle Assise di Palazzo Marigliano di Napoli, del Comitato Allarme Rifiuti Tossici e dei comitati campani per la difesa della salute e dell'ambiente, i corrispondenti esteri visitano Lo Uttaro, Marigliano, Nola, Acerra, Caivano. Il viaggio si conclude a Serre Persano (Salerno), sito di grande pregio paesistico e ambientale, sede di un'importante Oasi naturalistica del Wwf e attraversato dal fiume Sele. Già interessato da diverse discariche legali ed illegali, era stato scelto dal Commissario di Governo all'emergenza rifiuti, Guido Bertolaso, per una nuova discarica di rifiuti.
Un'inchiesta a suo modo storica, che ha raccontato con un anno di anticipo quel che tutto il mondo avrebbe visto l'inverno e la primavera successiva, estratta dalla trasmissione "Ambiente Italia" in onda su Rai 3 il 31 marzo 2007.


(domenica 23 ottobre 2011)


Marmellata elettrica

▇ Saranno le marmellate di mirtilli del Trentino o le arance rosse di Sicilia a far marciare da qui a poco i nostri elettrodomestici. Pensate sia uno scherzo? Varcate con noi, allora, la soglia dei laboratori di nanotecnologie del Cnr di Lecce e dell'Università del Salento. Vedrete come, per produrre corrente elettrica, il pigmento dei frutti di bosco viene attaccato a un sottilissimo film bianco formato da nanocristalli di ossido di titanio. E la superficie effettiva dell'elettrodo, impregnato ad esempio di mirtillo, diventa così 780 volte più estesa di quanto possiamo vedere a occhio nudo.
In camere sterili, dove un granello di polvere posato su un microcircuito ha la dimensione di un macigno, macchinari sofisticatissimi preparano le celle fotovoltaiche di terza generazione: celle solari che usano sensibilizzatori organici (come succo di mirtillo, bucce di melanzane o arance rosse di Sicilia, appunto) invece del silicio policristallino e amorfo dei pannelli oggi in uso. «Le nuove celle solari dimezzano i costi del fotovoltaico, sono biodegradabili, sottilissime e semitrasparenti. In grado di integrarsi a meraviglia nelle pareti verticali di un edificio, in un tessuto o nel parabrezza dell'auto», spiegano con entusiamo i giovani ricercatori salentini. E funzionano, per di più, con luce diffusa, senza essere esposte, cioè, alla luce diretta del sole, quindi anche in casa.
Integrati con la tecnologia Oled, gli "smart panel" o finestre intelligenti possono avere una doppia funzione: produrre energia di giorno e illuminare di notte. Una via, questa, che potrebbe ridare all'Italia la leadership mondiale del fotovoltaico perduta vent'anni fa dall'Enea. E' possibile, insomma, non essere più soltanto i secondi installatori al mondo, dopo la Germania, di pannelli solari prodotti in Cina o negli Stati Uniti.
A Lecce il futuro è già cominciato.
















(domenica 23 ottobre 2011)


Tutti precari è meglio?

