«Non c'è più religione!»


A un certo punto, scope in mano, se le sono date di brutto. Religiosi greci-ortodossi da una parte e apostolici armeni dall'altra. Una rissa in piena regola, provocata dallo sconfinamento degli uni nella zona affidata agli altri. Tutto nella chiesa della Natività, a Betlemme. E qui l'ironia sul sacro furore sarebbe fin troppo facile. Resta, invece, la notizia.
La chiesa dove avrebbe visto la luce — secondo la tradizione — proprio Gesù di Nazareth ha l'amministrazione degli spazi spartita fra confessioni religiose diverse: la cattolica-romana, la greco-ortodossa e l'apostolica armena. Sono stati i religiosi di queste ultime due a dar fuoco alle polveri dei risentimenti, antichi quanto le pietre che stavano pulendo, ciascuno nel suo settore.
E così il riassetto che segue le affollate visite del Natale cattolico s'è trasformato in un ring manesco, fra ceri icone e altari benedetti. Solo la polizia dell'Autorità nazionale palestinese è riuscita a calmare le acque, ricorrendo ai manganelli. E non è stata neanche la prima volta, ha riferito un loro portavoce. «Nessuno è stato arrestato — ha precisato il tenente colonnello Khaled al-Tamimi — perché erano tutti uomini di Dio». E meno male ch'erano uomini «di Dio». Sennò?
C'è da ridere o piangere?

Differenziare anziché bruciare

Alla fine sembra esserci arrivata anche la Sicilia. I quattro inceneritori progettati dalla Giunta Cuffaro e impregnati di «malapolitica, malaffare e mafia» — stando ai rilievi della Commissione parlamentare sul ciclo illegale dei rifiuti — non si faranno più. Una decisione del governatore Raffaele Lombardo che mette d'accordo, sorprendentemente, ambientalisti, imprenditori e sindacalisti.
Inseguendo gli inceneritori, la Sicilia è diventata il fanalino di coda nella raccolta differenziata in Italia: 1,9% nel 2000, 6,7% nel 2008. Un quinto della media nazionale, la metà di quanto fanno le altre Regioni del sud — ed è quanto dire. In discarica finiscono, così, due milioni e mezzo di tonnellate di spazzatura all'anno.
La differenziazione dei rifiuti procede, però, fra molti ostacoli. Soprattutto a Palermo. Dove l'Amia dai primi del 2010 è commissariata da un ex magistrato, un commercialista e un avvocato. Nel capoluogo regionale, l'Azienda d'igiene ambientale ha accumulato 150 milioni di debiti, 85 milioni di crediti non riscossi dai Comuni, e la discarica di Bellolampo sotto inchiesta per inquinamento di falde acquifere.
Gli addetti alla raccolta e smaltimento dei rifiuti in tutta l'isola sono arrivati, intanto, a undici mila. Un'enormità. Visto che ci sono — sottolineano in coro imprenditori, sindacati e ambientalisti —, vanno indirizzati al riciclo e al riuso dei materiali. Un'impresa temeraria, raccontata nel reportage che segue, trasmesso su Rai 3 da "Ambiente Italia".


«Salvate il soldato Cosentino»

''Governo ladro'', bagarre della Lega
I più sguaiati sono anche i più screditati. È bastato inquadrare l'aula del Senato per vederli paonazzi in volto. O verdi di bile. Agitare il loro striscione «Governo ladro», all'indirizzo di Monti. Come se quaranta giorni fa non fossero proprio loro sui banchi del governo, a ridurre il paese sull'orlo del fallimento, corrodendone le fondamenta. E il più sguaiato di tutti era lui, Calderoli: «Noi senatori leghisti continuiamo a ritenere illegittimo questo governo e illegittima la maggioranza che lo sostiene; e a considerare il tutto come un colpo di stato».
Solo un problema di «modi»? Non proprio. A Palazzo Madama facevano gazzarra col fischietto in bocca, mentre a Montecitorio — sempre loro, i leghisti — evitavano, in un'aulaletta laterale, per l'ennesima volta, il carcere al boss campano del Pdl, Nicola Cosentino. Inutilmente, l'ex ministro dell'Interno Maroni aveva provato a convincere il suo rappresentante nella Giunta delle autorizzazioni della Camera a concedere quello che i magistrati campani chiedono ripetutamente da mesi.
Eppure, da ex titolare del dicastero in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, Maroni ne sa certamente qualcosa in più dell'oscuro on. Luca Paolini, sul ruolo dell'ex viceministro all'Economia. Indicato dai magistrati come referente politico dei Casalesi. Niente da fare. L'ordine di salvare il «soldato Cosentino» — o, quantomeno, di fargli passare Natale a casa — era partito da Bossi in persona. Dopo aver parlato con Berlusconi. Terrorizzato, quest'ultimo, che il suo deputato campano «vuoti il sacco», ha osservato Roberto Saviano. Che quei contesti conosce bene, e ha raccontato anche meglio.
«Nicola Cosentino non è l'ennesimo politico accusato di essere un uomo della camorra», scrive Saviano. «È la storia di Forza Italia e del Pdl in Campania. Dalle sue mani di viceministro all'Economia sono passati i finanziamenti della Comunità Europea. È un imprenditore e un politico influente in tutto il Mezzogiorno; non è quindi solo un politico locale. È presente nei grandi affari, quelli raccontati dall'inchiesta P3, è in grado di distruggere l'immagine dei suoi nemici politici, anche dello stesso partito (vedi affaire Caldoro e macchina del fango)».
Riusciranno i «moti senatoriali» a distogliere militanti leghisti e opinione pubblica dall'ennesimo scambio sottobanco tra Bossi e Berlusconi, in corso da un decennio?

