L'ascensione di Mario


Monti “sale” e Ichino “trasloca”. Alla velocità della luce, tecnici e professori già somigliano un po’ troppo ai vecchi politicanti con lingua biforcuta

 Preceduta dagli effluvi dei turiboli d'Oltretevere, annunciata da L’Osservatore Romano e Avvenire, è arrivata, infine, l'ascensione di Monti. Manco a dirlo, a capo del Centro. Aallelujaa! Aallelujaa! Tanto forte il profumo d'incenso da indurre persino il prudentissimo Corriere della Sera ad accennare qualche timida torsione facciale. Non si starà piegando un po' troppo ai calcoli di Casini, alle irresolutezze di Montezemolo e alle urgenze troppo terrene di Bertone e Bagnasco?, ha finito per chiedersi — fra le righe, per carità — il giornale diretto da Ferruccio de Bortoli.
A questo punto, le domande più spinose se le sarà poste con dispiacere — è facile ipotizzarlo — il presidente della Repubblica. Fino all'ultimo momento utile, Giorgio Napolitano aveva provato a trattenere il premier dall'impegno diretto nell'agone elettorale. Col laticlavio senatoriale cucito su misura alla vigilia della "chiamata" a Palazzo Chigi tredici mesi orsono, il capo dello Stato poteva ragionevolmente pensare che Mario Monti potesse rimanere a riserva di nuovi alti incarichi. Persino a prendere il suo posto, al Quirinale.
Perché, allora, mettersi a capo di una fazione politica che, al netto dell'asserita «vocazione maggioritaria», punta realisticamente a rosicchiare margini di consenso un po' a destra e un po' a manca? Al più, gli osservatori smaliziati si spingono a ipotizzare un testa a testa di Monti e Berlusconi su chi prenderà il 20% dei consensi. E a rendere precaria — ecco l'effetto più probabile — una eventuale vittoria di misura del centrosinistra a Palazzo Madama.
Ne valeva la pena? Per il ridisegno della geografia politica italiana probabilmente sì, ne valeva la pena: un centro-destra a guida Monti (mica penserete che Montezemolo voglia diventare un post-dc?) è già un passo avanti notevole rispetto alla destra impresentabile di Berlusconi e Storace. Per la credibilità dell'uomo politico Monti, la pena non la valeva invece affatto. Per di più, tutti quelli che stanno oggi sotto il suo ombrello moderato sono gli stessi che sono rimasti acquattati fino all'altro ieri all'ombra del Cavaliere nero. Obiettivamente, non è granché.
Un debutto, quello dell'ex rettore della Bocconi, da leader di partito — per adesso si chiama in modo più fine, rassemblement — col naso di un nuovo Pinocchio appiccicato al volto. Stabilire se sia «sceso in campo» o «asceso in politica» è solo stucchevole marketing elettorale. È più rilevante chiedersi, piuttosto, se non siamo già arrivati, a grandi falcate, alla politique politicienne. Ancora con tutti i due piedi nel Pd, Pietro Ichino scriveva, ad esempio, buona parte della cosiddetta Agenda Monti, per poi traslocarvi dentro. Un altro professore con lingua biforcuta, dunque, alla dura prova dei fatti. Dispiace dirlo: almeno in questo, peggio dei vecchi politici politicanti. Nonostante l'esibita informalità di uomini comuni.
■ (sabato 29 dicembre 2012)


Il «rieccolo» e gli eterni «terzisti»


Riappare Berlusconi sulla scena elettorale e ricompaiono i tic dei commentatori “un po’ di qua un po’ di là”. Non sarà che la politica è immobile anche perché immobili sono tanti che la raccontano, indirizzandola?

 
Nella saga del “rieccolo”, di nuovo c’è solo la definizione di «mummia», affibbiata da Libération a Berlusconi. Alle solite tele-telefonate a Belpietro via Mediaset, ai servigi di Mimun via Tg5, alle sguaiataggini della Santanchè via ogni mezzo possibile purché respiri, si aggiungono gli arzigogoli dei soliti terzisti, via Corriere della Sera. Stucchevoli sermoni sull’antiberlusconismo d’accatto, mai distinguendo e prendendo posizione su chi dà o riceve gli schiaffi. In attesa permanente che il professor Monti, ex editorialista del giornale, decida il da farsi: leader del Centro o aspirante al Quirinale (le due cose, per di più, non sono affatto alternative). E poter schierare, così, appena possibile, il “Corrierone”.
Li avete letti, mercoledì 12 dicembre, gli articoli di Ernesto Galli della Loggia e di Pierluigi Battista? Uno a sinistra, all’apertura della prima pagina, al posto d’onore; l’altro in alto a destra, dove cade più facilmente l’occhio del lettore. Prendiamo quest’ultimo. Non potendosi attaccare a dichiarazioni ufficiali, ecco Battista rovistare nei social network: «una pentola d’isterismo, di panico incontenibile, una folla che urla con i forconi nel campo immateriale della Rete ma non per questo meno concitata e dissennata. Sperano che schizzi lo spread, tifano per la catastrofe pur di rintuzzare il Caimano». E ripropone la solita insalata di frasi fatte sul più comodo dei luoghi comuni. «Eccoci di nuovo qui ad assistere alla rissa gigantesca tra le due maschere sempre più invecchiate e sfatte di questo ventennio: il berlusconismo e l’antiberlusconismo». E nell’altro campo? Ci sono «i berlusconiani che con voce sempre più rauca ululano: “comunisti”, “complotto europeo contro Berlusconi”. Un delirio cospirazionista incrociato senza più freni», butta la palla in aria, alla fine, il notista affranto.
Al “rieccolo” damascato di Villa Gernetto di un mese e mezzo fa già l’ex ambasciatore Sergio Romano era caduto dal pero, auspicando un centro moderato che Berlusconi dovrebbe favorire e invece non quaglia. Evvabé. In questi racconti scontati, tutto è condito, al massimo, con qualche rimpianto per la mancata vittoria di Renzi alle primarie del Pd. «Negli Stati Uniti, il movimento dei Tea Party non pretende di dettare la linea al Partito democratico. Gli basta condizionare e magari conquistare il Partito repubblicano. In Italia, invece, si vorrebbe che il Pd diventasse liberista perché, come titola un fortunato pamphlet di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, il liberismo sarebbe di sinistra», ha scritto Massimo Mucchetti. Una «strana pretesa», questa dei liberisti italiani: «chiedere alla sinistra di fare la destra», ha richiamato nel titolo della sua analisi il giornale di de Bortoli martedì 4 dicembre. Parole quanto mai pertinenti.
Tornando ai nostri due eroi del giorno, più sottile — molto più sottile — di Battista (l’ex “sforbicino” de La Stampa, portato al Corriere da Paolo Mieli maestro del terzismo: “un colpo a destra e uno a sinistra, un po’ di qua un po’ di là”, sempre), è il professor Galli della Loggia. «Perché mai la Sinistra, così ricca di ottime amicizie fuori d’Italia, non trova modo di avvertire il Financial Times, l’Economist, le Monde, il presidente Schultz, e quant’altri, che a questo punto ogni loro bordata contro Berlusconi, lungi dal danneggiarlo ulteriormente, rischia invece di servire solo a farlo apparire come il coraggioso paladino in guerra contro l’arroganza straniera?», si chiede sgomento l’autorevole professore di Storia contemporanea.
Oddio, è altamente improbabile che Financial Times e The Economist si pieghino alle ragioni del Pd — non erano, fino a ieri, bibbie del capitalismo mondiale? —, facendogli da sponda politica. Può benissimo succedere ancora, invece, che la sinistra italiana si faccia male da sola, dando spazio gratuito alla «mummia» rediviva. In dieci anni, tra il 1998 e il 2008, lo ha fatto egregiamente ripetute volte. Con grande gioia dei berluscones, palesi o acquattati nei posti più svariati, purché influenti. E se invece non succedesse? Mamma mia, i Battista, i Galli della Loggia o i Romano (tutti inconsolabili liberali moderati), dovranno prendere posizioni più chiare e definite. Turandosi magari il naso, come nelle migliori tradizioni del Corriere. A loro — che non sono Montanelli — sarà consentito, però, turarsi anche solo la narice: quella destra o quella sinistra. A scelta. Possibilmente, bipartisan.
(giovedì 13 dicembre 2012)


A Taranto la salute non è d'acciaio


La Procura di Taranto ha contato 386 morti e 1421 malati di tumori e leucemie in tredici anni; negli ultimi quattro l'Ilva ha fatto invece 2 miliardi e mezzo di utili. Il braccio di ferro non è tra magistratura e politica, ma tra impunità connivenze istituzionali e legge: tra il “sistema Riva” la salute e la Costituzione italiana

 «La settimana scorsa ho diagnosticato due tumori al cervello a due bambini, uno di otto e l'altro di dieci anni», mi dice quasi sottovoce Giuseppe Merìco, primario nel reparto di pediatria dell'ospedale Santissima Annunziata a Taranto. «Dall'inizio dell'anno, sono già cinque — aggiunge —; un neonato di tre giorni aveva un tumore alla prostata. Tumore alla prostata, a tre giorni di vita», ripete davanti alla mia stupìta incredulità.