▇ Per chi non l’avesse ancora capito, l’uscita dalla crisi può avvenire solo con la libertà di licenziare. Entrare e uscire dal lavoro, che scandalo c’è? Tutti precari è meglio. Un pensiero affatto originale, direte. E’ vero, non lo è. Originale, per così dire, è la bocca che lo enuncia. Giovedì sera il massaggio (sì, massaggio, con la "a") sull’opportunità di precarizzarci tutti l’ha fatto a “Piazza pulita” su La7 Lanfranco Pace. «Serve un do ut des tra sindacati e imprenditori per rimettere in moto l’Italia», ha tuonato Pace. Certo, come no. Diritti contro lavoro. Non è quello che avviene in Italia dal 1997 con la legge Treu e succedanee? Eppure l’occupazione arretra. A meno di magnificare la pletora di partite iva con cui s’è data l’illusione d’essere diventati, a milioni, “imprenditori di se stessi”. E la china non s’arresta. Fino all’art. 8 della manovra d’agosto, quello chiesto espressamente da Marchionne e servito caldo dall’ineffabile ministro del Welfare Maurizio Sacconi.
«In Italia non si può licenziare», ha rincarato Pace, fautore oggi dei Co.co.co. (collaboratori coordinati e continuativi, escamotage legislativo per istituzionalizzare il precariato) com'era fautore ieri dei Co.co.ri. (comitati comunisti rivoluzionari: il progetto, cioè, di unificazione delle organizzazioni armate rivoluzionarie dell'estrema sinistra alla fine degli anni Settanta). Per Wikipedia era proprio lui «l'ambiguo mediatore [sul sequestro Moro] tra l'ala movimentista delle Brigate rosse di Valerio Morucci e Adriana Faranda (che andava poi a riferire a Mario Moretti) ed il Partito socialista italiano (Claudio Signorile, Antonio Landolfi e Bettino Craxi)». Nel frattempo, sempre lui ora è diventato opinionista de Il Foglio di Giuliano Ferrara.
Preso com'era dal sacro fuoco di liberalizzare il lavoro, è difficile che Lanfranco Pace, guastatore di lunga lena, abbia inteso anche solo una minima parte degli argomenti del segretario della Fiom, Maurizio Landini. Il quale ha dovuto ricordare ai telespettatori della trasmissione come lo Statuto dei lavoratori tutela i dipendenti delle aziende con più di 15 addetti (quelle più piccole ne sono escluse), e impedisce i licenziamenti «senza giusta causa» solo per il 27% dei lavoratori italiani, allo scopo di evitare discriminazioni sociali o ideologiche. No, Pace non intende. Rivendica, anzi, di aver combattuto, lui, per la legge 300 del 1970, lo Statuto appunto. Quando aveva 20 anni e militava in Potere Operaio contro il riformismo di Giacomo Brodolini? Il sindacalista socialista fu ministro del Lavoro e della Previdenza sociale. E legò il suo nome: a) alla riforma del 1969 della previdenza sociale, la "riforma delle pensioni", passate dal sistema "a capitalizzazione" a quello "a ripartizione"; b) all'abolizione delle cosiddette "gabbie salariali"; c) all'impulso determinante per dare protezione legislativa al lavoro. Il contrario esatto di quanto sta facendo e si propone di fare oggi, absit iniuria verbis, il suo successore, il craxista (da non confondere con socialista) Sacconi.
Ieri sera Brodolini, sintonizzandosi sulle scempiaggini di Lanfranco Pace, si sarà rivoltato nella tomba mille e una volta. L'Italia, purtroppo, ha la memoria corta. E questo lo sappiamo. Ma fino a quando dobbiamo vedere in cattedra tanta impudenza e assistere, silenti, a tali imposture?
(venerdì 21 ottobre 2011)