Barricate verdelega


Meglio prendere uno di due, o accontentarsi di niente? Chiedo scusa per la banalità della scelta, ma l'obiezione fiscale, annunciata dagli oltranzisti della Lega Nord contro la nuova Ici sulla prima casa (l'Imu voluta da Bossi), ci costringe anche a questo. A fare i cosiddetti «conti della serva», al posto degli amministratori del Carroccio che ci troviamo alla guida di non poche nostre città e di qualche nostra importante Regione.
I «federalisti alle vongole», come sono stati definiti più volte i Calderoli & C., s'erano acconciati a togliere ai Comuni l'unica tassa realmente federalista a vantaggio degli enti locali presente nel pur grande paniere di balzelli d'ogni tipo. Bisognava accontentare il loro socio politico. Che aveva vinto le elezioni del 2008 a man bassa, con la trovata di fare uno sconticino sull'abitazione di lusso anche ai suoi sodali milionari (Prodi aveva già esentato dal pagamento della tassa i redditi più bassi).
D'altronde, mentre i suoi colleghi dichiaravano guerra aperta alla reintroduzione dell'Imu — da spartire a metà, d'ora in avanti, tra Stato dissestato e Comuni boccheggianti — il sempre esplicito eurodeputato leghista Matteo Salvini ieri, a "L'Infedele" di Gad Lerner, l'ha detta papale papale: «Quando eravamo al governo non bisognava chiedere soldi sulle frequenze tv perché Berlusconi aveva i suoi interessi».
E così tre o quattro miliardi di euro, di uno Stato sull'orlo del fallimento, sarebbero stati regalati agli editori televisivi, in primis Mediaset, in un colpo solo, per non disturbare gli interessi di Berlusconi. E l'unico introito certo dei Comuni era stato intanto tolto di brutto ai sindaci, per compiacere sempre lui. Con Calderoli & C. girati dall'altra parte. Grandi combattenti sempre, con lo spadone (cosiddetto federalista) o senza.

Casale, un morto 10.764 euro

Nel conteggio mancano le 47 vittime di tumore alla pleura aggiunte nel 2011. E le altre che si aggiungeranno negli anni a venire. Un ulteriore sconto per il "filantropo" svizzero Stephan Schmidheiny, a cui 18 milioni di euro fanno un solletico. E lo fanno anche al coimputato De Cartier de Marchienne, il barone belga che ha appena compiuto cent'anni.
Qualcuno potrà pensare che, in fondo, quei milioni serviranno alla bonifica della ex Eternit. Ma la bonifica è stata già finanziata dalla Regione, ha ricordato sul Corriere della Sera Marco Imarisio. Ed anche il bilancio comunale è fra i più floridi del Piemonte. E allora perché alleggerire le responsabilità civili dei dirigenti della multinazionale, al corrente dei rischi a cui esponevano i loro dipendenti cinquant'anni prima di finire sul banco degli imputati?
Possiamo accettare tutte queste infamie senza fare nulla? «Giustizia prima dei soldi» hanno detto venerdì notte i familiari delle vittime assediando a centinaia il municipio di Casale mentre sindaco e giunta (Pdl-Lega) accettavano la squallida transazione. Non hanno ragione?