Prima che mercoledì 28 novembre alle 10.30 del mattino la tromba d’aria piegasse come fuscelli tralicci d'acciaio di 80 metri, il mio viaggio nel dramma della città dei Due Mari era cominciato così, a poche ore dalla chiusura dell’Ilva. «Una rappresaglia contro le decisioni della magistratura», mi dice un operaio davanti ai tornelli dell’acciaieria mentre un migliaio di suoi compagni di lavoro sono raccolti in assemblea di là dei cancelli.

La settimana s’era aperta all’alba di lunedì 26 con la retata della Guardia di Finanza. Sette arresti, fra cui un consulente della pubblica accusa, per essersi lasciato corrompere con diecimila euro dall’Ilva. E poi decine di indagati, fra cui il segretario del vescovo della città, per aver dichiarato il falso su cosiddette beneficienze.

Per far capire di che pasta è fatto il rampollo del ragionier Emilio Riva, padrone dell’acciaieria più grande d’Europa, il procuratore capo Franco Sebastio nella conferenza stampa cita un’intercettazione di Fabio Riva, l’ultimo ancora a piede libero: forse a Miami, forse a Santo Domingo, non si sa dove. «Due tumori in più? Una minchiata», scandisce il magistrato, leggendo un solo rigo delle 600 pagine dell’ordinanza del Gip Patrizia Todisco, dopo aver chiesto scusa alle giornaliste presenti per l’espressione scurrile dell’intercettato.

Il capo della Procura aveva appena citato anche altro. È questo il passaggio chiave delle argomentazioni del giudice per le indagini preliminari del Tribunale: «La salute e la vita umana sono beni primari dell'individuo, la cui salvaguardia va assicurata in tutti i modi possibili. Per cui [...] non si potrà mai parlare di un’esigibilità tecnica o economica quando è in gioco la tutela di beni fondamentali di rilevanza costituzionale quali il diritto alla salute. Al quale diritto alla salute lo stesso art. 41 della Costituzione condiziona la libera attività economica».

Eccola qui, la pietra dello scandalo del cosiddetto conflitto fra poteri dello Stato, tra governo e magistratura. Quella su cui il ministro dell’Ambiente Corrado Clini minacciò un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale alla vigilia di ferragosto. E ci va un bel coraggio a definire il sequestro della produzione d’acciaio effettuata dall’Ilva, violando le prescrizioni di un giudice, come un braccio di ferro del Gip col governo. Che a dirlo sia un ministro rende il quadro solo più grave.

Il cosiddetto “sistema Riva” ha prodotto, per capirci, 2 miliardi e mezzo di utili negli ultimi quattro anni, lasciando sul campo 386 morti e 1421 malati di tumori e leucemie, molti bambini: tanti ne ha contati, in tredici anni, la Procura di Taranto. Sono cifre di una guerra. E, anziché valutare come un assist l’inchiesta della magistratura per sfondare il muro di omertà e connivenze costruito dal sistema Riva a Taranto (e a Roma), il ministero dell’Ambiente l’assist lo dà, da mesi, alle resistenze della proprietà e dell’ex prefetto Ferrante messo a capo dell’azienda dal padrone italiano delle ferriere.

Per essere ancora più chiari. Nell’estate del 2011 il ministero dell’Ambiente rilasciò l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) fatta sotto dettatura, accusa la procura sulla base delle intercettazioni tra i capi dell’Ilva e i funzionari ministeriali. Il presidente della commissione Aia era Dario Ticali neo laureato all'istituto privato Kore di Enna, un ventinovenne esperto di ghiaia nelle pavimentazioni stradali. L’autorizzazione fu firmata dal ministro Stefania Prestigiacomo che aveva innalzato Ticali a così alta e immeritata responsabilità.

All’epoca Corrado Clini era direttore generale della Prestigiacomo. Pur non avendo responsabilità dirette nella procedura precedente, come ha affermato più volte, può il titolare dell’attuale dicastero ignorare cosa c’è alle spalle della protervia della famiglia Riva? Anche la nuova Aia, deliberata da lui stesso il 26 ottobre recependo le prescrizioni del giudice, è rimasta difatti lettera morta. Per un altro mese, mentre i veleni sono continuati a piovere sulla città e nelle falde idriche. Nessuna collaborazione vera dall’azienda, solo e sempre una sfida aperta all’inchiesta giudiziaria. Cosa doveva fare la magistratura lunedì 26 novembre se non sequestrare il corpo del reato? mi spiega a microfoni spenti il procuratore Sebastio. Poteva la procura chiudere gli occhi?

In effetti, istituzioni e organi d’informazione lo sguardo l’hanno volto quasi sempre altrove. Fino allo shock del primo sequestro e dei primi arresti domiciliari, il 26 luglio di quest'anno. Poi la seconda retata di quattro mesi dopo, e ora il decreto. «Una “legge ad aziendam” per dissequestrare l’Ilva senza bonificare? I tarantini si sentirebbero accerchiati, come a Saigon», ha osservato alla vigilia del Consiglio dei ministri il direttore dell'Arpa Puglia, Giorgio Assennato. In tal caso, ci dice il procuratore capo, la legge è legge e sarà applicata (l’Aia era invece solo un atto amministrativo, sottolinea Sebastio). Salvo probabili ricorsi alla Corte costituzionale.

Restano aperte allora tante altre domande. «Riva Group ha due stabilimenti anche in Germania e rispetta standard ambientali molto più severi dei nostri. Perché in Italia no?» mi chiedevano i delegati Fiom Francesco Bardinella, Ignazio De Giorgio e Francesco Brigati davanti alla fabbrica poco prima del tornado. «Il governo Berlusconi ha alzato i limiti europei alle emissioni di benzoapirene, cancerogeno e genotossico, anziché farli applicare», aggiunge Brigati.

Ed ora, come e più delle trombe di Gerico, la tromba d’aria ha percosso le mura dell’Ilva con la forza di un Eolo furioso inseguito da un Nettuno in collera. Una vendetta contro la hybris di un governo in cui il ministro dell’Ambiente sembra quello dell’Industria e quello dell’Industria si defila alla chetichella. A pensarlo sono oggi molti tarantini memori delle loro radici elleniche. Ed è nell’Italia di oggi che un ex prefetto firma ricorsi contro la magistratura per conto di una famiglia miliardaria, col padre agli arresti domiciliari e il figlio latitante.

Gli operai sono costretti invece a interrogarsi con angoscia sul prossimo stipendio. E i medici sulla prossima diagnosi. «È terribile dover comunicare ai genitori che il loro piccolo ha un tumore, guardarli negli occhi mentre ascoltano. Un lavoro ingrato», conclude il dottor Giuseppe Merìco, abbassando i suoi occhi davanti alla mia telecamera.

(sabato 1 dicembre 2012)


L'Europa ostaggio della Merkel

«Stai distruggendo la mia Europa»: nel 2011 Helmut Kohl apostrofò così la sua ex allieva. Disposta a tutto per essere rieletta, ancora un anno come gli ultimi due e avrà completato l'opera. L'ultimo exploit della Cancelliera tedesca in questi giorni sul bilancio comunitario 2014-2020

