Sottosegretario di strada

Marco Rossi Doria e Carlo De Stefano sottosegretari nel governo Monti▇ Bisognerà guardare bene cosa c'è là dentro, fra le 30 new entry della compagine governativa. Una cosa si può già dire subito sulla nomina dei sottosegretari del governo Monti: la presenza di un «maestro di strada» al ministero dell'Istruzione è una bella notizia. Che Marco Rossi Doria il maestro elementare l'abbia fatto fra le strade dei Quartieri Spagnoli a Napoli, la rende ancora più bella.
Per agire fra quei vicoli e in quei «bassi» — l'abbiamo dovuto constatare molte volte, nel nostro lavoro — devi avere una sensibilità non comune, una capacità vera di partecipare alle sofferenze e ai sentimenti di chi hai davanti. Ma, per farti accettare e seguire, devi avere anche un'idea forte. Che indichi una meta concreta, più alta, raggiungibile.
Nel 2006 Marco Rossi Doria provò a sfidare, come candidato della società civile, l'accoppiata Bassolino-Iervolino nella corsa a sindaco della città. Dovette ritirarsi in buon ordine. La macchina da guerra bassoliniana non era ancora naufragata nella vergogna mondiale dei rifiuti per strada, fino a toccare il primo piano delle case. Lui ha continuato ad occuparsi — come se nulla fosse — di dispersione scolastica, di disagio sociale ed esclusione precoce. S'è battuto con passione e competenza — come sempre —, contro lo «sfascio della scuola pubblica».
Se una nemesi era immaginabile, dopo la protervia e l'ignoranza di Maria Stella Gelmini, non poteva essercene una più netta. Per invertire il senso di marcia rovinoso impresso da un ministro naufragato nel ridicolo, c'era bisogno di persone così: sapienti ed empatiche, competenti e generose. Capaci di restituire il valore profondo a un nome semplice, che ha accompagnato l'infanzia di molte generazioni d'italiani: «maestro». Non è detto che basti, in un ministero. E con pochi soldi a disposizione. Comunque sia, buon giorno maestro Rossi Doria. E buon lavoro.
(martedì 29 novembre 2011)


ABC e l'abc

La vignetta di Giannelli - Dal Corriere della Sera di martedì 15 novembre 2011
dal Corriere della Sera
di martedì 15 novembre

▇ Le cronache politiche ci informano: è all'opera la «maggioranza ABC» (tutto maiuscolo), dalle iniziali di Alfano Bersani e Casini. Ottima sintesi, linguaggio sobrio. Come si conviene ad una situazione serissima. Dopo le carnevalate per strada, fra selve di microfoni e ciance in libertà, fa bene anche al giornalismo — lo abbiamo già scritto in un altro post di lunedì 14 novembre — un'aggiustatina di tiro. Non vorremmo, però, si finisse da un eccesso all'altro. E ci riferiamo, in particolare, alla piccola moratoria nel «dichiarazionismo di strada». Ci rivolgiamo, quindi, ai responsabili politici di questa maggioranza «d'impegno nazionale», come l'ha definita il premier Monti chiedendo e ottenendo la fiducia del parlamento. Che gliel'ha accordata con un'ampiezza quant'altre mai.
Ed ecco, quindi, due-tre domande. Potete evitare d'incontrarvi nei tunnel sotterranei che collegano un Palazzo all'altro? Cosa c'è di tanto indicibile alla luce del sole, un piano o due sopra, alla Camera o al Senato? Commissioni parlamentari e conferenze dei capigruppo non servono a questo? Si risolverebbe così anche l'agognato collegamento tra governo e maggioranza che lo sostiene, no?
La democrazia è stata inventata per fare a meno degli arcana imperii. Non possiamo permetterci proprio ora — e per trenta sottosegretari, poi — di buttare, con l'acqua sporca (il chiacchiericcio rissoso e inconcludente), anche il bambino (la responsabilità trasparente delle decisioni necessarie) che quell'acqua ha appena cominciato a lavare. È, appunto, questo l'abc (tutto minuscolo) della partecipazione democratica. O abbiamo capito male?
(sabato 26 novembre 2011)