Lo zio di Bonanni

Ce lo avesse detto prima, sarei andato a trovarlo, per chiedergli di spiegare al nipote più preparato — lui che non capisce un'acca di economia — che Marchionne da tre anni mena il can per l'aia davanti al naso di lavoratori sindacati e governo. E gli avrei chiesto — sempre a lui, lo zio ignorante — di frenare lo slancio del nipote nei suoi abbracci con Maurizio Sacconi, il peggior ministro del Lavoro della storia repubblicana. Col quale il capo della Cisl ha concordato ogni mossa per isolare le lotte della Cgil contro tutte le iniquità del governo Berlusconi.
E poi, sempre lo zio di Bonanni — non capendo nulla di economia — avrebbe potuto spiegare al nipote anche come trattare con Marchionne. «Non è rinunciando ai diritti dei lavoratori, Raffaè, che la Fiat progetterà nuove auto e produrrà quelle giuste per battere la concorrenza. Sient'ammè, senza soldi in saccoccia non si comprano macchine, né nostrane né forestiere». Sono certo che lo zio digiuno di tecnologia e mercati lo avrebbe fatto.
Comunque, meglio tardi che mai. Sappiamo che Bonanni ha un parente, ignorante ma saggio. All'occorrenza, può tirare dalla giacchetta il nipote un po' scapestrato (benché stagionato). E per ora ci basta.

Veleni del «ventennio breve»

«Dobbiamo essere tutti più buoni, volerci più bene». «Non c'è nessuna differenza tra bianchi, gialli o neri». È il dialogo colto al volo ieri mattina su un autobus a Firenze. La prima a parlare è una signora anziana, toscana, bianca. La seconda una signora più giovane, i capelli crespi, pelle nera. Si capisce subito, da come parla e guarda la sua interlocutrice, che la più giovane è abituata a prendersi cura degli altri, forse di qualche altra anziana toscana. Si avvicina un terzo signore. Domanda quando si faranno i funerali. «Saranno portati tutti e due in Senegal, quando firmeranno tutti i permessi», risponde la giovane di colore.
Ripenso a questa scena, mentre a Firenze comincia il corteo contro il razzismo, per ricordare Samb, Diop, Moustapha, Sougou e Mbenghe, morti e feriti del raid nazista di martedì. Alla manifestazione ci sono tantissimi senegalesi, venuti qui da tutt'Italia. E poi associazioni e partiti multicolori. Basterà essere «più buoni», come auspicava sinceramente ieri la signora dell'autobus? Sarà sufficiente accettare le nostre diversità e basta, per cambiare le cose?
Per andare alle radici della strage di Firenze, o del rogo nel campo rom a Torino, serve altro. Sostiene Roberta De Monticelli: «In questo paese bisogna ripartire dalla rifondazione del senso della cittadinanza, oggi completamente distrutto da una cultura dello scetticismo radicale rispetto a tutto ciò che è moralità pubblica, che significa rispetto delle regole elementari della convivenza, anche con le persone che accogliamo, estraneità ad ogni discriminazione, affermazione della legalità, difesa dell'onorabilità di ogni persona».
«Bisogna ridefinire alla radice i confini dell'etica pubblica», aggiunge la professoressa di Filosofia della persona. «Se io dico scientemente delle falsità, quelle si possono chiamare opinioni? Bene, le tesi razzistiche non sono opinioni, ma dimostrate falsità. E nel campo pubblico, per ogni affermazione che viene fatta deve essere avanzata anche una dimostrazione, un impegno a dimostrare quel che si dice. Altrimenti si esce dal campo della verità. Ed è questo il vero reato, che invece in questo quasi ventennio è diventato la regola del vivere civile».
Vengono in mente bugie e falsità apparecchiate dai tanti talk show del nostro ventennio breve. Ammantati di pluralismi apparenti, in cui la realtà scompare lasciando il campo alle chiacchiere tossiche (e non solo sugli immigrati). La «riscossa della verità» dovrebbe essere guidata dalle istituzioni, aggiunge De Monticelli, intervistata su la Repubblica di Firenze. Serve un atteggiamento chiaro e limpido «che faccia dimenticare la triste era dei ministri che passeggiano coi porci al guinzaglio, ruttano e mostrano il dito medio». Cattedre che hanno portato «la gente a disprezzare lo Stato», inducendo «il prevalere delle più animali pulsioni di autodifesa», e «l'odio per le regole della vita associata, per i rapporti normali, che poi vuol dire normati...». «Usciamo da quasi un'era di barbarie spettacolarizzata dal potere stesso, e questi sono i risultati».
Un corteo non servirà a invertire tutto questo. Ma aiuta. Senza stupidi colpi di testa.

