Le alluvioni di Berlusconi

Di seguito l'articolo scritto da Vittorio Emiliani per "Eddyburg.it" lunedì 31 ottobre.
_______

Cifre, dati e un po’ di storia antica e recente per un’analisi rigorosa di quanto successo in Liguria e Toscana la settimana scorsa
 
▇ Nel 105 d.C. Plinio il Giovane venne nominato da Traiano curator alvei Tiberis et riparum et cloacarum urbis. Bellissima definizione che configura una sorta di presidenza dell’Autorità di bacino del Tevere, cioè di un fiume scatenato soggetto a piene improvvise, torrentizie e furibonde. Se ne scendete il corso, come a me capitò di fare molti anni or sono, noterete che ai bordi del Tevere, nelle zone pianeggianti, nulla è stato mai costruito in antico. Come lungo il Po, del resto. I fiumi dovevano avere la possibilità di sfogare la loro forza idraulica. Oggi non è più così. Si costruisce in vicinanza delle rive di fiumi e torrenti o addirittura nelle aree di golena, nell’alveo stesso dei corsi d’acqua. Ad ogni piena disastrosa sarebbe utile sapere quante case, capannoni, laboratori alluvionati sorgono là dove in ogni altro Paese civile sarebbe, anche nei fatti, vietatissimo. Tanti, temo.
Qualche giorno addietro il Wwf — ripreso, che mi risulti, soltanto da Marco Bucciantini su l’Unità — ha denunciato che la Regione Liguria, nel luglio scorso, ha approvato un nuovo regolamento che consente di edificare a 3 metri appena da fiumi e torrenti e non più alla distanza di 10 metri (che a me paiono sempre pochi). Sulla base di quali presupposti ambientali e idraulici? Come se la Liguria non avesse riempito da decenni di cemento e di asfalto le sue riviere provocando così alluvioni a ripetizione. Cosa è successo alle spalle e dentro il Parco nazionale delle Cinque Terre? Quanti finanziamenti sono stati accordati a questo organismo per migliorare lo stato di un territorio delicatissimo, costruito “a mano” con oltre 7.500 metri di muretti a secco? E come sono stati spesi gli stessi affinché non avvenisse quanto è invece avvenuto a Monterosso e a Vernazza?

Di fronte alle sempre più frequenti sciagure ambientali, bisogna dire le cose come stanno. Anche sulla inosservanza di leggi e regolamenti divenuta cronica dopo che, dal 1984, è invalsa la convinzione che un provvidenziale condono interverrà a sanare case, laboratori, fabbrichette e altro eretti in aree off limits, persino in parte demaniali o demaniali tout court (come sono quelle golenali, come minimo coltivate, troppo intensivamente, a pioppeto). C’è dell’altro però: i governi Berlusconi hanno decisamente peggiorato la fragilità del nostro territorio montano e collinare, non poco franoso e sismico, accoppiando alla politica dei condoni, edilizi e ambientali, la sottrazione sistematica di fondi destinati alla difesa, ordinaria e straordinaria, del suolo, impedendo così persino le più normali manutenzioni.

Nelle cronache di questi giorni c’è, purtroppo, molta emozionalità, e poca voglia di andare alle cause. Tornando alle Cinque Terre, perché tante auto sepolte nella melma a Monterosso? Forse perché lì si sono fatte entrare, anni fa, le auto e si è voluto, a tutti i costi, costruire un maxi-silos? Dove arrivano cemento e asfalto, i suoli si impermeabilizzano e, in presenza di pendenze scoscese come quelle liguri, l’acqua piovana vien giù a velocità folli. Se poi i corsi d’acqua sono stati intubati (è accaduto anche questo!) o incassati fra argini di cemento e/o fra spalti di case, il disastro è garantito.
La storia, seminata di lutti e di rovine, delle alluvioni liguri non ha dunque insegnato nulla? Mi trovavo, per altre ragioni, a Genova nel ’70, quando si scatenò in città la furia delle acque del Polcevera e del Bisagno e si contarono parecchi morti. Scoprimmo che il vastissimo letto del Polcevera era stato ristretto da campi da tennis, circoli aziendali, costruzioni precarie, orti e altro. Le responsabilità delle Regioni e dei Comuni sono grandi. Pochi vigilano, reprimono, demoliscono. A Ischia non sono forse le costruzioni abusive a far cadere a pezzi l’isola? E con tutto ciò un gruppo di deputati del Pdl chiede un condono “speciale” per la Campania già tanto devastata. Le Regioni che hanno negli ultimi anni ottenuto lo stato di “calamità naturale” sono una decina e oltre. Ma di quale calamità “naturale” stiamo parlando?