Fiumi in scatola

▇ Fino a mezz'ora fa, per tutto il giorno abbiamo filmato i cittadini di Saponara, in provincia di Messina, a spalar fango. Persone che hanno perso tutto in un batter d'occhio. 380 millimetri di pioggia in otto ore, un terzo di tutta l'acqua che qui, davanti alle Eolie, viene giù in un anno intero.
Precipitazioni eccezionali, non c'è dubbio. Clima mutato, è oramai ben chiaro. Poi scavi attorno alle storie e scopri che c'è altro. La collina franata sulla casa che ha ucciso padre e figlio, portandosi via un bambino di dieci anni (foto Ansa qui sopra), non era più curata. Il contadino che l'accudiva è morto da un paio d'anni. Nessuno ha preso il suo posto.

Ti sposti di qualche chilometro verso Palermo, sempre lungo il Tirreno, e scopri che a Barcellona Pozzo di Gotto il torrente Longano è stato tombato nel cemento. Sul suo letto c'è ora un vialone trafficato dalle auto, davanti al Municipio.
È un gigantesco scatolone di cemento armato che scorre per centinaia di metri all'altezza dei tetti delle case. Sommerse, guarda un po', dal fango straripato dalla scatola. «Me lo aspettavo da 40 anni», mi racconta un vecchio signore appoggiato ad una ringhiera. «Era inevitabile che accadesse, ed è accaduto».
Non è tutta colpa della pioggia eccessiva quel che ci tocca raccontare. Non lo è affatto. Ricordiamocelo bene. Anche dopo aver finito di spalare quest'altro fango e seppellire questi ultimi morti.
(venerdì 25 novembre 2011)


«Diversamente alluvionati»

Giampilieri (Ph. G. Rossellini)▇ Lo dicono senza alcuna voglia di riderci su: «Siamo diversamente alluvionati». Gli scampati di Giampilieri e Scaletta Zanclea lamentano con queste parole le disattenzioni dello Stato rispetto a quanto è avvenuto in Liguria, Toscana o Veneto. I due paesi del messinese aspettano ancora di poter rinascere, travolti dal fango il primo ottobre 2009 sul versante jonico, com'è successo l'altro ieri a Saponara e Barcellona Pozzo di Gotto sul versante tirrenico.
«L'acqua del sud non si vede», hanno aggiunto gli internauti siciliani. Ma l'atto d'accusa più netto è venuto in queste ore dal capo della Protezione civile nazionale, Franco Gabrielli: «I 160 milioni di euro stanziati da Berlusconi per l'alluvione di due anni fa sono inutilizzabili». L'ordinanza che li stanzia, ha precisato Gabrielli, li vincola al rispetto del patto di stabilità della Regione con lo Stato senza alcuna deroga. In altre parole, col decreto "Milleproroghe" le spese per le emergenze devono essere comunque autorizzate dal ministero dell'Economia. E Tremonti s'è guardato bene dal farlo.
Così, Giampilieri e Scaletta Zanclea non hanno i soldi per il consolidamento di edifici e versanti in frana, non hanno ricevuto un euro di rimborso per chi ha perso tutto, case e negozi. E non c'è modo di far tornare a casa i mille sfollati. Dopo le telecamere e le esibizioni di solidarietà col ciglio umido, sono rimasti entrambi paesi-fantasma. E i soldi raccolti per le vittime a Scaletta Zanclea sono stati usati per comprare le divise dei vigili urbani: a sottolineare come al sud ci mettono sempre qualcosa in proprio per autoscreditarsi.
Si ripeterà la stessa cosa oggi a Saponara e a Barcellona Pozzo di Gotto? Quest'ultimo ha dato i natali a un concittadino salito agli onori della cronaca nazionale da un anno in qua. E vengono i brividi all'idea che a farsene portavoce possa essere proprio lui, l'onorevole Mimmo Scilipoti.
(giovedì 24 novembre 2011)


A quando l'Europa?