Per Samb, Diop e gli altri

Mi piace pensarlo. E metterlo per iscritto. Sarebbe l'omaggio più bello a Samb Modou e Diop Mor (uccisi in piazza Dalmazia a Firenze), se la manifestazione della comunità senegalese replicasse, più in grande, la lezione di ferma compostezza del giorno della strage cui ho assistito sotto la Prefettura della città. E sarebbe anche il conforto più grande per Moustapha Dieng, Mbenghe Cheike e Sougou Mor mandati in ospedale, due in fin di vita e l'altro con le ossa spezzate dai colpi della 357 Magnum, dal killer nazista suicidatosi subito dopo.
Se lo prenderanno loro, i senegalesi, il compito di aprire domani il corteo fiorentino che si annuncia grande. Percorreranno le strade del vigliacco «tiro a segno» sugli uomini di colore. E rivendicheranno diritti umani e partecipazione sociale dopo il terrore scatenato contro il colore della loro pelle: «una manifestazione che segni un cammino nuovo», ha scritto il coordinamento dei senegalesi. A seguire ci saranno, alle loro spalle, associazioni, centri sociali e partiti. Ed anche qualche testa calda.
Ecco, mi farebbe piacere se, all'occorrenza, replicassero la scena di martedì sera. A fermare i più esagitati, tre ore dopo il secondo raid razzista, erano stati loro stessi: e le teste calde — l'ho visto coi miei occhi — avevano una pelle diversa dal colore delle mani che li stavano bloccando.
Di lì a poco si sono riuniti tra il Battistero e il sagrato del Duomo. A condividere assieme dolore e preghiere. Non a «lasciarci il loro piscio musulmano», come scrisse Oriana Fallaci in una delle sue più orride invettive razziste. A supporto del suo furente «scontro di civiltà». Quello che fa da alibi (cosiddetto «culturale») a ferocia, idiozie e disprezzo che hanno insanguinato i mercati di Firenze. E attizzato la periferia di Torino.

Firenze, non un giorno qualsiasi

imageFirenze s'è svegliata senza strilli. Mi riferisco alle locandine dei giornali nazionali. Attraverso la città di buon'ora. Nessuno ha messo il titolo d'apertura sulla strage al mercato di piazza Dalmazia, ieri all'ora di pranzo. Fossero stati bianchi, Diop Mor e Samb Modou, anziché senegalesi, i miei colleghi oggi avrebbero fatto lo stesso?
«Non c'è razzismo vero e proprio, ma non ci sono più valori umani». Chi l'ha detto? «Nessuno ti saluta quando esci di casa, gli italiani si stanno impoverendo e ci vedono come dei nemici perché non hanno più valori». Adesso è più chiaro? Forse no. È Mamadou a parlare, senegalese anche lui. Fa l'ambulante, come gran parte dei suoi amici.
Un'altra scena, ancora stamane. In un supermercato di periferia hanno abbassato le luci. Gli altoparlanti annunciano un minuto di silenzio. «Bisognerebbe avere momenti per riflettere anche in giorni normali, magari queste cose non succederebbero», ha detto una studentessa. No, non è affatto un giorno normale questo. Né a Firenze né altrove.

Firenze chiama Oslo?

Sparatoria in piazza Dalmazia, due mortiSirene a tutto spiano. Ero a un tiro di schioppo, attorno a mezzogiorno e mezza, quando a Firenze un nazista di Pistoia (questo l'ho saputo dopo) ha sparato su un gruppo di ambulanti senegalesi a piazza Dalmazia. Ne ha ucciso subito due, altri due li ha feriti gravemente. Poi s'è spostato al mercato di San Lorenzo. Ne ha ferito altri due. Una piccola Oslo in sedicesimo, solo più artigianale. Braccato dalla polizia, il killer neofascista s'è ucciso in un parcheggio sotterraneo, al contrario del killer nazi norvegese.
Tutto questo lo avrete già sentito ai tg di stasera. Non era per questo che scrivo. Digito questo post per raccontarvi l'indignata compostezza con cui gli immigrati fiorentini si sono riuniti davanti alla Prefettura della città. Un silenzio attonito su un piccolo mare di teste nere, solo nere. Stanno sotto le finestre del Palazzo del Governo (mi trovo lì in quel momento), a due passi dal campanile di Giotto, appena sotto la Cupola del Brunelleschi, mentre attorno prosegue lo shopping. Questo ho visto tre ore fa a Firenze.
Sparatoria in piazza Dalmazia, due mortiC'era chi, piegato sulle ginocchia, si teneva la testa fra le mani. Le dita a coprire le lacrime. C'erano centinaia di ragazzi di colore con lo sguardo impietrito. «Perché?» avranno continuato a chiedersi. Perché un odio così furente, cieco, crudele. Cosa sta diventando l'Italia? Tre giorni fa il rogo alle baracche rom delle Vallette, a Torino. Oggi la carneficina a strascico, nel cuore più nobile di Firenze.
In tv, ho appena udito il ministro Andrea Riccardi annunciare la sua visita domani, prima in Toscana poi in Piemonte: «per far sentire la presenza dello Stato italiano a fianco delle vittime del razzismo». Devo registrare un'intervista sullo smog a Firenze col presidente della Toscana, concordata prima della strage. Ancora scosso, Enrico Rossi mi racconta l'incontro appena avuto con la comunità senegalese per portare la partecipazione della Regione al lutto degli immigrati, accolto dal silenzio sgomento di chi ha già detto tutto con gli occhi umidi.
Istituzioni finalmente presenti accanto alle vittime dell'intolleranza, cittadini risucchiati nell'indifferenza? A parte la solita Caritas, il solito don Ciotti.