 
A questo punto dovrebbe essere chiaro ai più, se non a tutti. Fino all'autunno del 2013, l'Europa si aggirerà nei mari malmostosi della crisi economica continentale con un timone essenziale fuori uso. A ogni onda appena più alta, la nave comune rischia di sbattere contro uno scoglio affiorante. Fino a quando Frau Merkel non avrà tentato di tornare alla Cancelleria tedesca, sarà questa, purtroppo, la navigazione imposta a tutti gli europei a bordo. La controprova — per chi la cercava — è venuta dalla discussione di questa settimana sul bilancio comunitario 2014-2020. Tagli per 95 miliardi di euro, hanno ipotizzato i paesi nordici del continente, un blocco guidato dalla Merkel che ha fatto coppia, stavolta, col britannico Cameron dopo il disarcionamento di Sarkozy. Da «Merkozy» a «Camerkel» parliamo sempre di conservatori europei, e la sostanza non cambia: ancora benzina sulle piazze in fiamme, nuovi motivi per la crescente rabbia sociale.
L'opera distruttrice è stata consumata per intero nell'arcipelago dell'antica Ellade, riportando progressivamente la penisola del Peloponneso all'immediato dopoguerra, come tenore di vita e coesione sociale. Nuocendo, va ricordato, anche ai suoi sponsor in patria, accecati dalla voracità del colpaccio finanziario. All'inizio della china non ancora conclusa, la Cancelliera — di conserva col suo sodale Sarkozy, due "giganti" dell'europeismo d'accatto — impose ad Atene 7 miliardi di euro di commesse militari, il 18,2% in più rispetto al 2011. Armi made in Germany in cambio del via libera di Berlino ai prestiti europei per evitare il fallimento del Paese. Il rapporto Pil greco-spese militari per un popolo già alla fame balzò così a un ignobile 3%, secondo solo a quello degli Stati Uniti d'America. Altri 4 miliardi e 400 milioni di forniture per l'esercito e la marina greca furono imposti da Parigi. Era l'autunno del 2010. Oggi i greci non hanno pane, non possono pagare le bollette elettriche ma hanno fregate e sommergibili nuovi fiammanti.
Una pazzia assoluta, che gli osservatori più attenti catalogarono fra i ricorrenti episodi di «telecolonialismo», un colonialismo a distanza che va sostituendo l'occupazione manu militari dei territori, oggi fuori moda. Ogni legame solidale all'interno dell'Unione Europea è stato, quindi, incrinato se non distrutto. I responsabili della bolla speculativa ellenica (alimentata dall'accecante luccichìo delle Olimpiadi di Atene 2004) e dei conti pubblici truccati sono stati "messi in ombra" (per così dire) dal via vai dei tecnici della troika (Ue-Bce-Fmi) tra Bruxelles Francoforte Washington e Atene. E gli evasori milionari greci hanno potuto trasferire, comodamente, i loro soldi mal guadagnati nei paradisi fiscali.
Cosa ci ha guadagnato invece la Germania, in tutto questo affannarsi della Cancelliera tedesca [nella foto in alto faccia a faccia ad Atene a metà novembre col premier greco Samaras]? Cambio favorevole marco-euro, «pace sociale» per spingere sull'innovazione produttiva e differenziale vantaggioso sui tassi d'interesse tra Nord e Sud Europa (mille miliardi guadagnati in meno di dieci anni, con cui pagare agevolmente i debiti della propria unificazione): tutto questo Frau Merkel se l'è trovato scodellato già sul tavolo. Merito solo dei suoi predecessori, Schröder e Kohl. Fatte tutte le somme, la Germania ci ha "guadagnato" questo: l'ostilità di mezzo continente e sofferenze indicibili per milioni di famiglie. Ed anche i primi sintomi di una recessione in casa propria che non era certo difficile prevedere col crollo dei flussi commerciali e dei consumi anche (se non soprattutto) delle pregevoli merci tedesche, non proprio a buon mercato, esportate nei paesi in crisi.
«L'Italia oggi è rispettata più che nel 2005», ha chiosato il premier Monti a margine del vertice di Bruxelles dove ha resistito alle ennesime forzature della Cancelliera e dei suoi satelliti nordici. Non ci voleva neanche molto, visto chi c'era al timone del nostro Paese sette anni fa: l'uomo del «cucù», giusto per intenderci, sempre lui, Berlusconi. Redivivo — pare — nonostante tutto. Più rispettata è anche la casa comune europea? Non pare proprio. Nel nuovo Bundestag la Merkel rischia di tornarci circondata dalle macerie dei bombardamenti della Bundesbank, non meno distruttivi, per la vita quotidiana delle persone, dei funesti bombardieri della Luftwaffe. Se ne avvedranno in tempo gli elettori tedeschi chiamati fra qualche mese alle urne?
«Stai distruggendo la mia Europa»: nell'estate del 2011, Helmut Kohl apostrofò così la sua allieva raccolta fra le macerie sociali e politiche dell'ex Germania dell'Est. A lei aveva voluto affidare, a suo tempo, le redini del suo partito e poi dell'intero Paese. Ancora un anno come gli ultimi due, e alle elezioni del settembre 2013 Angela Merkel avrà completato l'opera.
(domenica 25 novembre 2012)

Sbornia Bond e alta finanza

Una piccola parodia pedagogica per capire come siamo arrivati sull′orlo del precipizio. Promemoria per i cervelloni della finanza globale (qualcuno addirittura ci governa), che si propongono ancora come medicina ma sono la causa della malattia


 Da Cagliari mi è arrivata via mail questa cronaca semiseria. Vi sembra tanto strampalata, o vi ricorda qualcosa di molto reale e concreto? Qualcuno l'avrà forse già letta con altri riferimenti esemplificativi. Comunque sia, una buona meditazione per tutti.
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Peppina Mastrone è la proprietaria di un bar, Tzilleri, di quelli dove si beve forte. Rendendosi conto che quasi tutti i suoi clienti sono disoccupati e che quindi dovranno ridurre consumazioni e frequentazioni, escogita un geniale piano di marketing, consentendo loro di bere subito e pagare in seguito. Segna quindi le bevute su un libro che diventa il libro dei crediti (cioè dei debiti dei clienti), de sos buffos.
La formula “bevi ora, paga dopo” è un successone: la voce si sparge, gli affari aumentano e il bar di Peppedda diventa il più importante della città. Lei ogni tanto rialza i prezzi delle bevande e naturalmente nessuno protesta, visto che nessuno paga: è un rialzo virtuale. Così il volume delle vendite aumenta ancora. La banca di Peppedda, rassicurata dal giro d’affari, le aumenta il fido. In fondo, dicono i risk manager, il fido è garantito da tutti i crediti che il bar vanta verso i clienti: il collaterale a garanzia.
Intanto l’Ufficio Investimenti & Alchimie Finanziarie della banca ha una pensata geniale. Prendono i crediti del bar di Peppedda e li usano come garanzia per emettere un’obbligazione nuova fiammante e collocarla sui mercati internazionali: gli Sbornia Bond.
I bond ottengono subito un rating di AA+ come quello della banca che li emette, e gli investitori non si accorgono che i titoli sono di fatto garantiti da debiti di ubriaconi disoccupati. Così, dato che rendono bene, tutti li comprano. Conseguentemente il prezzo sale, quindi arrivano anche i gestori dei Fondi pensione a comprare, attirati dall’irresistibile combinazione di un bond con alto rating, che rende tanto e il cui prezzo sale sempre. E i portafogli, in giro per il mondo, si riempiono presto di Sbornia Bond.
Un giorno, però, alla banca di Peppedda arriva un nuovo direttore che, visto che in giro c’è aria di crisi, tanto per non rischiare le riduce il fido e le chiede di rientrare per la parte in eccesso al nuovo limite. A questo punto Peppedda, per trovare i soldi, comincia a chiedere ai clienti di pagare i loro debiti. Il che è ovviamente impossibile essendo loro dei disoccupati che si sono anche bevuti tutti i risparmi. La povera Peppedda non è quindi in grado di ripagare il fido e la banca le taglia i fondi. Il bar fallisce e tutti gli impiegati si trovano per strada. Il prezzo degli Sbornia Bond crolla del 90%. La banca che li ha emessi entra in crisi di liquidità e congela subito l’attività: niente più prestiti alle aziende. L’attività economica locale si paralizza.
Intanto i fornitori di Peppedda, che in virtù del suo successo, le avevano fornito gli alcolici con grandi dilazioni di pagamento, si ritrovano ora pieni di crediti inesigibili visto che lei non può più pagare. Purtroppo avevano anche investito negli Sbornia Bond, sui quali ora perdono il 90%. Il fornitore di birra inizia prima a licenziare e poi fallisce. Il fornitore di vino viene invece acquisito da un’azienda concorrente che chiude subito lo stabilimento locale, manda a casa gli impiegati e delocalizza a 6.000 chilometri di distanza. Per fortuna la banca viene invece salvata da un mega prestito governativo senza richiesta di garanzie e a tasso zero. Per reperire i fondi necessari il governo ha semplicemente tassato tutti quelli che non erano mai stati al bar di Peppedda perché astemi o troppo impegnati a lavorare.
Bene, ora potete dilettarvi ad applicare la dinamica degli Sbornia Bond alle cronache di questi giorni, giusto per aver chiaro chi è ubriaco e chi sobrio.
(mercoledì 21 novembre 2012)


Il mondo guarda ancora a Obama

Usa 2012, Obama sul palco con la famiglia

Taglierà le unghie alla speculazione finanziaria? Farà ripartire la macchina economica globale? Costruirà una democrazia multietnica? Intanto, a dodici ore dalla vittoria, le agenzie di rating gli guastano già la festa

 
«Four more years! Four more years!», hanno urlato in piena notte nello stadio di Chicago i suoi attivisti. E ora che il presidente degli Stati Uniti non ha più nulla da perdere — non la combattuta rielezione appena riconquistata, non i lauti finanziamenti di Wall Street andati stavolta al suo avversario —, il mondo guarda a Washington per capire se i compiti questa volta Barack Obama li svolgerà fino in fondo. Il primo, quello più urgente per il mondo intero, è il taglio in profondità delle unghie a una finanza tossica. Difatti, le agenzie di rating, per far capire subito da che parte stanno, gli hanno già guastato la festa della vittoria con l'offensiva contro il debito americano, minacciando il declassamento dalla tripla A.
Migliaia di miliardi di dollari sono stati riversati negli ultimi quattro anni nelle casse dei banchieri d'affari, sull'orlo della bancarotta. C'era da frenare il crollo del castello di carta costruito a Wall Street e a Londra, per non seppellire le finanze di mezzo mondo sotto gli azzardi speculativi a caccia di ricchezze fittizie. Ma gli artefici dei disastri finanziari sono ancora quasi tutti al loro posto; e hanno ripreso a far crescere esclusivamente le loro stock options. Pretendendo, ora, il giorno stesso della vittoria di Obama, un taglio di 7000 miliardi di dollari di spesa pubblica nei prossimi anni.
I tentativi per separare nuovamente le banche d'affari dalle banche di risparmio sono scomparsi — col passare del tempo, dal drammatico inverno del 2008 — nelle nebbie del Congresso americano e nei summit inconcludenti di G8, G20 e affini, convocati a ripetizione sulla crisi economica. C'è qualcuno, in buona fede, che può pensare seriamente di restituire affidabilità al sistema bancario mondiale senza distinguere la gestione dei soldi dei risparmiatori dai giochi speculativi? Così era stato fissato dopo la Grande Depressione del 1929; e così è stato fino a una quindicina di anni fa, all'alba dei disastri che si consumano oggi. Un salto all'indietro spaventoso, firmato da Bill Clinton. Se non ora, quando si rialzerà un sano confine fra interessi tanto contrastanti, presidente Obama?
Il secondo compito, lasciato a metà, è la ripartenza della macchina economica del mondo. Nei quattro anni precedenti, Barack Obama ha dato prova ripetuta di una convinzione profonda. I motori che guidano l'economia globale sono diversi. Il mondo unipolare — vagheggiato a caro prezzo economico e militare da George W. Bush — è alle spalle di tutti. E l'Europa deve fare un passo avanti per giocare una partita più equilibrata al tavolo con gli Stati Uniti e i cosiddetti paesi del Bric, Brasile Russia India e Cina. A questo l'ha sollecitata più volte il presidente degli Stati Uniti. Della sua spinta ci sarà ancora gran bisogno nel Vecchio Continente, privo di una qualche visione che non sia quella ragionieristica della Cancelliera Merkel.
C'è poi l'altro compito, cruciale per le sorti della democrazia nel mondo intero. La seconda vittoria Obama l'ha costruita intrecciando un blocco politico ed elettorale multi etnico. È la demografia, prima ancora della politica, a indicare una strada obbligata per salvare la democrazia rappresentativa e l'aspirazione alla crescita di diritti e benessere per tutti, non solo in America. Mitt Romney, di fronte al compito, si è auto confinato nel recinto della cultura «bianca», anglosassone, protestante che ha dominato il continente nord americano per più di due secoli. Oggi la nuova maggioranza sono invece loro, i latinos, i neri e i figli del sud. Come gli Stati Uniti d'America risolveranno il problema è questione che riguarda non soltanto loro.
«Il meglio deve ancora venire» ha detto stanotte Obama ai suoi sostenitori e agli americani. È il mondo intero ad attendere quel «meglio», benché la maggioranza oggi il presidente ce l'abbia ancora solo al Senato e non anche al Congresso. Un rompicapo, che darà la misura esatta di un leader globale e di un'élite politica. Con sano realismo, un passo dopo l'altro, e senza l'enfasi di quattro anni fa, servono gambe per qualche grande utopia.
(mercoledì 7 novembre 2012)