Stretta di mano Monti-Sarkozy. E Angela Merkel arriva in ritardo
▇ I morsi dello spread sono arrivati ad addentare anche la Germania, col flop all'asta dei Bund. Indecisa a tutto, Angela Merkel ha aggravato una crisi di leadership che sta mangiando i risparmi familiari di gran parte d'Europa. E ha ristretto gli orizzonti del suo stesso paese. I tedeschi hanno ragione a preoccuparsi che i debiti siano pagati dai paesi che li fanno, e non finiscano anche sulle loro spalle incolpevoli. Ma c'è ancora qualcuno capace di spiegare — proprio ai tedeschi — che senza l'euro sarebbe la Germania la prima a rimpicciolirsi?
La forza economica tedesca è cresciuta sulle esportazioni nell'eurozona. Da essa la Germania ha tratto gran parte delle risorse per pagare lo sforzo gigantesco di unificare le due metà del paese divise, per mezzo secolo, dalla Guerra Fredda. Un'opera ciclopica che rende onore ai dirigenti politici tedeschi del tempo. Un compito che sarebbe stato ben più difficile da compiere in assenza di un mercato comune nel quale l'intraprendenza imprenditoriale e l'autodisciplina germaniche hanno potuto dispiegarsi appieno.
«La Germania non è più da alcuni anni una potenza affidabile, né nella politica estera né in quella interna. Ha dimenticato la lezione di Konrad Adenauer che, attraverso il suo chiaro e testardo legame con l’Occidente, aveva ottenuto quel fondamento di affidabilità di cui hanno beneficiato tutti i cancellieri dopo di lui»: a parlare così è Helmut Kohl, padre politico di Angela Merkel (insieme nella foto qui sotto), intervenendo a Internationale Politik, prestigioso bimestrale di uno dei più importanti think-tank berlinesi.

Una giovanissima Angela Merkel insieme a Helmut Kohl.«Spesso mi chiedo dove sia di fatto la Germania oggi e dove voglia andare», ha proseguito ad agosto di quest'anno l’ex cancelliere; «e questa domanda se la pongono anche altri, in particolare i nostri amici e alleati all’estero». Senza mai citare espressamente Angela Merkel, Kohl ha elencato quelli che a suo avviso sono i limiti politici dell'attuale premier: mancanza di leadership, di visione, di volontà. «Quando non si possiede una bussola, quando non si sa per cosa si è a favore e dove si vuole andare, allora manca la capacità di guida e la volontà progettuale. E non ci si può attenere a quella che chiamiamo la continuità della politica estera tedesca, semplicemente perché non se ne ha alcuna idea».
Sulla crisi dell’euro, già a fine agosto l’ex cancelliere (che aveva saputo rinunciare al grande marco scegliendo l'euro) aveva invitato i leader europei ad affrontare con coraggio la situazione. E denunciava la tendenza a guardare ai cambiamenti nel mondo solo in termini di minaccia, rinunciando a percepirli come nuove chance. «Dobbiamo ridare fiducia alla gente», aveva detto.
A metà settembre, rispondendo a Paolo Valentino sul Corriere della Sera, l'ex leader tedesco 86enne ha aggiunto: «Non c'è dubbio che la risposta alla mondializzazione deve essere comune. I governi hanno reagito in prima battuta cercando di avvicinarsi all'opinione pubblica. Si è creato un corto-circuito tra nazionale e locale, con una ricerca dell'identità che spesso dà vita a movimenti reazionari e rilancia il pensiero di estrema destra. I partiti populisti crescono in tutta Europa, alcuni governi dicono ai loro popoli: siamo qui per proteggervi. Ma s'immagina se, nel 1945, Adenauer, De Gasperi e Schuman avessero detto a tedeschi, italiani e francesi, il nostro scopo è proteggervi?».
Anziché ridare fiducia — con una qualche visione del futuro —, ci hanno dato per mesi stucchevoli balletti. Uno sterile va e vieni della coppia Merkel-Sarkozy tra Parigi e Berlino, tanto esibito quanto impotente. Ci provi lei, professor Monti, a riallacciare il filo di un qualche progetto. Parlando con linguaggio di verità, a Bruxelles a Strasburgo a Parigi o a Berlino, non meno che a Roma.
(giovedì 24 novembre 2011)