Gli «imprenditori della paura»

Riccardi: un raid che rimanda ai tempi bui della storia«Scusatemi. Ho visto in tv le immagini delle fiamme al campo nomadi e mi sono sentita male. Mi vergogno da morire: mi sono resa conto solo ora di quel che è successo»: sono state le ceneri di poche e povere cose vicino a casa sua a far crollare il muro di bugie di 'Sandra' (è il nome di fantasia dato dalla stampa alla sedicenne vera) che s'è inventata uno stupro per nascondere la sua "prima volta". Attizzando, sabato notte, il raid razzista alla periferia torinese, tra l'avveniristico Juventus Stadium e il carcere delle Vallette.
Perché una ragazzina, a Torino, nel 2011, preferisca apparire vittima di una violenza sessuale, agli occhi del mondo, piuttosto che confessare, ai genitori, di non essere più illibata, è oggetto già di ampio dibattito attorno ad arcaicità delle relazioni personali e oppressione familiare. Perché si armi, in un battibaleno, una «spedizione punitiva» nel quartiere popolare di una città civilissima, merita una riflessione — se possibile — persino più cruda.
Le cronache riferiscono che i «vendicatori» abbiano appiccato il fuoco incappucciati. Scene da "Mississippi Burning". Per fortuna senza croci in testa. Odio allo stato puro, quindi. Senza vittime solo per caso. Qualcuno aveva avvisato i Rom, e loro s'erano messi in salvo, bambini in braccio.

Rogo al campo rom, rischio escalation«La prima a cantare è la gallina che ha fatto l'uovo», usa dirsi ancora nelle campagne. E, difatti, fra i primi a giustificare il rogo, è stato l'europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio. Dieci anni fa fu lui ad incendiare i giacigli degli immigrati sotto alcuni ponti della periferia. Fu condannato ed ha continuato lo stesso a predicare bellamente intolleranza e linciaggio. Al sicuro, nel parlamento di Strasburgo.
Fino a quando pagheremo lo stipendio a questi «imprenditori della paura»? È una domanda che non richiede l'approfondimento di grandi esperti per ricevere una risposta.

La frana sui supermercati

C'era già stata una prima frana sul supermercato Lidl di Zumpano, alle porte di Cosenza giusto un anno fa. Il 2 marzo 2011 un secondo crollo, alle 7.30 del mattino. Una strage scongiurata per puro caso. I clienti sarebbero arrivati di lì a poco. Eppure, anziché mettere in sicurezza l'area e sgomberare gli edifici a rischio, si continua a costruire lungo il fiume Crati. Sabato 12 novembre, un mese fa, è stata inaugurata una multisala. Sarà frequentata da migliaia di persone. Era già finita sotto il fango nel novembre 2010 (si intravvede nel filmato che segue).
Il sindaco che parla nel video (girato a marzo di quest'anno, trasmesso su Rai 3 da "Ambiente Italia", e allegato a questo post) ha finito, intanto, il suo secondo mandato. È stato sostituito ...dalla moglie. Tutte le autorità continuano a guardare da un'altra parte. A cominciare dalla magistratura, investita da esposti e denunce di geologi allarmati dal pericolo. Deve scapparci per forza il morto?


Come un topo (hi-tech)

Alla notizia dell'arresto di Michele Zagaria, capo dei Casalesi, in un buco hi-tech sottoterra, il parroco di Capapesenna, don Luigi Menditto, ieri ha dichiarato: «Per me che sono un sacerdote, Zagaria è un parrocchiano come gli altri al quale portare il Vangelo». Carità cristiana e basta?
Sentite, invece, cosa diceva dei camorristi un altro sacerdote, don Peppe Diana, ucciso dai Casalesi (forse per ordine dello stesso Zagaria) mentre si accingeva a dir messa il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico: «Fate decenni di carcere per raggiungere un potere di morte; guadagnate montagne di denaro che investirete in case che non abiterete; investirete in banche dove non entrerete, in ristoranti che non gestirete, in aziende che non dirigerete; comandate un potere di morte cercando di dominare una vita che consumate nascosti sottoterra, circondati da guardaspalle; uccidete e venite uccisi in una partita di scacchi il cui re non siete voi ma coloro che da voi prendono ricchezza facendovi mangiare l'uno con l'altro, fin quando nessuno potrà fare scacco e ci sarà una sola pedina sulla scacchiera, e non sarete voi. È giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra».
Fino a quando ci sarà una doppia Chiesa come un doppio Stato, con pesi e parole diverse per pesare e chiamare le stesse cose, la battaglia contro i poteri criminali sarà difficilissimo vincerla. Oggi però gioiamo. E ricordiamo — con questo reportage, trasmesso sabato 26 dicembre 2009 su Rai 3 da "Ambiente Italia" — chi, in nome di don Peppe Diana, continua la sua battaglia, nelle terre che hanno fatto da scudo alla latitanza di Michele Zagaria.


