Italia vendesi

Scritto nove anni fa per la rivista Ibc (dell'Istituto per i Beni artistici, culturali e naturali dell'Emilia Romagna), a quel che segue dovrei aggiungere solo che oggi il quadro — del paesaggio italiano e del racconto, in televisione, dei mali d'Italia — è peggiorato. E siamo forse anche arrivati ai saldi di fine stagione. Che pena.
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▇ L'occhio della telecamera allarga l'obiettivo. Il cartello «Vendesi villette sul Vittoriale» è coperto dalle arche di marmo bianco. Nell'inquadratura entrano gli ulivi e i cipressi di Gardone Riviera che fanno corona all'ultima dimora di D'Annunzio. Un cambio veloce di campo e s'apre il lago di Garda, coi resti degli Arditi di Fiume a far da quinta. «Uno scempio intollerabile», commenta, dall'alto, il direttore generale dei Beni culturali. È la primavera del 1998.
L'elicottero dei carabinieri sta sorvolando ora il demanio marittimo. L'Acropoli di Selinunte è inghiottita da un informe ammasso di case. Le lunghe spiagge di Triscina sono divorate dal cemento illegale. Il cielo ripulito dalla pioggia rende ancora più vividi i contrasti d'un paesaggio spezzato. «Porteremo le fognature, sistemeremo l'arredo urbano», annuncia il presidente della Regione Siciliana. La telecamera stacca ancora sulla distesa di seconde e terze case abusive. Addossate alla battigia, aspettano un'altra sanatoria post elettorale. È l'inverno del 2002.
A volerle sintetizzare così, si forzerebbero forse le cose. Ma, a distanza di quattro anni, i due episodi — autentici — aiutano a capire quali distanze possano crescere nell'azione di tutela del nostro patrimonio artistico, culturale e paesaggistico. E quanta differenza possa emergere nei comportamenti istituzionali di chi deve tutelarlo. I due flash ci inducono, comunque, a riflettere sul perché il racconto [televisivo] dei mali d'Italia, in questo campo tematico, sia per lo più episodico. Confinato, se va bene, in piccole riserve per un pubblico minoritario: una rubrica in una fascia oraria marginale, per capirci, non il Tg dell'ora di punta. Tanto più se il mezzo che li racconta può essere, per la sua forza, dirompente nella denuncia, immediato nelle conseguenze.
Più che ogni altro strumento di comunicazione, la televisione può, difatti, rendere il quadro d'insieme di un maltrattamento ambientale, il valore completo di un monumento storico. In Tv è relativamente più facile, decisamente più incisivo, raccontare il territorio che genera ed accoglie l'armonia delle architetture, la razionalità del disegno urbanistico, la bellezza di un'opera d'arte che si condensa anche nello scorcio di un paesaggio.
Le dune di Ardea (che illuminavano le ispirazioni di Giacomo Manzù) sbancate dai villini abusivi, o il tempio di Paestum fagocitato dai condominii legali che ne confiscano l'orizzonte, nelle immagini televisive possono trovare un alleato formidabile per la salvaguardia o il recupero della bellezza, per la denuncia o il ripristino della legalità. Vedere — toccandolo quasi con mano — lo scempio del Villaggio Coppola a Baia Domizia, o il disordine urbanistico impastato di malavita che s'inerpica sulle falde più alte del Vesuvio, può generare indignazione e rabbia. E fecondare azioni di tutela: mobilitando intelligenze, suscitando passione civile.
La Tv può raccontare, insomma, con singolare forza, il contesto nel quale vivono e si conservano i nostri capolavori e la nostra storia. Può far capire con efficacia come chiunque ne distrugga il contesto rende incomprensibili anche le opere maggiori, siano essi edifici, dipinti, sculture o paesaggi. Tanto più se il nostro — ricorda spesso Vittorio Emiliani — «è un paesaggio fatto a mano, con lavoro, fatica, sofferenza, e però con un senso estetico mirabile, dall'Italia dei signori e dei cittadini, dei contadini e dei mezzadri, degli artisti e dei capimastri, degli artigiani e dei creatori di parchi e giardini».
C'è del metodo, allora, a tenere il racconto e l'informazione sui nostri beni culturali ai margini del palinsesto televisivo (se si esclude una breve e incompiuta stagione nel servizio pubblico). È l'Italia dei geometri — si potrebbe semplificare — che alla fine prende il sopravvento anche in chi governa i nostri teleschermi. L'Italia violata da progetti edilizi in carta carbone consumati lungo le coste romagnole e nelle anse dei fiumi padani, sulle colline irpine e ai piedi del Cervino valdostano. L'Italia di un benessere diffuso quanto effimero che infligge ferite e manomissioni a un territorio sempre più fragile, diffondendo bruttezza in un paesaggio che non offre più alcuna distinzione fra città e campagna. Che assomma periferie urbane tanto estese quanto inospitali, fonte — quasi sempre — di disagio sociale e violenza.
È l'Italia brutta dei geometri, dunque. Ma anche di chi i geometri sforna, smarrendo nozioni persino elementari su equilibrio ed armonia del territorio. Cosa pensare, altrimenti, quando la perentorietà delle immagini documenta la costruzione di una Casa dello studente della Facoltà di architettura nel letto di una fiumara? Lì a Reggio Calabria, d'altronde, è così: anche il Palazzo di giustizia sfida sia le leggi dello Stato (sulle pertinenze fluviali) sia quelle idrauliche (ad ogni piena annunciata).
E allora un territorio fatto a pezzi, non visto né raccontato nelle sue inseparabili connessioni tra opere dell'uomo e ambiente naturale, espone il nostro paese alle peggiori brutture. Per secoli le grandi cattedrali, gli edifici pubblici, i castelli, i palazzi, le residenze dei signori in città e in campagna sono rimasti sotto gli occhi delle popolazioni locali. E hanno continuato a formare il gusto e il senso artistico di generazioni che vivevano vicino e riconoscevano in essi i simboli della comunità.
Ora, invece, i beni culturali servono a far cassa. Con la messa in vendita di una parte almeno del patrimonio statale (isole e palazzi, litorali e siti archeologici), l'Italia dei piazzisti soppianta quella dei geometri (che l'ha dominata per trent'anni e più). E rischia di spezzare — per sempre — l'irripetibile intreccio fra città paesaggio e musei. Un continuum — ha sottolineato di recente il direttore della Normale di Pisa, Salvatore Settis — che costituisce l'unicità del caso Italia, il suo massimo fattore di attrattiva e competitività nel campo dei beni culturali.
«Italia vendesi», insomma, ha titolato ad agosto la Süddeutsche Zeitung. Soprattutto se volgeremo i nostri occhi, i nostri taccuini e le nostre telecamere altrove. Complici — tra un varietà e un talk show, o un bel servizio su un capolavoro in mostra — della scomparsa della nostra storia dall'orizzonte delle generazioni che verranno. [agosto 2002]
(mercoledì 26 ottobre 2011)

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