Fiat, la vista lunga degli operai

▇ Avete 1 minuto e 17 secondi? Ascoltate il file audio che segue:
http://www.divshare.com/download/16248688-b66
Quella che avete ascoltato è la voce degli operai della Fiat Mirafiori all'alba del 23 giugno 2010. Nella notte s'era conosciuto l'esito del referendum a Pomigliano d'Arco con cui Sergio Marchionne chiedeva di sospendere i diritti del contratto dei metalmeccanici per investire nello stabilimento campano. I «sì», sostenuti da Cisl e Uil, e osteggiati dalla Fiom, furono il 62%. Fra le tute blu dello stabilimento torinese — che entravano per il primo turno di lavoro, o uscivano da quello notturno — il film di quel che sarebbe successo da lì in avanti fu subito chiarissimo. Si può dire altrettanto per tutti i sindacalisti e le forze politiche?
Annunciata ieri, la disdetta di Marchionne dei contratti nazionali per tutti gli stabilimenti italiani — sul modello Pomigliano — dimostra quanta vista lunga avessero avuto gli operai. E quante chiacchiere al vento hanno fatto per un anno e mezzo politici superficiali e sindacalisti ciechi. C'è bisogno di aggiungere altro, al valore in qualche modo «storico» del promemoria operaio inciso nei bit che avete ascoltato?
Sì, c'è da aggiungere ancora qualcosa. Riguarda la sorte toccata al minuto e diciassette secondi che avete avuto la cortesia di ascoltare. Registrato in presa diretta e trasmesso integralmente — nella versione video — dal Tg3 delle ore 12 di quel mercoledì, il servizio mi fu chiesto dal Giornale radio Rai e fu mandato tal quale da Torino a Roma in versione audio. Non piacque alla direzione di line (i responsabili, cioè, delle edizioni) — nonostante rappresentasse scrupolosamente gli argomenti raccolti davanti ai cancelli della fabbrica. E non fu messo in onda nei due giornali radio principali che seguivano di lì a poco (alle 12.30 e alle 13).
Per le proteste nella redazione del Gr su una scelta editoriale che appariva come censura immotivata, ne fu messa in onda poi, in un'edizione flash, una versione di 25 secondi, tagliata arbitrariamente all'oscuro del sottoscritto, mantenendo però la mia firma. Era irriconoscibile — manco a dirlo — rispetto alla versione originale. Una scorrettezza plateale nei confronti dei radioascoltatori e una violazione grave del contratto giornalistico di lavoro. Né l'una, né l'altra hanno avuto finora una composizione adeguata.
Se una nuova stagione del servizio pubblico dovesse aprirsi, lo capiremo anche da come episodi così saranno evitati o sanzionati. Se una nuova stagione della politica s'è davvero aperta, lo capiremo da come un ministro del Welfare eviterà di tenere il sacco alla prepotenza del più forte, nelle relazioni tra lavoratori e datori di lavoro. Non ci vorrà molto a capirlo. In un caso e nell'altro.
(martedì 22 novembre 2011)


Rifiuti, Roma come Napoli?

▇ È una bomba improvvisa, quella esplosa due mesi fa a Riano, fra le colline a nord di Roma. Tre milioni di metri cubi di spazzatura saranno sversati in un catino di settanta ettari, per tre anni. «Sono cave ancora attive in cui si lavora il tufo. I rifiuti finirebbero a 700 metri dalle case», denuncia il comitato cittadino contro la discarica, forte dell'appoggio di «Zero Waste» Lazio e Legambiente regionale. Un appello a difesa del territorio è stato firmato, fra gli altri, da Antonello Venditti, Pippo Baudo, Paolo Portoghesi e Nicola Piovani.
Anche a Corcolle, a sud est della capitale, la scena si ripete davanti all'ex cava San Vittorino. Cittadini e associazioni sono mobilitati contro un'ordinanza del prefetto che prevede di portare qui almeno una parte della spazzatura che non potrà più andare a Malagrotta. «Si stanno per seppellire sotto l'immondizia 2000 anni di storia», denuncia Urbano Barberini. «Siamo a un chilometro e mezzo da Villa Adriana, patrimonio dell'umanità tutelato dall'Unesco», aggiunge il principe, erede della celeberrima famiglia romana, che anima il comitato «Salviamo Ponte Lupo».
In mezzo al grande business dei rifiuti a Roma c'è sempre lui, l'avvocato Manlio Cerroni. Deus ex machina dello smaltimento della spazzatura, guida con mano ferma da decenni la Co.la.ri., e gestisce la più grande discarica d'Europa. A Malagrotta sono stati già stipati 50 milioni di tonnellate di rifiuti, tanto da assumere l'appellativo di ottavo colle di Roma. Provocando — denunciano il professor Sergio Apollonio e l'avvocato Francesca Fragale — una decina di morti sospette. In previsione dell'esaurimento della discarica (che dovrebbe chiudere i battenti a fine anno o in primavera), Cerroni si è premurato di comprare alcune cave a Riano. Quelle che dovrebbero ospitare l'immondizia.
«È il modello Napoli che avanza», sostiene Barberini: «grandi discariche e niente raccolta differenziata». E, difatti, anche nella capitale, la gestione della patata bollente, manco a dirlo, è stata affidata, dal sindaco Gianni Alemanno e dalla presidente del Lazio Renata Polverini, al prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro. Nominato da Berlusconi commissario di governo all'emergenza rifiuti. Et voila! L'esperienza non insegna mai nulla.
Ecco il video dell'inchiesta, messo in onda poco fa da Ambiente Italia su Rai 3.