Marchionne lo «stoico»


Nel giorno della rappresaglia contro la riassunzione di diciannove lavoratori della Fiom, il premier Monti si congratula per «l'impassibilità» del manager Fiat. Il mondo gira alla rovescia e la Costituzione italiana è diventata oggi carta straccia?

 L'uomo va preso per quello che è. Va maneggiato quindi con cura. Nel giorno della rappresaglia contro diciannove operai di Pomigliano d'Arco, Sergio Marchionne riesce a vantarsi di aver incassato il plauso di Mario Monti. «Decisione stoica, la ringrazio». Gli avrebbe detto proprio così il premier italiano: «decisione stoica» — senza «r», per capirci —, dopo aver ascoltato il manager Fiat che gli annunciava di non chiudere stabilimenti per produrre auto in Italia.
Pensate un po'. Dopo aver sbaraccato qualche mese fa in Sicilia lo stabilimento di Termini Imerese con 1600 dipendenti dentro, solo un uomo impassibile come lui poteva sopportare il dolore di mettere alla porta una ventina di lavoratori per dar corso a una sentenza della magistratura, con la quale è stato messo fine a una discriminazione esercitata dalla Fiat nei confronti degli operai iscritti alla Fiom. Un dolore atroce, per lui, rispettare l'art. 3 della Costituzione.
Rileggiamolo per intero quest'articolo, un pilastro portante della nostra «legge delle leggi»: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Per concludere, al secondo comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
In effetti, ci va la mente e lo stomaco di Zenone di Cizio — ci perdoni l'illustre Ateniese — per prendere in ostaggio, col ricatto del licenziamento, migliaia di famiglie campane legate alle sorti di uno stabilimento che porta il nome di un grande filosofo partenopeo, Giambattista Vico. Vico è il pensatore della «Provvidenza divina», della «divina mente legislatrice»; la storia, per il filosofo della Scienza Nuova, resta però una «creazione umana». Se ne faccia una ragione, dottor Marchionne: non è lei — non ancora — la «mente legislatrice», quantomeno in senso giuridico. E la storia di questo paese l'hanno fatta gli uomini che hanno combattuto il «padrone delle ferriere» di ottocentesca memoria costruendo la civiltà del lavoro e lo Stato di diritto, con un secolo di sudore e sangue.
Fin qui il nostro Marchionne, che in filosofia ha preso anni fa anche una laurea. E il nostro premier? Ci aveva già deliziato a maggio a Palazzo Chigi, presenziando al lancio della «formidabile» Nuova Panda: «Chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di decidere e di scegliere per i suoi investimenti e per le sue localizzazioni le soluzioni più convenienti». Monti ci gratifica tutti, oggi, con la patente di «stoico» elargita a un signore che incassa 500 volte in più del suo ultimo operaio, dovendone sopportare persino la presenza sul libro-paga (una settimana del suo stipendio corrisponde a un anno di salario dei diciannove operai messi nel suo mirino, ha calcolato Gad Lerner). O si riferiva, il nostro premier, al dolore per l'ultima ritorsione del manager del Lingotto, in guerra contro sindacati e sentenze? Questo forse no. Da uomo delicato qual è, Marchionne quel dolore ha evitato di condividerlo con l'ex rettore della Bocconi, frequentatore storico — con la «r», stavolta — di bilanci e arcana imperii Fiat.
No, Monti non poteva sapere ancora nulla della decisione di licenziare altri 19 operai per educarne 2143 a Pomigliano, ed altre migliaia a Melfi, Cassino, Atessa, Grugliasco e Mirafiori. Adesso però lo sa, professor Monti. Dica qualcosa anche a noi su quest'ultimo exploit del poliglotta e plurilaureato seguace del filosofo cipriota Zenone. O «de minimis non curat praetor»? Massì, vuoi mettere gli alti e bassi dello spread con un articolo bistrattato della Costituzione repubblicana? Per Marchionne la nostra Carta costituzionale ha già l'età della pensione (pre-Fornero). Anche per lei?
L'imperium e la iurisdictio di un presidente del Consiglio ha ben altro su cui esercitarsi, oggi in Italia. Comando e legge si abbattono, implacabili, solo sui poveracci: l'abbiamo capito. Sopratutto se c'è da tagliare pensioni e aumentare tasse sui redditi fissi. Ma si interroghi, presidente Monti, appena può, sul paradosso di un'azienda in picchiata nelle vendite delle auto e in crescita vertiginosa negli utili (+18,5%, nel terzo trimestre del 2012 rispetto all'anno prima). Un'azienda che carica da anni sulle spalle dei contribuenti quote crescenti della cassa integrazione pagata ai suoi dipendenti. Marchionne — per quanto dipende da lei, questo oramai lo sappiamo — può dormire ancora sonni tranquilli. Fino a quando?
■ (giovedì 1 novembre 2012)


Berlusconi, alle cinque della sera



L'ultima corrida del Cavaliere, furioso come un caimano in trappola, contro la giustizia italiana e il mondo intero. Il tycoon «de noantri» dichiara guerra (di parole) alla Merkel, prepara il benservito a Monti e cerca la rivincita allo scacco matto di Napolitano nel 2011. Se il Presidente della Repubblica la spina l'avesse staccata un anno prima, l'Italia si sarebbe già sbarazzata di un «delinquente naturale» (sentenza del tribunale di Milano due giorni fa)

