Rivoluzioni e indignati secondo Piero Ostellino

▇ Le lezioni di Piero Ostellino dalle colonne del Corriere della sera sono sempre un utile esercizio critico. Stavolta, cioè oggi, ci propone un illuminante esempio di fissità maniacale (si può dire?) di un liberale impermeabile a tutte le piogge acide della storia.
Dunque, la manifestazione degli indignati sabato a Roma non poteva che finire come milioni di persone hanno visto: col prevalere mediatico, e quindi politico, dei violenti. Che fossero mille su duecentomila è un dettaglio. Il perché, l'ex direttore del quotidiano di Via Solferino, ce lo dice subito; si è trattato «del tragico superamento di un'illusione: la rivoluzione senza colpo ferire». E via con le consuete citazioni della rivoluzione francese del 1789 e della rivoluzione bolscevica del 1917. E la rivoluzione pacifica del Mahatma Gandhi in India a metà del secolo scorso, che ha generato la più grande democrazia contemporanea? E la rivoluzione politica americana del diciottesimo secolo («No taxation whitout representation»)? E, per stare alle cronache odierne, le altre 900 manifestazioni in altrettante città del mondo in contemporanea a quella della capitale? Non ancora una rivoluzione, certo.
L'oggetto delle polemiche ideologiche di Ostellino è, ossessivamente, sempre lo stesso: l'insuperabile contraddizione per la sinistra (anzitutto italiana) tra movimenti partecipativi e trasformazioni istituzionali in qualche modo rivoluzionarie. E i tronconi ecologisti che conquistano posizioni di primissimo piano in Germania o in Francia? E i filoni non violenti in Italia, da Aldo Capitini al femminismo? Non possono, gli indignati italiani, percorrere strade analoghe senza finire nel solito, ritrito e fallimentare, Stato e rivoluzione di Vladimir Ilyich Ulianov detto Lenin?
La politica nella società d'oggi coincide, per Ostellino, sempre e solo con la conquista e la gestione dello Stato. Il fallimento della Rivoluzione d'Ottobre e dei suoi epigoni diventa, così, il comodo contraltare per dirci che le leggi capitalistiche (liberismo, mercato, eccetera) restano immutabili. Coincidono, anzi, con la libertà stessa. E cita Luigi Einaudi: «la libertà del pensare è connessa originariamente con una certa dose di liberismo economico». Dobbiamo dedurne che l'Agorà ateniese fosse l'antesignana di Piazza Affari a Milano e di Wall Street a New York.
Vallo a spiegare ai ragazzi di Occupy a Zuccotti Park nel cuore della grande mela. Nei loro zainetti non hanno, pare, Stato e rivoluzione. E neanche, forse, Il Capitale del filosofo di Treviri. Quello, il capitale scritto con la maiuscola, ce l'hanno sul tavolo di lavoro alcuni vertici del grande imbroglio finanziario planetario, per condurre con beneficio la loro lotta di classe, ci ha raccontato Federico Rampini su la Repubblica dell'11 ottobre. E le migliaia di miliardi di dollari ed euro, conteggiati dettagliatamente dal vicedirettore de Il Sole 24ore, Alessandro Plateroti, su La7 sabato scorso nella trasmissione In Onda? Vagoni di soldi pubblici versati generosamente nel pozzo di San Patrizio di banche private e finanza drogata ai quattro angoli del pianeta: era, quella di Plateroti, l'invettiva documentatissima di un agitatore comunista insediato nel cuore pulsante del quotidiano della Confindustria? E Mario Draghi, comprensivo coi giovani indignati nei confronti di una politica confiscata dalla finanza? Comunista a sua insaputa anch'egli.
Il mondo è bello perché «avariato», non vario, diceva scherzosamente un mio professore di filosofia, meno noto di Karl Marx. Anzi, Guasto è il mondo, per dirla più seriamente con Tony Judt, che titola così un saggio politico pubblicato l'anno scorso da Laterza. Piero Ostellino l'avrà certamente letto. Lì s'intravvede come l'attuale «mercato» liberista difficilmente resterà ancora a lungo ai vertici del pensiero politico-economico del mondo.
«Qualche buona lettura in più non ha mai fatto male a nessuno»: concordo con l'editorialista del Corriere della sera. Anche per non rifriggere i soliti pescetti congelati nella stessa farina stantia di un secolo fa.
(lunedì 17 ottobre 2011)


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