Un luogo comune che corre molto in queste ore: non si è mai fatto nulla per la difesa del suolo. Non è vero. Non hanno fatto niente i governi Berlusconi tesi a «passare alla storia» col Ponte sullo Stretto. I governi di centrosinistra avevano cominciato ad invertire una rotta disastrosa con alcune buone leggi: la legge n.431 del 1985 sui piani paesaggistici e la legge n.183 del 1989 sulla difesa del suolo. La prima — pur votata alla unanimità — è stata rispettata appena da un pugno di Regioni, le altre hanno adottato in ritardo i piani o non li hanno nemmeno disegnati, né, tantomeno, colorati. La seconda prevedeva la creazione di Autorità di Bacino nazionali, interregionali e regionali. Il modello? Essendo troppo lontano quello, pur illuminato, del curator romano Plinio, il modello era l’Authority del Tamigi in capo alla quale si sono felicemente riunite le competenze di migliaia di enti risanando a fondo il grande fiume. Altrettanto doveva accadere in Italia dove fiumi come il Po o il Tevere corrono al mare attraverso quattro regioni, decine di Provincie, decine e decine di Comuni. Purtroppo campanilismi e particolarismi da noi non muoiono mai. Così, allorché le Autorità, nel 2001, hanno faticosamente ultimato la definizione dei piani di bacino, la loro devitalizzazione era già in atto. Ricordo che il piano di riassetto del Tevere venne contestato apertamente da Comuni della zona a nord di Roma i quali non volevano saperne di non poter continuare a costruire nelle aree alluvionali di questo difficile fiume le cui portate possono passare dai miserabili 40 metri cubi al secondo delle peggiori «magre» estive ai 2000-2200 metri cubi al secondo delle “piene” di autunno-inverno. La delegittimazione della legge n. 183 è andata avanti, molto pesantemente, ad opera del centrodestra sotto la spinta della Lega che vuol gestire il sacro fiume Po “a spezzatino”, cioè un pezzo per Regione. Una scemenza “criminale”. Ci sono state ribellioni a tanta insipienza? Onestamente non le ho avvertite.

Su tutto ciò si è abbattuta la scure finanziaria dei governi Berlusconi II e III: la difesa del suolo, cosa volete, non fa “passare alla storia”. Con la Finanziaria 2002 il centrodestra ha subito dimezzato rispetto al 2001 le risorse destinate a questa voce. Con quella del 2003, secondo la denuncia di Gaetano Benedetto del Wwf, «con un colpo di mannaia» ha fatto scomparire i fondi del Decreto Sarno (votati dopo quella terribile sciagura) e ridotto quelli della Legge Soverato (altro disastro, con le case edificate su una fiumara, anzi dentro…). L’Italia ha così affossato ben presto l‘approccio innovativo, di stile europeo, alla gestione delle acque avviato con la legge n. 183, e cioè praticare una manutenzione continua del territorio e la progressiva “rinaturazione” dei sistemi fluviali (fluminis alvei et riparum, per dirla con Plinio). Insomma, dalla legislatura 2001-2006 tutto lo strategico comparto ambiente-territorio è uscito “umiliato” dal governo in carica.
Nel 2006-2008, col ritorno, sia pure precario, dell’Ulivo al governo, sono state riattivate le risorse sottratte alla difesa del suolo, alla protezione dei litorali dal mare, quelli per i parchi, ecc. Fino a 584 milioni. Due anni di respiro. Ma dal trionfo di Berlusconi in qua, è ricominciato il sistematico dirottamento dei fondi. Nel 2009, alla tutela ambientale e territoriale risultava assegnato appena l’1,5 % della dotazione finanziaria contro il 6,8% attribuito alle grandi opere, tutte dal forte impatto ambientale. Mentre la crescente tropicalizzazione del clima, con piogge sempre più violente, reclamava a gran voce una strategia esattamente opposta. Nelle Finanziarie successive è andata ancora peggio. Tanto che, per il Veneto, sempre sull’orlo di nuove disastrose alluvioni, si prevede che la messa in sicurezza potrà avvenire — sempre che non si taglino altri fondi — non prima del 2041, traguardo che ovviamente sarà allontanato se vi saranno nuove alluvioni…
Nel contempo Sandro Bondi titolare-fantasma dei Beni Culturali ha lasciato annegare nella palude ministeriale la nuova co-pianificazione paesaggistica Stato-Regioni prescritta dal Codice Rutelli per il Paesaggio. Quanti hanno protestato? Non ho avvertito, onestamente, forti proteste. Stefania Prestigiacomo, debolissima titolare dell’Ambiente, non ha saputo difendere da tagli pesanti il proprio Ministero, mettendo letteralmente in ginocchio i Parchi, a cominciare da quelli nazionali che sono invece fondamentali insieme ai Parchi regionali per migliorare lo stato precario della montagna e dell’alta collina italiana. Risultato, uno sfacelo idrogeologico garantito, specie laddove l’edilizia, legale e abusiva, è stata lasciata dilagare. Mentre si invocano nuovi condoni edilizi. Si è anti-berlusconiani «per principio» se, scorse le cifre, valutati i dati di fatto, si pensa che ormai siamo prossimi al suicidio finale del Belpaese? Credo proprio di no.
(martedì 1 novembre 2011)

link
http://eddyburg.it/article/articleview/17919/0/150/

Nessun commento:

Posta un commento