 Sull'ultima corrida del cavalier Berlusconi, posso dirlo ad alta voce? A stupirmi di più sono gli stupìti. Prendiamo l'editorialista del Corriere della Sera Sergio Romano. Nell'apertura del giornale di oggi scrive: «Il suo 'passo indietro' di qualche giorno fa sembrava aver tolto di mezzo un'ipoteca e un alibi. Il suo partito avrebbe smesso di aspettare, inerte, la decisione del padre-padrone e sarebbe diventato infine 'maggiorenne'». Quanto stupore, ambasciatore Romano, per l'ennesima dichiarazione di guerra di un uomo disperato. Prima di arrendersi — con tono da caudillo, quale si sente ed è —, vorrebbe stravolgere la Costituzione repubblicana, l'ultimo punto ancora incompiuto del famigerato «Piano di rinascita» di Licio Gelli.
In politica — fa specie doverlo ricordare ad uno storico che continua a scrivere pregevoli libri sul nostro passato prossimo e remoto — Berlusconi è entrato, vent'anni fa, per disperazione economica personale. Fatto fuori per ruberie il suo protettore e sodale (fors'anche socio occulto in affari), a lui restavano nove mila miliardi di lire di debiti. «Se Silvio scende in campo sarà sotto il sole», aveva detto allora il capo del Psi Bettino Craxi, già in fuga verso la Tunisia, ad Hammamet. All'annuncio dell'impegno politico del suo protetto, alludeva — con ogni evidenza — alla sua vita e ai suoi affari «in ombra». L'episodio è stato ricordato ieri alla conferenza stampa di Villa Gernetto a Lesmo in una delle poche domande seguite ad un soliloquio di 50 minuti, a cui lo «statista» tanto amato dai «moderati» italiani ha replicato con una delle sue solite battute, giusto per non rispondere: «Sotto il sole? Mi pare che oggi siamo sotto la pioggia e il vento».
Dobbiamo ricordare qui, ancora una volta, la confessione del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri una dozzina d'anni fa? «Se fosse andata male la discesa in campo di Berlusconi, saremmo finiti tutti o in galera o sotto i ponti». E, da premier, quel che ha fatto il tycoon «de noantri» (foraggiato dalla politica sin dagli esordi imprenditoriali) ha avuto un'unica bussola: salvare la ghirba e la roba. Furioso come un caimano in trappola, alle cinque della sera di ieri l'ha penosamente ribadito nella sua eterna ed ultima corrida contro la giustizia italiana e il mondo intero. Preparando un benservito a Mario Monti, dichiarando guerra (solo di parole, per nostra fortuna) alla Merkel e cercando una rivincita allo scacco matto imposto un anno fa da Giorgio Napolitano.
Lo scacco matto, in realtà, glie lo aveva già fatto a novembre dell'anno prima Gianfranco Fini, togliendogli la maggioranza alla Camera. Anziché sciogliere il parlamento e chiamare tutti al voto, il Presidente Napolitano concesse a Berlusconi un inspiegabile mese di tempo. Durante il quale il «grande venditore» ebbe modo di comprarsi Scilipoti, Razzi e compagnia 'mercanteggiante' un tot di euro al chilo. E così il 14 dicembre del 2010, col tariffario della campagna acquisti di Denis Verdini, riacciuffò una maggioranza raccogliticcia e prezzolata. Un ulteriore anno di pena. Per l'economia e, ancor più, per la dignità del paese. Consegnato, infine, nelle mani di Monti. Per tornare a sedersi, dignitosamente, ai tavoli internazionali. A quali prezzi sociali e politici, in parte obbligati, oggi è a tutti più chiaro.
Con rinnovato stupore, Sergio Romano conclude il suo editoriale sulla parabola del Pdl e del suo padre-padrone: «Se continuerà ad essere il partito di Berlusconi, verrà inevitabilmente considerato uno strumento del suo conflitto d'interessi»: ma davvero? Poco prima, sul fondatore del partito, aveva osservato: «Ha trasformato una questione personale [la condanna per frode fiscale, ndr] in questione nazionale. Ha dimostrato di avere un ego gigantesco, impermeabile a qualsiasi altra considerazione e preoccupazione»: l'ha mai visto fare altrimenti, ambasciatore Romano? Alle cinque della sera, le è mai sembrato tipo da te e pasticcini un signore come lui? Egli è un uomo «con una propensione naturale a delinquere» e una «naturale capacità nel perseguire il disegno criminoso», condannato a quattro anni di carcere (altri tre gli sono stati condonati per l'indulto), interdetto per tre anni dai pubblici uffici: sentenza del Tribunale della sua città emessa alle ore sedici di venerdì 26 ottobre 2012.
■ (domenica 28 ottobre 2012)


Schettino «on the rocks»


«Am a fa' n'inchino al Giglio» aveva esclamato il comandante della Concordia salpando da Civitavecchia. E poi, calando le scialuppe sul lato destro, pensava di «raddrizzare un pochettino» una nave di trecento metri, naufragata da cinquanta minuti già piena d'acqua. Vi sembra all'altezza di un transatlantico un capitano così?

 «Am a fa' n'inchino al Giglio» aveva esclamato Francesco Schettino all'ufficiale addetto alla cartografia, Simone Canessa. Alle 18.27.44 di quel tragico venerdì 13 gennaio, mentre la Concordia salpava da Civitavecchia per raggiungere Savona, gli aveva già detto: «Va bè, tracciamoci la rotta, va'». Eccole qua le parole, testuali, trascritte dalla scatola nera che riducono in cenere le bugie raccontate, ancora in questi giorni, dal comandante della Costa Crociere alla ripresa del processo in corso a Grosseto.
L'ultimo scaricabarile Schettino l'ha imbastito contro il suo timoniere malese. «Non ha capito i miei ordini», s'è giustificato il comandante della Concordia. Espressi prima in italo-napoletano (che il suo sottoposto ignorava), poi col già famoso «on the rocks»: «Viriamo di dieci gradi a dritta, altrimenti finiamo sugli scogli» aveva urlato a un certo punto. Giusto il tempo di ripeterlo in inglese («Otherwise we go on the rocks»), e il transatlantico era già finito sugli scogli della Scola.
Le bugie messe in fila da Schettino hanno già superato i trecento metri del transatlantico schiantato davanti al Giglio. Una strategia difensiva disperata e disperante che i suoi avvocati alimentano per occupare la scena mediatica e trascinare a fondo compagnia di navigazione e sottoposti. Un «muore Sansone con tutti i filistei» che ingrassa la parcella dei difensori ma offende, ancora una volta, la memoria delle vittime e tutti i sopravvissuti.
Volete sapere l'ultima? «Ho messo le lance in acqua, quelle di dritta — riporta la relazione della Capitaneria di Porto di Livorno commissionata dalla procura di Grosseto —, le ho messe per prime in modo che togliendo peso da dritta pensavo che la nave si raddrizzasse un pochettino». Avete letto bene, nonostante la faticosa sintassi testuale? Il comandante della più grande nave da crociera del Mediterraneo pensava di raddrizzare l'inclinazione della Concordia, un mastodonte d'acciaio di 114.500 tonnellate — su cui tratteneva irresponsabilmente quattromila persone da cinquanta interminabili minuti —, col contrappeso di una decina di lance da soccorso. Vi sembra adeguato un uomo di mare così? «Un capitano di lungo corso al comando» recita l'Usclac, l'associazione sindacale scesa subito in sua difesa. L'ultimo dei suoi mozzi, sapendo che le sale macchine s'erano allagate in appena 6 minuti, avrebbe messo a fuoco l'urgenza dell'evacuazione generale molto più in fretta del suo spudorato e vile comandante.
Se pensate che sia tutto, vi sbagliate. Dalla relazione della Capitaneria di Porto di Livorno emerge anche come i sistemi elettronici che avrebbero dato l'allarme per la fuoriuscita della Costa Concordia dal «limite di rotta» o dal «limite di profondità superato» erano stati disattivati alla partenza da Civitavecchia la sera del naufragio, avvenuto due ore dopo. Per omaggiare con un «inchino» a fil di scoglio — senza tracce compromettenti né scoccianti disturbi — l'ex commodoro di Schettino.
L'infamia continua.
■ (sabato 20 ottobre 2012)


È ancora lui, il solito Schettino metafora di una certa Italia


«Remontez à bord, bordel de merde!»: un quotidiano parigino ha tradotto così la celebre intimazione di De Falco al comandante della Concordia, raccontando la riapertura del processo in corso a Grosseto. E lui, anziché offrire le scuse alle vittime, risale a bordo della sua vanità e rivendica il merito d'aver salvato migliaia di vite umane

 «Spavalda» e «sfrontata». La descrivono così, tutte le cronache, l'apparizione di Schettino al processo riaperto questi giorni in un cinema di Grosseto. L'incidente probatorio sul naufragio della Concordia è diventato, per accorta regia difensiva, il palcoscenico del suo comandante, non più in carcere da tempo, da agosto neanche agli arresti domiciliari. Pronto a far causa alla Costa Crociere per essere riassunto. Niente di meno.
Le trentadue vittime della sua imperizia e viltà riposano in pace, altre due sono ancora in fondo al mare. E lui si ripresenta agli occhi del mondo come una star, con la sicumera che l'ha portato a schiantare un transatlantico di trecento metri contro gli scogli del Giglio, come fosse un gommone qualsiasi. Mai assumendosi la responsabilità del naufragio — se si escludono i primi momenti dopo la tragedia, immortalati sui nastri dalle sue espressioni in vernacolo. Alla parente di una vittima tedesca che, vedendolo, chiedeva verità e giustizia ha osato replicare: «anch'io voglio la verità».
A sentirlo questa volta, la colpa è del suo timoniere. Che non avrebbe inteso correttamente le sue parole: «Otherwise we go on the rocks», ha detto al suo sottoposto malese, ordinando — qualche secondo prima dello schianto — una correzione di 10 gradi alla rotta della nave lanciata a grande velocità verso il Giglio, per poterla sfiorare e far l'«inchino» al suo ex commodoro. Ammesso che sia andata proprio così, che il timoniere, cioè, non abbia capito l'ordine — Crozza ha ironizzato motivatamente sulla sua pronuncia —, chi ha impostato quella rotta suicida? L'ha decisa di testa sua il malese? O non piuttosto Schettino o qualche altro anello della sua catena di comando, vile come lui?
I suoi avvocati provano ad arrampicarsi sugli specchi — sacrosanto diritto alla difesa. E gli attribuiscono il merito d'aver portato la Concordia sventrata davanti al porto. Smentiti, subito dopo, dalle perizie che attribuiscono il giro della nave su se stessa al timone bloccato a dritta e al vento salvifico di grecale. Che fecero posare — fortunosamente — il mastodonte d'acciaio sugli scogli della Gabbianara anziché inabissarlo al largo del Giglio con più di quattromila persone a bordo.
Il diavolo, come suol dirsi, fa le pentole ma non i coperchi. E si scopre, così, dall'esame della scatola nera, che il batimetro, ad esempio, era spento — per non far registrare volutamente la profondità dei fondali nel corso dell'«inchino»? —, e che è stato riacceso tre minuti dopo il disastroso urto con gli scogli della Scola. E vedremo cos'altro verrà ancora a galla.
L'ho scritto a caldo, sulla base delle notizie raccolte e delle verifiche effettuate sul campo subito dopo il naufragio. Lo riscrivo ora, anche a freddo. Sì, Francesco Schettino è il solito: spudorato e vile, in perenne fuga dalle proprie responsabilità. Specchio e metafora di una certa Italia, adusa a galleggiare sulle sue stesse rovine. Questa volta — ha annotato mercoledì 17 ottobre il quotidiano parigino Libération —, non c'è stato nemmeno bisogno che qualcuno gli intimasse di farlo, traducendo in francese l'oramai celeberrimo ordine del comandante De Falco: «Remontez à bord, bordel de merde!». A bordo della sua vanità Schettino in questi giorni ci è risalito da solo. E il significato è chiaro. In tutte le lingue del mondo.
■ (mercoledì 17 ottobre 2012)