Minzulpop è alla frutta

Minzolini a giudizio per peculato Rai parte civile per danno d'immagineCon la coda dell'occhio, in transito all'aeroporto di Fiumicino, leggo questo titolo sul monitor di una tv commerciale: «Minzolini, un complotto per farmi saltare». Testuale, come il suo dante causa. Il check-in incombe. Non ho tempo di sentire altro. Immagino che il «direttorissimo» del Tg1 (vocabolario di Silvio suo) sia stato rinviato a giudizio dalla magistratura. Per peculato. Nell'uso personale della carta di credito aziendale. 
Vi ricordate? L'inchiesta giudiziaria era partita per abuso dei soldi di un'azienda pubblica che lo gratifica già di un vertiginoso stipendio. Ben oltre le sue qualità professionali e il suo merito (caduta verticale d'ogni credibilità e perdita di telespettatori a vista d'occhio).
Quando uscì la notizia delle sue note spese luculliane, feci una semplice divisione: il totale diviso i giorni d'uso della carta. Venne fuori la cifra di 256 euro di pasti al giorno. Natale e Pasqua compresi. Con spuntini a Marrakesh (falafel o couscous?).
È un mistero della fede che uno squalo come lui — con quelle ganasce — sia ancora sulla sedia di direttore di un tg del servizio pubblico radiotelevisivo. E non possiamo manco più dire «del più grande telegiornale italiano». Con lui al comando, oggi non è vero neanche più questo.
Chiudono le porte della cabina, bisogna spegnere i cellulari. Ne riparliamo.

Russia, piccoli zar perdono

▇ Ha perso anche lui, l'«amico Vladimir». Scendendo sotto la soglia del 50%, Putin ha ancora la maggioranza relativa della Duma. Ma la sua creatura, «Russia Unita» — sua e del suo assistente di campo Dmitrij Medvedev —, non sarà più padrone assoluto del gioco parlamentare. Il piccolo zar forse ce la farà lo stesso a farsi incoronare al vertice dello Stato nel 2012 per sei anni e poi altri sei anni ancora, fino al 2024. Cumulando un potere complessivo da fare invidia agli ultimi capi dell'ex Unione Sovietica. Essendo divenuto più debole, sarà ora anche più feroce con gli oppositori? Staremo a vedere.


Le lacrime e il sangue

La manovra  : stretta a pensioni,   Irpef immutata     Monti: "Tagli a politica, trasparenza sui redditi"


▇ Con le lacrime della ministra del Lavoro e della Previdenza sociale in diretta mondiale, è chiaro a tutti chi pagherà il prezzo più iniquo. Cosa ci guadagnerà il bilancio dello Stato e l'economia del paese dal mancato recupero del costo della vita, per un pensionato che riceve tra 486 e (mettiamo) 1000 o 1500 euro al mese? Brutta storia.
La ministra Elsa Fornero, con la sua umanissima fragilità, ha reso intensa e toccante una conferenza stampa del governo sulla manovra «salva Italia» — come l'ha definita il premier Monti —, altrimenti più che gelida, già nei marmi sepolcrali della sala. Le sue lacrime restituiscono serietà e responsabilità ad una politica troppo spesso cialtrona e «cinematografica», come l'ha definita ieri spregiativamente il New York Times riferendosi alla stagione berlusconiana. Una Quaresima dopo il carnevale. Non cancellano, però, quelle lacrime, una plateale ingiustizia. Vissuta come tale dalla stessa ministra? Un'ingiustizia che sanguina, dalla carne viva delle persone normali. Quelle che fanno la spesa, badando al centesimo, tutti i giorni. Da oggi, con l'aumento dell'Iva anche sui beni di prima necessità.
Se il parlamento — nella conversione in legge del decreto — avesse forza e coraggio per correggerla, quel poco di buono che c'è nella manovra sarà più credibile. Qualcuno saprà provarci? Deputati e senatori che dovranno approvarla sono gli stessi di un mese fa, quando votavano ancora la fiducia a Berlusconi. Questo lo sappiamo. Ma almeno provateci, non dico ABC (Alfano Bersani Casini), quanto meno BDV (Bersani Di Pietro Vendola). Tagliate — in alternativa, a somma zero — qualche vero privilegio. O dovremo accontentarci delle lacrime della Fornero e del sangue dei pensionati?
■ (giovedì 4 dicembre 2011)