 

(sabato 19 novembre 2011)

Link:

I presidenti passano...

Il premier chiede fiducia all'EuropaFini: se fallisce lui, fallisce l'Italia ▇ «I presidenti passano, i professori restano», ha detto ieri Mario Monti alla Camera, nel dibattito sulla fiducia al suo governo. Citando Spadolini, in risposta ai deputati che gli chiedevano, deferenti, se potevano continuare a chiamarlo come sempre, il nuovo premier ha dato anche un ben servito al «presidentissimo» che l'ha preceduto su quello scranno. Una scudisciata non voluta, forse. Ma molto apprezzabile. E apprezzata.
Professor Monti, «a quando un tecnico anche al Tg1»? È stato scritto subito dopo il suo giuramento al Quirinale, e rifaccio mia la domanda. Ci eviti il «direttorissimo» al più presto, la preghiamo. Siamo in molti a pregarla. Visto l'andazzo, tocca a lei risolvere la «pratica Minzolini». Per consuetudine decennale. Appena può, rimetta però mano allo status della televisione pubblica.
La Rai non è la Bbc, cantavano Boncompagni e Arbore. Ma potrebbe diventarla, presto se lei volesse. Con beneficio di tutti. Anche della politica, raccontata finalmente con la schiena dritta. È un giornalista che si guadagna da vivere lì dentro, in una redazione della Rai, a scongiurarla: ci provi. Lo faccia, prima possibile.
(sabato 19 novembre 2011)


Clini e il nucleare, ci risiamo

Nucleare, scoppia il caso Clini Il centrosinistra all'attacco del neoministro▇ Si poteva sperare — l'ho scritto nel post ieri, a proposito delle ricostruzioni ad Aulla — che si ripartisse dalla difesa del suolo. Medicando, cioè, le ferite sanguinanti delle alluvioni, con la delocalizzazione degli edifici finiti sott'acqua e nel fango. Una gigantesca cura del territorio che può mettere in moto la stessa macchina economica, nel settore edilizio, energetico e dell'ingegneria ambientale.
Se c'era da cantare subito, mi sarei aspettato un assolo su questi argomenti dal neo ministro dell'Ambiente. Corrado Clini ha invece «steccato» subito. Le prime parole oggi le ha spese per resuscitare nientemeno che l'atomo. «Il ritorno al nucleare è una opzione sulla quale bisognerebbe riflettere molto — ha detto il ministro dell'Ambiente —, anche se quello che è avvenuto in Giappone ha scoraggiato. Però, di base, la tecnologia nucleare rimane ancora, a livello globale, una delle tecnologie chiave. A certe condizioni, bisogna valutarla».
Esattamente quello che non avremmo voluto leggere, o sentire. Perché 27 milioni d'italiani hanno seppellito sotto una valanga di «no» il ricorso all'energia atomica, appena cinque mesi fa (per la seconda volta in un quarto di secolo). E perché la tecnologia attuale è stata già «valutata» — per usare le parole stesse di Clini — dal mercato dei produttori di energia: la costruzione di nuove centrali è a dir poco stagnante, in tutto il mondo (a parte la Cina). Da ben prima dell'incidente a Fukushima.
In serata il neo ministro ha corretto il tiro: «Non ho certo intenzione di riaprire una questione già risolta in modo chiaro con il referendum, e sono impegnato da anni nella promozione e nello sviluppo delle energie rinnovabili». E meno male. Comunque, ci risiamo. Il solito balletto con cui i politici ci hanno nauseati. Vi ricordate le dichiarazioni di Stefania Prestigiacomo, dopo l'esplosione della centrale atomica in Giappone? «Chiudiamo col nucleare? Sì, no, forse». Di lei Clini ha preso il posto da appena un giorno. Sarebbe deludente se ne prendesse anche le cattive abitudini, dopo essersi tenuto — saggiamente — distante da lei per più di tre anni, navigando in mari lontani.
La «stecca» il nuovo ministro l'ha fatta dai microfoni di Un giorno da pecora su RadioDue (ascoltiamolo mentre duetta con i conduttori e Osvaldo Napoli: http://www.radio.rai.it/podcast/A41362685.mp3). C'era proprio bisogno di cominciare cazzeggiando su questioni tanto serie, tra spritz formaggi e bonarde ferme? In fila — per di più — su un binario morto. E aggiungendo, per sovrappeso, Tav, Ogm e Caccia. Non era iniziato un esecutivo «british style»?
(venerdì 18 novembre 2011)