Sallusti l'affaire-Betulla e oltre


Enrico Mentana spiega perché chiama infame Renato Farina, Antonio Polito perché sta con l'ex agente segreto. Che succede alla stampa italiana? Quando i giornali (e i tg) giocano con le parole, e i giornalisti dimenticano la responsabilità sociale del loro mestiere

 Prima scena. Con i 140 caratteri di Twitter, giovedì scorso Enrico Mentana ha sintetizzato mirabilmente una notizia da prima pagina: la tardiva ammissione di Renato Farina d'aver scritto lui l'articolo infamante contro un giudice tutelare per il quale l'attuale direttore del Giornale è stato condannato a 14 mesi di carcere. Il giorno dopo il direttore del tg La7 ha dovuto però impiegarne 420 per spiegare anche ai suoi colleghi col mal di pancia perché ha definito «infame» l'ex agente Betulla (un giudizio che personalmente condivido, come ho già scritto nel post di venerdì 28 settembre). Scena seconda. Con un'intervista al settimanale cattolico Tempi.it, vicino a Comunione e Liberazione cui è vicino lo stesso Farina, Antonio Polito fa il controcanto a Mentana e si schiera a fianco del posticcio Dreyfus.
Che succede alla stampa italiana? Soffermiamoci su Polito. L'editorialista del Corriere della Sera si spiega così: «Difendo Farina che ha cercato solo di proteggere Sallusti da un'eventuale sanzione da parte dell'Ordine dei giornalisti». Un giro di parole che cancella i fatti e sfugge a un giudizio sull'ex giornalista recidivo, radiato dall'Ordine per aver violato più volte le regole deontologiche (ed anche — per quanto mi riguarda — quelle morali di qualunque persona onesta). Risultato? Un bel «trenino» transitivo, e un gran bell'esempio di scudo corporativo: Sallusti che protegge Farina, che difende Sallusti, che è compreso da Polito (già direttore de Il Riformista, nominato senatore da Rutelli per la ex Margherita), che — eccolo là — difende Farina.
Soffermiamoci, adesso, sulla parola «infame», usata da Mentana e giudicata troppo dura. Cito, al riguardo, la definizione ripresa integralmente dal sito circolidipensiero.myblog.it/. «Il significato che trovi nei vocabolari è: aggettivo, colui/colei che ha una pessima fama; in forma estensiva, turpe, scellerato, malvagio, cioè un traditore; in forma gergale (nel gergo della malavita), spia, delatore... Credo sia molto di più: l'infame è chi cattura la tua buona fede, in malafede (la sua), e ne manipola ai fini personali l'uso. L'infame è chi sfrutta le difficoltà altrui senza pudore, per speculare e trarre vantaggi per sé, l'infame è chi ti tradisce sapendo di farlo. L'infame è chi abusa dei deboli, nessuna forma esclusa. Anche i sistemi sociali, le aziende, la politica sono soggetti attivi di questo "essere". L'infame è colui che ti espropria della tua dignità. Gli infami non hanno né regole, né onore».
Chiaro, no? Fate mente locale, allora, su cosa ha scritto Farina, l'arcorista anonimo — copyright di Mentana —, con la supervisione di Alessandro Sallusti. Ha fatto proprio quello che abbiamo appena letto sopra: ha «catturato la buona fede» dei suoi lettori; ha «tradito la fiducia» di chi pensava di leggere una notizia vera ed era un falso; ha «sfruttato le difficoltà senza pudore» di una ragazzina tredicenne e della sua famiglia alle prese con una maternità indesiderata. Farina-Dreyfus, infine, vi pare che abbia avuto «regole ed onore»? Inutile aggiungere altro. Deprimente è dover dire tutto questo e doverlo anche commentare.
Ora chiediamoci: quale demone s'è impadronito dei giornalisti italiani? Dovremmo essere il «sale della democrazia», il «cane da guardia del potere», il «quarto potere» — diventato anche il «quinto» con la televisione — e via definendo. Che fine ha fatto la responsabilità sociale del giornalista che implica in primis la regola essenziale di far corrispondere sempre le parole ai fatti? Una bussola che dovrebbe guidare chi scrive su un giornale d'informazione, e che dimentichiamo spesso a casa quando qualcuno pizzica in fallo la nostra casta. Non sarà anche questo a far crescere il discredito che coinvolge il giornalismo, accanto a quello più ampio che trascina verso il fondo buona parte delle classi dirigenti? Un'altra faccia del declino intellettuale dell'élite del nostro Paese, ecco cosa stiamo diventando a grandi falcate.
Solo qualche esempio di parole che non corrispondono ai fatti, per spiegarmi meglio. Dire e scrivere che l'Alcoa se ne va dalla Sardegna perché paga l'energia troppo cara, quando ha goduto di tariffe agevolate per anni, pagate con le bollette di tutti gli italiani (e per questo dovrà restituire 300 milioni di euro all'Europa), fa bene alla salute del giornalismo italiano? Dire e scrivere che a Taranto si muore di cancro come nel resto del paese (quando il 92% della diossina di tutta Italia è concentrata nell'ex capitale della Magna Grecia), rende credibile chi parla o scrive? Dire e scrivere che Sallusti paga per la libertà d'opinione sull'aborto di una tredicenne (quando persino Farina-Betulla-Dreyfus è costretto ad ammettere che ha affermato il falso), ci aiuta a vendere più copie e a prendere sul serio i nostri tg? Fa crescere, tutto questo, la consapevolezza dei cittadini sul paese in cui viviamo? Quanta acqua sporca e inquinata continua a scorrere dai rubinetti dell'informazione italiana, per riprendere la metafora del compianto Enzo Biagi. Meditiamo gente, meditiamo.
(lunedì 1 ottobre 2012)


E spuntò il Farina infame


Ordine dei giornalisti e Federazione della stampa mobilitati a favore di Sallusti. Perché non dire che l'ex direttore di Libero s'è rifiutato di rettificare le notizie false imbastite da Renato Farina sotto pseudonimo? E perché non ricordare che, per coprire l'ex agente Betulla, ha mentito anche all'Ordine sull'identità di Dreyfus?

