Veleni del «ventennio breve»

«Dobbiamo essere tutti più buoni, volerci più bene». «Non c'è nessuna differenza tra bianchi, gialli o neri». È il dialogo colto al volo ieri mattina su un autobus a Firenze. La prima a parlare è una signora anziana, toscana, bianca. La seconda una signora più giovane, i capelli crespi, pelle nera. Si capisce subito, da come parla e guarda la sua interlocutrice, che la più giovane è abituata a prendersi cura degli altri, forse di qualche altra anziana toscana. Si avvicina un terzo signore. Domanda quando si faranno i funerali. «Saranno portati tutti e due in Senegal, quando firmeranno tutti i permessi», risponde la giovane di colore.
Ripenso a questa scena, mentre a Firenze comincia il corteo contro il razzismo, per ricordare Samb, Diop, Moustapha, Sougou e Mbenghe, morti e feriti del raid nazista di martedì. Alla manifestazione ci sono tantissimi senegalesi, venuti qui da tutt'Italia. E poi associazioni e partiti multicolori. Basterà essere «più buoni», come auspicava sinceramente ieri la signora dell'autobus? Sarà sufficiente accettare le nostre diversità e basta, per cambiare le cose?
Per andare alle radici della strage di Firenze, o del rogo nel campo rom a Torino, serve altro. Sostiene Roberta De Monticelli: «In questo paese bisogna ripartire dalla rifondazione del senso della cittadinanza, oggi completamente distrutto da una cultura dello scetticismo radicale rispetto a tutto ciò che è moralità pubblica, che significa rispetto delle regole elementari della convivenza, anche con le persone che accogliamo, estraneità ad ogni discriminazione, affermazione della legalità, difesa dell'onorabilità di ogni persona».
«Bisogna ridefinire alla radice i confini dell'etica pubblica», aggiunge la professoressa di Filosofia della persona. «Se io dico scientemente delle falsità, quelle si possono chiamare opinioni? Bene, le tesi razzistiche non sono opinioni, ma dimostrate falsità. E nel campo pubblico, per ogni affermazione che viene fatta deve essere avanzata anche una dimostrazione, un impegno a dimostrare quel che si dice. Altrimenti si esce dal campo della verità. Ed è questo il vero reato, che invece in questo quasi ventennio è diventato la regola del vivere civile».
Vengono in mente bugie e falsità apparecchiate dai tanti talk show del nostro ventennio breve. Ammantati di pluralismi apparenti, in cui la realtà scompare lasciando il campo alle chiacchiere tossiche (e non solo sugli immigrati). La «riscossa della verità» dovrebbe essere guidata dalle istituzioni, aggiunge De Monticelli, intervistata su la Repubblica di Firenze. Serve un atteggiamento chiaro e limpido «che faccia dimenticare la triste era dei ministri che passeggiano coi porci al guinzaglio, ruttano e mostrano il dito medio». Cattedre che hanno portato «la gente a disprezzare lo Stato», inducendo «il prevalere delle più animali pulsioni di autodifesa», e «l'odio per le regole della vita associata, per i rapporti normali, che poi vuol dire normati...». «Usciamo da quasi un'era di barbarie spettacolarizzata dal potere stesso, e questi sono i risultati».
Un corteo non servirà a invertire tutto questo. Ma aiuta. Senza stupidi colpi di testa.

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