Ripartire dalla difesa del suolo

▇ «Bloccheremo le nuove costruzioni nelle aree esondate, per verificare i vincoli e il loro rispetto»: così il presidente della Regione Toscana. In visita ad Aulla, devastata dall'alluvione del 25 ottobre scorso, Enrico Rossi, al nostro microfono, è anche più esplicito (il reportage è in calce al post): «Non me la sentirò più di chiedere ai cittadini contributi, come abbiamo fatto con l'accise sulla benzina, se nel frattempo non chiariamo in modo assoluto che nuove edificazioni in zone a rischio non si fanno».
Per mezzo secolo, la città della Lunigiana sorta lungo il Magra ha costruito, nel letto del fiume, case e scuole, e persino municipio e caserma dei vigili del fuoco. Una sottrazione costante di spazio vitale alle acque di piena andata avanti senza soste. Fino alla rivincita della natura. A fine ottobre qui ci sono state due vittime, e centinaia di milioni di danni. Ora bisognerà ricostruire. Come se nulla fosse?
Davanti ai palazzi sommersi dal fango, la presidente dei geologi toscani, Maria Teresa Fagioli, lancia la proposta del «geologo condotto», per fare prevenzione sulla salute del territorio, come già fa il medico condotto con la salute umana. E gli ambientalisti — Wwf e Legambiente in testa — propongono di delocalizzare altrove gli edifici delle aree a rischio. «Un volano formidabile anche per la ripresa economica nel settore edilizio, ricostruendo con nuovi standard ambientali e di efficienza energetica», sottolinea Maurizio Bacci del Cirf, "Centro italiano per la riqualificazione fluviale".
Un ottimo filone di lavoro — oggi si discute la fiducia in parlamento — per il nuovo ministero Monti, sul versante della difesa del suolo. Se davvero si ha in mente di cambiare strada rispetto alla politica dei condoni e di mattone selvaggio che ha devastato il Belpaese intero. Un cambio di rotta di cui l'Italia ha massima urgenza.

 

(giovedì 17 novembre 2011)

Link:

Non c'è Letta, c'è Passera

La squadra dei ministri
▇ Non c'è Gianni Letta, e non c'è Giuliano Amato. Halleluja, anche senza le note di Hendel. Fra i ministri nominati dal neo presidente del Consiglio Mario Monti — che giurano oggi nelle mani del capo dello Stato Napolitano — ci è stato risparmiato il braccio destro del Cavaliere. E anche il braccio destro di tanti altri: da Craxi a D'Alema; sempre in pista, «riserva della Repubblica» a vita. Se una stagione nuova deve cominciare, che cominci senza troppe scorie del passato. Ci bastano i debiti. Fatti e da pagare.
C'è, invece, nella lista, Corrado Passera. Con un dicastero «rafforzato»: allo Sviluppo economico, alle Infrastrutture, ai Trasporti. Deve rimettere in moto la macchina produttiva, spendendo bene i pochi soldi a disposizione. Coi soldi, sappiamo che lui ci sa fare. Nella vendita di Alitalia — lo ricorderete — da advisor doveva valutare le offerte in campo. Si accomodò con imperio e mise in sicurezza, anzitutto, i crediti che la sua banca vantava dal patron di Air One. Carlo Toto, insomma, era pieno di debiti fino al collo proprio con Passera. E Passera si preoccupò di recuperarli tutti.
L'allora amministratore delegato di Banca Intesa doveva fare l'arbitro fra i pretendenti (vi ricordate le offerte di Air France, a cui forse, da ministro, fra un anno dovrà rivendere la compagnia di bandiera rimettendoci soldi pubblici?). «Certificò» ch'era giusto respingere lo straniero e unificare le due società, Alitalia ed Air One. E caricare così sulla «bad company», cioè sullo Stato italiano, anche i debiti di Toto, vendendo la «good company», quella con la polpa, alla cordata di Roberto Colaninno. Di cui — manco a dirlo — divenne socio. Quando si dice «conflitto d'interessi»! E così, aggiunti al miliardo di Alitalia, i debiti dell'ex patron di Air One li stiamo pagando noi. Tre miliardi di euro abbondanti, in tutto. Caricati sulle nostre spalle. Lui, invece, i soldi (e gli utili) di Banca Intesa li mise in salvo. A nostre spese, ça va sans dire.
Il cacciatore, Passera l'ha — dunque — saputo fare. Saprà fare, ora, anche il guardiacaccia per conto di tutti noi? Dovrà decidere, ad esempio — da superministro e da azionista della Ntv, Nuovo trasporto viaggiatori —, sul treno veloce della società di Della Valle e Montezemolo, concorrente delle Ferrovie dello Stato. Delle Fs il ministero dell'Economia è azionista unico. E su di esse Passera ha poteri di vigilanza. Un bel groviglio, che ne dite?
(mercoledì 16 novembre 2011)


Aspettando Monti, all'opera

▇ Domattina Mario Monti presenterà al capo dello Stato la lista dei ministri del nuovo governo. Riascoltiamo le parole con cui il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha esposto le ragioni dell'incarico all'ex commissario europeo, domenica 13 novembre. Mi pare utile fissarle in mente, alla vigilia della presentazione della lista dei ministri che dovranno interpretarla con l'azione di governo, e ottenere la fiducia in Parlamento.
 

■ (martedì 15 novembre 2011)


«Non sarà sempre così, vero?»

▇ «Non sarà sempre così, vero?», ha domandato, cortese e fermo, il professor Mario Monti ai cronisti che lo aspettavano davanti alla porta della chiesa dov'era andato ieri mattina a seguir messa con la moglie (nella foto accanto). Mi si è aperto il cuore, nella speranza che — d'ora in poi — un politico si sottragga gentilmente, col sorriso sulle labbra, alla muta di microfoni e telecamere che lo assediano. Anzi, che non ci sia più la muta.
Mario Monti, mattinata tra chiesa e palazzo Giustiniani " Monti  vuole il 2013 e politici nel governo"    vd    Bossi diserta Roma e  riapre parlamento padano
I giornalisti da «braccaggio» sono forse una delle eredità più incivili, sul versante informativo, del «ventennio breve» chiuso sabato sera con l'Halleluja di Hendel, sotto il Quirinale. Dovremmo lasciarci rapidamente alle spalle anche questa. Inaugurata da Iene e Striscia la notizia — editi, guarda un po', dalla "casa" del bon ton —, è diventata un'abitudine di massa per chiunque detenga un microfono, una telecamera, un registratore. Armi da brandire fin sotto il naso, per estrorcere qualunque cosa.
Un «giornalismo a strascico» da cui non si tira fuori — quasi mai — niente più che una battuta estemporanea, buona, qualche volta, ad alimentare il battibecco di giornata, il bla bla che nausea tutti. Un degrado della politica parlata, trainato da «microfono selvaggio». Vi è mai capitato di vedere qualcosa di analogo in altri paesi civili?
Dappertutto, i politici (oppure un industriale, o un sindacalista) passano davanti alla postazione di fotografi e cameramen — dotati, quasi tutti, di boom, un microfono a braccio lungo, per raccogliere la voce dell'interlocutore, senza stargli fisicamente addosso. Se l'interlocutore ha qualcosa da dire si avvicina e parla. Se vuole rispondere a qualche domanda, si avvicina e risponde. Se passa dritto, parla il suo silenzio. Da noi, no. C'è l'assedio. Ed è la rincorsa strampalata alla risposta qualsiasi a diventare — spesso — l'oggetto stesso del servizio (giornalistico?). Eppure, quasi tutti gli inseguiti — o i pavoni da strapazzo, eccitati dalla selva attorno — dispongono di portavoce e uffici stampa. Costa tanto prendere un appuntamento e registrare qualcosa di sensato?
Quel «non sarà sempre così, vero?» pronunciato ieri mattina dal presidente del Consiglio incaricato, fa ben sperare. Chissà che non cominci pure così un'altra stagione. Anche per l'informazione (benché ne dubiti).
(lunedì 14 novembre 2011)