 «Mi trattano come un vile. Invece sono solo stanco di fare del male, di danneggiare le persone». Ha detto proprio così, l'ex agente Betulla alias Dreyfus, opinionista ancora in esercizio e parlamentare della Repubblica. Renato Farina, questo il suo nome registrato all'anagrafe, ha scelto il comodo scranno della Camera dei deputati per confessare il suo crimine: la diffamazione a mezzo stampa per aver scritto deliberatamente il falso contro un giudice tutelare di Torino. Un reato infamante che, per lui, dovrebbe essere anche un peccato.
C'è voluta, dunque, una settimana di fumogeni, diffusi a piene mani dagli schermi tv e sulla carta stampata, prima di dire a lettori e telespettatori la più semplice delle verità: Alessandro Sallusti, direttore attuale del Giornale, non era stato condannato a 14 mesi di carcere per un'opinione espressa sul quotidiano Libero da lui firmato all'epoca dei fatti. Tre gradi di giudizio — uno dopo l'altro — lo hanno condannato per aver coperto, come direttore responsabile, una patacca diffamatoria. Usurpando la qualifica di giornalista, l'agente Betulla aveva costruito il falso a tavolino — abitudini da «barba finta» dure a morire — e Sallusti l'aveva sparato in prima pagina. Per alimentare la macchina del fango contro la magistratura del suo attuale datore di lavoro, a supporto delle campagne ideologiche di Comunione e Liberazione contro l'aborto.
Per una settimana, titoloni di giornali e tg hanno battuto la grancassa, mescolando grano e loglio. L'abolizione sacrosanta di una pena sproporzionata (che prevede il carcere per la diffamazione a mezzo stampa), ha «oscurato», per così dire, il rifiuto di Sallusti e di Libero di pubblicare una smentita del falso acclarato dopo la condanna di primo e secondo grado. Che c'entra la libertà d'opinione, in tutto questo? Eppure, a scendere in campo in solidarietà al «martire» Sallusti sono state le grandi firme del giornalismo italiano. Da Il Fatto Quotidiano con Marco Travaglio (che i fatti giudiziari li conosce bene), a la Repubblica con Giovanni Valentini (che i fatti ha dimostrato di non conoscerli affatto), oltre alle testate con la bava alla bocca contro le toghe ogni volta che possono.
Sulla vicenda, per quattro sere consecutive, Enrico Mentana ci ha aperto il tg de La7, aggiungendo la sua voce non proprio flebile al coro pavloviano sulla libertà conculcata. «Troppo tardi», ha twittato ieri sulla confessione di Farina fra i velluti rossi di Montecitorio. «Sei un infame», ha concluso con indignazione all'indirizzo del Dreyfus de plume, sentendosi forse ingannato pure lui dai duetti tra Sallusti e l'ex agente segreto sotto copertura. Personalmente, mi aspetto qualcosa del genere anche dalla Federazione della stampa e dall'Ordine dei giornalisti, che hanno profuso in questi giorni ampia solidarietà al direttore de il Giornale. Benché Sallusti abbia mentito anche all'Ordine professionale quando gli chiesero chi si celasse dietro un nome posticcio preso dal cognome reale di un innocente vero, che si starà rivoltando nella tomba.
Ecco, questo vorrei aggiungere a Roberto Natale (presidente della Fnsi) e a Enzo Jacopino (presidente dell'Ordine dei giornalisti): se volete insistere sulla strada degli ultimi giorni, contribuendo alla voluta confusione tra fatti accertati e opinioni inesistenti, tra la protervia di Sallusti — che pretende la grazia di Napolitano (o qualcosa del genere), senza neanche chiederla — e una sanzione sproporzionata che va cancellata, se volete continuare su questa strada non fatelo più in mio nome. So, per averne parlato con tanti colleghi in questi giorni, che il mio disagio è quello di tutti i giornalisti che fanno questo mestiere con senso del dovere impegno e scrupolo.
Non mi va proprio, anzi non ci va per nulla (si badi, un plurale effettivo), d'essere intruppati in una reazione corporativa che salta i fatti e mistifica la realtà. No, il carcere a me non va bene, neanche per Sallusti. Ma qualche pena alternativa è giusta. O no? Soprattutto se ad architettare le diffamazioni contro i nemici di turno è una catena di recidivi — molto ben remunerati non solo coi soldi privati del capobanda — concepita per macchinare implacabili campagne di stampa a favore di una destra in decomposizione che vomita il suo marciume un giorno dopo l'altro. In altri termini, tra il Giornale e Libero, è sempre... Farina di quello stesso sacco.
«Ho agito con coscienza», ha aggiunto il tardivo reo confesso alla Camera dove s'è rifugiato con Berlusconi per servigi resi all'allora capo del Sismi il generale Nicolò Pollari e al di lui attendente di campo Pio Pompa. Ha parlato esattamente così l'ex spione: «ho agito con coscienza». Che coscienza avrà mai questo Farina-Betulla-Dreyfus? Risulta che creda ancora in Dio — non si sa se nelle vesti di Farina di Betulla o di Dreyfus — e che si confessi con regolarità per accostarsi giornalmente all'eucarestia. Cosa ha raccontato in questi anni al suo confessore? Ce n'è ancora qualcuno, in abito talare o col più umile saio, disposto non dico ad ascoltarlo ma a prendere sul serio i suoi pentimenti? La domanda — un po' cruda, lo ammetto — l'ho rivolta ad un collega che stimo, credente e praticante, inviato di punta in uno dei più diffusi settimanali cattolici italiani. «Une grosse question», m'ha risposto simpaticamente in francese, alzando gli occhi al cielo. Sì, è un problema grosso. Molto grosso. Anche questo. Ben oltre il triste caso del Farina infame.
(venerdì 28 settembre 2012)


«Marchionne? 'Na sòla!»


Per l'oracolo cinese, interpellato dal Wall Street Journal, l'amministratore delegato del Lingotto è «un uomo superiore» ma la Fiat è in ritirata «spazio temporale». Per i lavoratori italiani è, invece, una fregatura

 «L'oracolo ne parla bene, lo definisce persino un uomo superiore, ma la sua azienda, la Fiat, sta entrando in una fase molto negativa, di "ritirata spazio temporale". Forze molto negative si stanno raccogliendo contro lui e contro la Fiat». Ci voleva dunque l'oracolo, per entrare nella personalità di Sergio Marchionne, ed eccolo arrivato. Un oracolo cinese, intervistato — addirittura — dal Wall Street Journal, la bibbia del capitalismo finanziario mondiale. State pensando, forse, ad uno scherzo ed invece è tutto vero. Parola di Julio Urvina, consulente della Borsa di New York, autore del libro «Il Tao per i ceo e per gli investitori» appena dato alle stampe.
Penserete, a questo punto, che Paperino e Zio Paperone siano più attendibili dei guru della finanza globale. Ed avete ragione. La vita di centinaia di migliaia di persone dipende — a quanto ci tocca leggere — da I Ching, «un oracolo e anche un libro di saggezza e di morale», si è affrettato ad aggiungere Urvina. Laureato in Economia e un master in Finanza presi alla New York University Stern School of Business, per il suo vaticinio Urvina tira tre monete sei volte ognuna e confronta il risultato con uno dei 64 esagrammi (figure formate da sei linee, dettaglia con qualche imbarazzo CorrierEconomia a pagina quattro di lunedì 24 settembre).
Cos'altro dire? Quel che su Sergio Marchionne c'era da scrivere l'abbiamo scritto quand'eravamo una sparuta minoranza a denunciare i suoi bluff. Ogni altra nostra parola è divenuta superflua da quando — negli ultimi giorni — a martellare sui suoi azzardi e le sue bugie si profondono Diego Della Valle (strepitoso il suo j'accuse da Gad Lerner su La7 una settimana fa), Carlo De Benedetti (sabato 22 settembre su Il Sole 24 Ore) e persino Cesare Romiti (quasi tutti i giorni, sui giornali alla radio e in tv).
Gli azionisti Fiat sono codardi che fuggono, accusa mister Tod's; John Elkann, l'esangue erede dell'Avvocato, è un ragazzino inadatto al compito. L'amministratore delegato di Fiat Chrysler è uno spacciatore di favole, per il patron del Gruppo Repubblica-L'Espresso; la sua fantomatica Fabbrica Italia è stato uno «specchietto per le allodole», sottolinea l'ex presidente Olivetti. «Tranne la Fiom, i sindacati italiani non si sono preoccupati di accertare i fatti», afferma da parte sua Romiti. «A questo punto — aggiunge l'ex bau bau dei sindacati metalmeccanici italiani per un intero ventennio —, viene il dubbio che il piano Fabbrica Italia sia mai esistito davvero».
Ecco, sì. Giunti sin qui, qualcos'altro si può anche aggiungere. Per i lavoratori Fiat, «Marchionne è 'na sòla», volendolo dire con le parole di un operaio di Cassino: una fregatura e un imbroglione, in romanesco. Per i suoi conti in banca — e, al momento, per gli azionisti Fiat — non lo è, però, affatto. Nonostante crisi di mercato, crollo delle vendite e catene di montaggio ferme, «gli utili del 2012 saranno di 1,2-1,5 miliardi di euro, i migliori degli ultimi decenni», ha detto John Elkann, per tranquillizzare investitori dirigenti famigliari ed eredi vari, colpiti, forse, dalle invettive argomentate di Della Valle e, ancor più, dalle critiche feroci di un vecchio leone del Lingotto come Romiti.
«Marchionne saprà ritirarsi nei tempi e nei modi a lui favorevoli», conclude l'oracolo cinese in bocca a Julio Urvina, ripreso dal supplemento economico del Corriere della Sera. Almeno su questo non dovrebbero esserci oramai più dubbi. In queste cose lui è davvero «un uomo superiore», come tradisce costantemente il suo «io»: «io dico» «io faccio» «io metto» «io tolgo», sempre in debordante prima persona. Occhio alla cassa, professor Monti, professoressa Fornero e dottor Passera. Occhio alla penna, segretari Bonanni e Angeletti. Stavolta potrebbe essere troppo, sul serio. Per tutti.
(lunedì 24 settembre 2012)


Mancino, le telefonate al Quirinale e la Madonna di Montevergine

il_capo_stato_giorgio_napolitano con l'amico Nicola Mancino
Anziché rispondere ai magistrati di Palermo, l'ex presidente del Senato alza gli occhi al cielo e «spera» che i conflitti tra le istituzioni cessino. Qualcuno si ricorda ancora che a provocarli è stato proprio lui?