Tra carbone e bergamotto

Impianti super-inquinanti il conto è 102-169 miliardi▇ Potrebbe mettere a rischio anche la coltivazione del bergamotto, la grande centrale a carbone progettata dalla multinazionale Repower a Saline Joniche. L'impianto dovrebbe sorgere nell'area ex Liquichimica, una cattedrale nel deserto industriale della Calabria, per la quale furono assunti 500 dipendenti. «Rimasero in cassa integrazione per 23 anni, dal 1970 ai primi anni Novanta», ci racconta Mimmo Romeo, della Pro Loco. Dovevano produrre bioproteine sintetiche da dare agli animali. Bistecche dal petrolio, si strombazzò con enfasi per anni. Le bioproteine erano cancerogene e non ne se produsse manco un chilo.
Ora l'ipotesi del carbone: «Una prospettiva, i fumi e le ceneri della centrale, che atterisce. Per la salute umana, col rischio tumori, e per le nostre coltivazioni agricole», ci dice il presidente di Assoberg. L'avvocato Ezio Pizzi, a capo di 400 produttori associati di bergamotto, ci mostra la piantagione di questo agrume impiantata dalla bisnonna marchesa, quando Garibaldi non aveva ancora varcato lo Stretto di Messina. 
L'inquinamento provocato dalle micropolveri del carbone è una preoccupazione più che fondata per le migliaia di famiglie che vivono coltivando bergamotto, e abitano nei dintorni dell'impianto progettato dalla multinazionale svizzera. L'esperienza negativa fatta attorno alla centrale Enel di Cerano a Brindisi, o a Vado Ligure vicino Savona, è lì a dimostrarlo. 
Per dar frutti, il bergamotto ha bisogno di condizioni climatiche particolari. Che sarebbero alterate — irrimediabilmente — dalle grandi emissioni di anidride carbonica e vapori. «Sul pianeta, il microclima adatto al bergamotto con 356 componenti chimiche accertate esiste solo negli 80 chilometri di costa jonica, tra Reggio Calabria e Bovalino», insiste Pizzi. Già sull'altra sponda dello Stretto, le piante di bergamotto crescono nei vivai ma, messi in campo, non producono niente. Usati in cosmetica e nella preparazione dei profumi, con interessanti prospettive anche in medicina, gli oli essenziali di bergamotto hanno un valore di mercato molto elevato. «Con 11 chili di oli, a metà degli anni Sessanta, mio padre mi comprò la prima Fiat 500», ricorda l'avvocato Pizzi. 
Ci fu poi la crisi ventennale del settore. Da tre anni la rinascita, con la conquista della «Dop», la denominazione d'origine protetta, concessa per la prima volta dall'Unione europea a un prodotto non destinato direttamente all'alimentazione umana. Un recupero economico prezioso in un'area socialmente depressa. Che la centrale elettrica può mandare gambe all'aria. Tanto da indurre ambientalisti (guidati da Nuccio Barillà di Legambiente) e imprenditori agricoli a portare la protesta contro il progetto Repower fino in Svizzera. 
Nel miliardo e 200 milioni di euro investiti per bruciare carbone a due passi dai centri abitati e dagli agrumeti ci sono, difatti, capitali pubblici del Canton Grigioni. Le cui autorità — contrarie al carbone in patria — sarebbero state all'oscuro delle proteste in Calabria, conferma l'avvocato Loris Nisi, ex sindaco di Montebello Jonico, comune capoluogo di Saline. 
Qui sotto il reportage appena trasmesso su Rai 3 da "Ambiente Italia". 


Link:
http://ambienteitalia.blog.rai.it/le-puntate-2/
■ (mercoledì 3 dicembre 2011)


L'informazione, come l'acqua

▇ «L’informazione è come l’acqua, deve essere di tutti». Comincia così il manifesto «Riprendiamoci la Rai» lanciato dal sindacato dei giornalisti del Servizio pubblico radiotelevisivo. L’iniziativa nasce all’indomani della vittoria dei Sì ai quattro referendum di giugno. «È in quel momento che ci è venuto in mente che anche l’informazione della Rai doveva essere trattata alla stregua di un bene comune, come l’aria o l’acqua, un diritto fondamentale che la politica ha il preciso dovere di garantire ai propri cittadini», ha spiegato il segretario nazionale dell'Usigrai Carlo Verna, presentando l'iniziativa.