«I peggiori anni...»

 Berlusconi si è dimesso,festa sotto il Quirinale   foto    video   Plauso di Obama.   Letta vicepremier , no di Bersani e Idv
A son arrivée à la présidence italienne pour remettre sa démission, Silvio Berlusconi a été accueilli par une foule en colère.▇ Ansa, Roma ore 21.41 — Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha rassegnato le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Festa nella piazza sotto il Quirinale.
______

Ed ora un po' di buonumore. Giorgio Napolitano ieri sera in vestaglia, secondo Maurizio Crozza, a Italialand su La7. La vigilia delle dimissioni di Berlusconi sulle note di una celebre canzone di Renato Zero.



(sabato 12 novembre 2011)


L'ultimo Mohicano

▇ I veri amici si vedono al momento del bisogno. E l'amico Putin ha fatto addirittura di più. «Uno dei più grandi uomini politici europei», ha detto ieri sera a Mosca il premier russo parlando del suo collega italiano agli sgoccioli. Chissà quale biochimica sia passata fra i due, il russo e l'italiano, l'ultimo comunista d'oltre cortina e il capitalista più ricco d'Italia. Un mistero che potranno svelare meglio gli analisti di incroci societari, purché spregiudicati, con l'aiuto di un qualche antropologo, esperto di tribù euroasiatiche.
Neanche Hillary Clinton è riuscita finora a capirlo, eppure i mezzi non le mancano. Tanto da attivare — lo ricorderete — i suoi uomini in Italia, come ci hanno svelato i cablogrammi inviati all'ambasciata americana a Roma, pubblicati da Wikileaks. Speriamo che i nuovi analisti del Dipartimento di Stato siano anche più acuti — difficilmente possono essere più spregiudicati — di Giuliano Ferrara. Altro stipendiato, per sua stessa ammissione postuma, dalla Central Intelligence Agency per tenere d'occhio il suo amico Craxi, diventato poi ghost writer del suo erede politico e successore.
Per essere ancora più chiaro, Vladimir Putin ha ricordato le sue conversazioni private con l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, un «nostro comune amico». «Mi disse — ha riferito il capo del governo russo — che Berlusconi era un brav'uomo, sincero e rispettabile ma non un vero politico. È una specie di anarchico, e l'Italia è fondamentalmente un Paese anarchico, per questo è amato lì». Al che, l'implacabile ex funzionario del Kgb e capo del Cremlino gli rispose così dopo che Schröder perse le elezioni nel 2005 e fu costretto a dimettersi: «Forse non è un vero politico ma guarda dove ora è lui e dove sei tu».
In effetti, Schröder si era acconciato a fare il capo di un gasdotto di Gazprom, Berlusconi a combinarci affari. E guarda, Gerhard — questo non l'ha detto, però, il premier russo —, dov'è arrivata ora l'Italia: sull'orlo del fallimento, e affidata addirittura alla tutela di Angela Merkel, tuo successore. «È uno degli ultimi Mohicani della politica», ha proseguito Putin davanti alla platea di un club di Valdai. «Il fatto che fosse al potere era senza dubbio un beneficio per l'Italia, un fattore di stabilità interna, nonostante gli scandali pubblici sul tema ben noto», ha aggiunto l'«amico Valdimir» riferendosi agli scandali sessuali. Neanche al Cremlino — forse — ci sono più gli agenti e gli analisti di una volta.
(sabato 12 novembre 2011)