Rivoluzioni e indignati secondo Piero Ostellino

▇ Le lezioni di Piero Ostellino dalle colonne del Corriere della sera sono sempre un utile esercizio critico. Stavolta, cioè oggi, ci propone un illuminante esempio di fissità maniacale (si può dire?) di un liberale impermeabile a tutte le piogge acide della storia.
Dunque, la manifestazione degli indignati sabato a Roma non poteva che finire come milioni di persone hanno visto: col prevalere mediatico, e quindi politico, dei violenti. Che fossero mille su duecentomila è un dettaglio. Il perché, l'ex direttore del quotidiano di Via Solferino, ce lo dice subito; si è trattato «del tragico superamento di un'illusione: la rivoluzione senza colpo ferire». E via con le consuete citazioni della rivoluzione francese del 1789 e della rivoluzione bolscevica del 1917. E la rivoluzione pacifica del Mahatma Gandhi in India a metà del secolo scorso, che ha generato la più grande democrazia contemporanea? E la rivoluzione politica americana del diciottesimo secolo («No taxation whitout representation»)? E, per stare alle cronache odierne, le altre 900 manifestazioni in altrettante città del mondo in contemporanea a quella della capitale? Non ancora una rivoluzione, certo.
L'oggetto delle polemiche ideologiche di Ostellino è, ossessivamente, sempre lo stesso: l'insuperabile contraddizione per la sinistra (anzitutto italiana) tra movimenti partecipativi e trasformazioni istituzionali in qualche modo rivoluzionarie. E i tronconi ecologisti che conquistano posizioni di primissimo piano in Germania o in Francia? E i filoni non violenti in Italia, da Aldo Capitini al femminismo? Non possono, gli indignati italiani, percorrere strade analoghe senza finire nel solito, ritrito e fallimentare, Stato e rivoluzione di Vladimir Ilyich Ulianov detto Lenin?
La politica nella società d'oggi coincide, per Ostellino, sempre e solo con la conquista e la gestione dello Stato. Il fallimento della Rivoluzione d'Ottobre e dei suoi epigoni diventa, così, il comodo contraltare per dirci che le leggi capitalistiche (liberismo, mercato, eccetera) restano immutabili. Coincidono, anzi, con la libertà stessa. E cita Luigi Einaudi: «la libertà del pensare è connessa originariamente con una certa dose di liberismo economico». Dobbiamo dedurne che l'Agorà ateniese fosse l'antesignana di Piazza Affari a Milano e di Wall Street a New York.
Vallo a spiegare ai ragazzi di Occupy a Zuccotti Park nel cuore della grande mela. Nei loro zainetti non hanno, pare, Stato e rivoluzione. E neanche, forse, Il Capitale del filosofo di Treviri. Quello, il capitale scritto con la maiuscola, ce l'hanno sul tavolo di lavoro alcuni vertici del grande imbroglio finanziario planetario, per condurre con beneficio la loro lotta di classe, ci ha raccontato Federico Rampini su la Repubblica dell'11 ottobre. E le migliaia di miliardi di dollari ed euro, conteggiati dettagliatamente dal vicedirettore de Il Sole 24ore, Alessandro Plateroti, su La7 sabato scorso nella trasmissione In Onda? Vagoni di soldi pubblici versati generosamente nel pozzo di San Patrizio di banche private e finanza drogata ai quattro angoli del pianeta: era, quella di Plateroti, l'invettiva documentatissima di un agitatore comunista insediato nel cuore pulsante del quotidiano della Confindustria? E Mario Draghi, comprensivo coi giovani indignati nei confronti di una politica confiscata dalla finanza? Comunista a sua insaputa anch'egli.
Il mondo è bello perché «avariato», non vario, diceva scherzosamente un mio professore di filosofia, meno noto di Karl Marx. Anzi, Guasto è il mondo, per dirla più seriamente con Tony Judt, che titola così un saggio politico pubblicato l'anno scorso da Laterza. Piero Ostellino l'avrà certamente letto. Lì s'intravvede come l'attuale «mercato» liberista difficilmente resterà ancora a lungo ai vertici del pensiero politico-economico del mondo.
«Qualche buona lettura in più non ha mai fatto male a nessuno»: concordo con l'editorialista del Corriere della sera. Anche per non rifriggere i soliti pescetti congelati nella stessa farina stantia di un secolo fa.
(lunedì 17 ottobre 2011)


Indignati a Roma, ragioni e musica

▇ Era proprio necessario "sonorizzare" con musiche guerresche e tonalità trionfali i filmati delle devastazioni di ieri pomeriggio a Roma ad opera dei black bloc? Già avevamo assistito ad una mezza assemblea inscenata, da Lucia Annunziata su Rai 3, a cavallo di uno studio televisivo luccicante e un ex cinema malridotto della periferia romana. Nella trasmissione In mezz'ora abbiamo dovuto sorbirci, così, il repertorio intero delle espressioni gergali del "movimento" con le sue "dinamiche complesse". E la gara su chi risultava più incomprensibile, tra studio televisivo ed ex cinema, l'ha vinta a mani basse Annunziata. «Conosce tre lingue e non ne parla nemmeno una», scrisse, perfido, su la Repubblica Curzio Maltese quando la Lucy nazionale era presidente della Rai.
Oggi la conduttrice ha superato i suoi consueti attorcigliamenti lessicali — che fanno torto, purtroppo, al suo indiscusso acume interpretativo, riconosciuto da tutti. E noi telespettatori abbiamo cominciato a capirci qualcosa solo quando il giovane ricercatore, così familiarmente coinvolto dallo studio nelle astrattezze iniziali, s'è deciso finalmente a parlare delle buone ragioni concrete (lavoro, scuola, tasse, beni comuni) di una generazione che, finalmente, non ci sta più a restare zitta. E merita di avere in cattedra — ammesso che ne abbia davvero bisogno — migliori maestri di ...comunicazione. A quel punto, però, la mezz'ora della trasmissione era già finita. Anzi no, mancavano ancora le sonorità gladiatorie.
(domenica 16 ottobre 2011)


Lavori in corso

Stiamo preparando la pagina
(domenica 16 ottobre 2011)