Primi firmatari del manifesto:
Valerio Onida (presidente emerito Corte Costituzionale)
Ferruccio de Bortoli (direttore Corriere della Sera)
Dario Fo (premio Nobel per la letteratura)
Franca Rame (attrice teatrale)
Stefano Bollani (musicista)
Bruno Pizzul (giornalista sportivo)
Bruno Bosco (economista Università Bicocca)
Daniele Checchi (economista Università Statale)
Franco Scarpelli (giuslavorista)
Piero Bassetti (presidente Globus et Locus)
Daniele Biacchessi (scrittore e autore di teatro civile)
Bice Biagi (giornalista)
Piero Colaprico (giornalista e scrittore)
Antonio Pizzinato (presidente Anpi Lombardia)
Moni Ovadia (autore teatrale)
Ottavia Piccolo (attrice teatrale)
Letizia Gonzales (presidente Ordine giornalisti Lombardia)
Luigi Pagano (provveditore alle carceri lombarde)
Dori Ghezzi (musicista)
Alessandra Kustermann (medico)
Cristina Cattaneo (medico legale)
Piero Modiano (presidente Nomisma)
Nando Dalla Chiesa (docente Università Statale)
Don Virginio Colmegna (presidente Casa della Carità)
Lella Costa (attrice teatrale)
Enrico Bertolino (conduttore televisivo)
Gianni Barbacetto  (giornalista e scrittore)
Benedetta Tobagi (scrittrice e conduttrice radiofonica)
Giuseppe Turani (giornalista)
Mario Fezzi (avvocato)
Armando Spataro  (magistrato)
Alberto Martinelli ( docente universitario)
Susanna Mantovani ( prorettore Università Milano Bicocca)
Loris Mazzetti (scrittore e regista)
Eugenio Finardi (musicista)
Umberto Veronesi (medico e presidente Ieo)
Gianni Bottalico (presidente Acli Milano - Monza Brianza)
Roberto Vecchioni (musicista)
Daria Colombo (giornalista e scrittrice)
Gianni Cervetti (presidente Fondazione Orchestra Verdi)
Gigi Pizzi (medico e vicepresidente Azione Cattolica Ambrosiana)
Elio De Capitani (direttore Teatro dell’Elfo)
Andrea Sironi (docente Università Bocconi)
Gabriele Porro (giornalista)
Benedetta Barzini (giornalista)
Debora Villa (attrice)
Ida Regalia (sociologa Università Statale)
Corrado Stajano (giornalista e scrittore)
Bruno Ambrosi (giornalista)
Don Gino Rigoldi (cappellano carcere minorile Beccaria)
Francesca Zajczyk (sociologa Università Bicocca)
Sergio Escobar (direttore Piccolo Teatro Milano)
Patrizia Spadin (presidente Aima - associazione malattia di Alzheimer)

Ecco, di seguito, il testo integrale:
«Vogliamo un servizio pubblico radiotelevisivo che:
• garantisca il diritto fondamentale all'informazione e alla cultura, che persegua gli interessi dell'intera collettività, e non quelli di una parte;
• parli di un'Italia vera, fatta di uomini e donne che ogni giorno si impegnino nella famiglia, nel lavoro, nella scuola; che racconti i fatti senza enfatizzarli e non dia spazio alla morbosità di chi sta seduto a guardare;
• creda nell'intelligenza del pubblico, nella sua capacità di riconoscere e premiare sempre la qualità di ciò che viene offerto;
• abbia lo sguardo aperto sul mondo e una conoscenza approfondita dell'Italia delle regioni e delle città; che sappia cogliere e interpretare i segnali del cambiamento e farsi carico dei problemi della convivenza e dell'integrazione;
• dia strumenti per comprendere e non abbia mai paura di mettere a confronto idee e valori; che favorisca il dialogo tra le generazioni;
• sia fondato su una legge che nella scelta dei vertici dell'azienda dia più spazio alla società civile e impedisca le spartizioni dei partiti;
• abbia giornalisti, autori, programmisti «con la schiena dritta», che raccontino i fatti con parole proprie, mai sotto dettatura di altri, consapevoli di dover rendere conto a tutti, oltre che alla propria coscienza;
• sappia sviluppare modelli editoriali originali e propri, senza inseguire le logiche della Tv commerciale; sia laboratorio di sperimentazione e di innovazione nelle nuove e diverse forme di comunicazione.
Un servizio pubblico gestito senza sprechi, che possa contare su risorse certe e adeguate ai compiti che deve assolvere».
Le adesioni si raccolgono sul sito http://www.riprendiamocilarai.it/
In programma iniziative pubbliche nelle principali città italiane. A Milano s'è già svolta un'assemblea al Circolo della Stampa mercoledì 30 novembre. Al Maschio Angioino di Napoli l'incontro è programmato per martedì 7 dicembre alle 10.30. A Torino l'assemblea si svolgerà lunedì 12 dicembre nell'Aula Magna del Politecnico alle 21.
■ (martedì 1 dicembre 2011)