«Il conflitto tra i poteri dello Stato? Spero che cessi». Ha risposto così Nicola Mancino ai giornalisti che l'hanno avvicinato sabato 1 settembre prima di varcare un santuario irpino. Chiederà aiuto alla Madonna di Montevergine per ottenerlo? O metterà fine, lui per primo, alla valanga di polemiche innescate dalle sue telefonate al Quirinale alla ricerca di qualche scudo istituzionale di troppo? Risponderà, così, finalmente, alle domande dei magistrati di Palermo sulle trattative Stato-mafia, accettando il faccia a faccia con l'ex ministro di Giustizia?
Per sfuggire al confronto con Claudio Martelli, il già ministro dell'Interno presidente emerito del Senato ed ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura aveva cercato di ripararsi sotto le bandiere del Colle. Una sequenza dei fatti scomparsa già del tutto dalle cronache e soppiantata dal fango sparso fin sul Presidente della Repubblica con una destabilizzante campagna denigratoria. In un paese più serio del nostro, un uomo col passato istituzionale di Nicola Mancino il conflitto fra i poteri dello Stato non l'avrebbe neanche provocato. Avendolo fatto, ne avrebbe tratto quantomeno le conseguenze. Siamo arrivati, invece, agli auspici — a margine di un pellegrinaggio religioso —, dopo mesi di polemiche e all'indomani del falso scoop di Panorama sul «contenuto» delle telefonate tra lui e il presidente Giorgio Napolitano.
La cagnara basata sul nulla imbastita dal settimanale della famiglia Berlusconi è, difatti, l'ultimo atto di manovre torbide e comportamenti obliqui per lasciare nell'ombra le responsabilità politiche della stagione stragista di Cosa Nostra, su cui stava lavorando Paolo Borsellino prima d'essere fatto a pezzi col tritolo davanti alla casa della madre vent'anni fa. Mancino incontrò o no il magistrato di Palermo assassinato di lì a poco dagli uomini di Riina e Provenzano? E cosa si dissero incontrandosi? Perché Mancino ha temuto e teme come la peste il confronto diretto con un suo autorevole ex collega di governo, che guidava, oltretutto, un ministero cruciale, com'era del resto anche il suo? Accetti le domande dei magistrati, avvocato Mancino, e «il conflitto fra i poteri dello Stato» finisce lì. Non c'è affatto bisogno di «sperare» che cessi, magari con qualche preghiera in più.
«Le stragi mafiose del '92 si inserivano in una strategia più ampia che tendeva a mantenere l'esistente ed a fermare la spinta al cambiamento», ha affermato in questi giorni il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Aggiungendo subito dopo: «Oggi c'è una ulteriore destabilizzazione fatta da menti raffinatissime contro la magistratura e contro il capo dello Stato». Se è così, un primo obiettivo «le menti raffinatissime» l'hanno già raggiunto. Tutti a parlare di Quirinale, Corte costituzionale e conflitto tra Procura e Napolitano, nessuno a chiedere più a un uomo di Stato — quale a lungo è stato Nicola Mancino — di rendere conto delle funzioni svolte. Un dovere che un uomo pubblico dovrebbe sentire prima d'ogni altra cosa. E che un paese civile dovrebbe pretendere dai propri rappresentanti sempre. In ogni circostanza. Tanto più per fatti già passati alla storia. Macchiandola di sangue.
 (sabato 1 settembre 2012)


Il pane e i veleni di Taranto


La famiglia Riva costretta a mettere sul tavolo 146 milioni di euro per modernizzare l'Ilva. Il governo decide, finalmente, di sostenere le prescrizioni del giudice per le indagini preliminari, rinunciando al «conflitto di attribuzione» contro la magistratura minacciato alla vigilia di ferragosto dal ministro Clini

In 13 anni, sono stati registrati: 386 decessi attribuiti alla responsabilità dell'Ilva; 237 casi di tumore maligno, di cui 17 in età pediatrica; 247 eventi coronarici; 937 ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie, in gran parte tra i bambini; decine di masserie chiuse, 600 contadini licenziati e tremila capi di bestiame abbattuti nel raggio di 20 chilometri dalla fabbrica per l'inquinamento da diossina. È il bollettino di guerra che ho dovuto raccontare tante volte andando e venendo da Taranto, mettendo in luce il dramma vissuto da un'intera città, fra il pianto di vedove delle cosiddette «morti bianche» — mai termine è stato più impreciso e menzognero —, la sofferenza di famiglie piegate dalle malattie e i ricatti inumani a dover scegliere il pane o i veleni della fabbrica. Numeri fissati, finalmente, nella perizia epidemiologica della Procura, finiti negli atti giudiziari.
Ed ora? C'è voluto il sequestro degli impianti per far scucire alla famiglia Riva 146 milioni di euro. Una piccola parte dei soldi necessari a modernizzare la più grande acciaieria d'Europa. Una goccia prelevata dal mare di utili incamerati a Taranto dai signori dell'acciaio negli ultimi diciassette anni. Con l'alibi che i veleni, dalla metà degli anni Sessanta, li aveva già scaricati l'Italsider (cioè lo Stato, proprietario degli impianti), dal 1995 i nuovi padroni hanno, difatti, perfezionato solo i modi di occultare le malefatte industriali. Una goccia, oggi, questi 146 milioni, nel mare dei soldi necessari a bonificare azienda e territorio.
Il «sistema Riva» l'abbiamo potuto conoscere tutti quanti dalle carte dell'inchiesta della Procura: mazzette per falsificare il rapporto sulla fabbrica, corruzione di funzionari pubblici e dello stesso perito della magistratura (l'ex preside del Politecnico di Taranto), «comprando» — manco a dirlo — il silenzio della stampa. Non può certo bastare il licenziamento in tronco di Girolamo Archinà, il cosiddetto «uomo Ilva sul territorio», ad archiviare, a questo punto, le gravissime responsabilità degli imprenditori. E della politica.
«Non farei mai crescere mio nipote lì. E non ci prenderei mai casa», aveva detto a Il Fatto Quotidiano l'8 agosto scorso il ministro dell'Ambiente parlando del quartiere Tamburi costruito attorno all'acciaieria, disseminato — come ho ricordato all'inizio — di morti e tumori in ogni famiglia. La settimana dopo, alla vigilia di Ferragosto, Corrado Clini se n'era uscito dicendo, invece — a due voci col ministro Passera —, che i provvedimenti di sequestro del giudice per le indagini preliminari mettevano «a rischio il sistema industriale italiano». Aggiungendo — sempre nell'audizione alla Camera — che «il governo sta valutando se sollevare il conflitto di attribuzione con la magistratura davanti alla Consulta»: uno spartito diverso per i diversi cortili in cui si canta?
Eppure, il ministro Clini sa bene ch'era stata l'«Autorizzazione integrata ambientale» concessa dal suo predecessore Stefania Prestigiacomo, appena un anno fa, a consentire all'Ilva di proseguire come sempre, «addomesticando» anche i funzionari ministeriali, stando a quanto emerge dall'inchiesta giudiziaria. A cominciare dal presidente della Commissione «Aia», il trentenne Dario Ticali, laureato nel 2004 al piccolo istituto privato Kore di Enna, esperto — pensate un po' — del ravaneto nelle pavimentazioni stradali, messo lì dalla Prestigiacomo. È ancora al suo posto, ministro Clini? Accanto a imprenditori senza scrupoli, sotto accusa ci sono, difatti, proprio le istituzioni che hanno chiuso gli occhi di fronte a tutte le evidenze, omettendo per decenni persino l'istituzione di un registro tumori in una delle città più inquinate d'Europa.
«Mai sollevato il conflitto davanti alla Consulta», ha dichiarato venerdì 17 agosto Clini a Taranto, di fianco al ministro Passera mentre il suo collega dello Sviluppo economico annunciava in Prefettura la nomina di un commissario di governo per eseguire le prescrizioni dei magistrati da inserire in una nuova «Autorizzazione integrata ambientale» entro settembre. No, il conflitto Clini non lo ha «sollevato». Lo ha solo minacciato alla Commissione Industria, tre giorni prima.
Sono anche questi comportamenti dei rappresentanti pubblici ad aver impastato il pane dei tarantini nei veleni dell'acciaieria (e dell'Arsenale e delle altre aziende inquinanti, disseminate tra il Mar Grande e il Mar Piccolo). Avete sentito parlare, ministri Passera e Clini, di un processo per omicidio colposo nei confronti degli ex vertici di Italsider che comincerà fra qualche settimana? Le inchieste dell'ex pretore Franco Sebastio, attuale capo della Procura, vanno avanti da più di trent'anni. Mentre governi e regioni giravano lo sguardo sempre altrove. Non sarebbe ora di finirla qui?
 (sabato 18 agosto 2012)


Germania, la lingua batte...

Guido WesterwelleIl ministro degli Esteri Westerwelle modera il linguaggio dei falchi tedeschi, ma conferma la sostanza. «Dare una lezione alla Grecia? Lì esportiamo, non ci conviene»

«Per quanto tempo ancora dobbiamo chiedere scusa per la Seconda guerra mondiale?». Sono volati fino a Palma de Mallorca, Guenter Dickmann e Andreas Neumeier, per porre la domanda al loro ministro degli Esteri. Guido Westerwelle sta villeggiando in questi giorni in uno dei paesi sull'orlo del fallimento economico, e i due cronisti di Bild am Sonntag — l'edizione domenicale del quotidiano tedesco — la questione la ritengono tanto importante da porla persino in un'intervista vacanziera per famiglie conservatrici in vacanza.
La lingua batte dove il dente duole, evidentemente. E la risposta di Westerwelle è all'altezza delle sue responsabilità politiche: «Siete venuti a Mallorca ad intervistarmi, e solo per questo pensate che viaggiare senza frontiere sia ovvio in Europa da una prospettiva storica? Il diritto di viaggiare, studiare o lavorare ovunque in Europa è un diritto che tutti noi abbiamo costruito passo per passo, con sforzi e pazienza». Per concludere, sul punto, che un giorno la sua speranza è quella «di una vera Costituzione, sulla quale si tenga un referendum».
Dal capo della diplomazia del paese che comanda oggi l'Europa non ci si poteva attendere una risposta diversa. Senonché «Gulliver imprigionato dai lillipuziani» — per riprendere la metafora usata su Repubblica qualche giorno fa — sente il bisogno di scalciare contro gli impacci che lo tengono legato a terra. «L'euro e l'Europa non sono minacciati solo da una politica di troppo poca solidarietà, ma anche da un eccesso di solidarietà», ha aggiunto Westerwelle. Detto nel Paese che ospita le sue vacanze, per il quale gli aiuti finanziari dell'Europa sono subordinati ad una ulteriore perdita di sovranità, fa uno sgradevole effetto.
In altri termini, «la Germania deve usare la sua forza per aiutare altri, deve diventare un amministratore e garante per la stabilità riconquistata di Stati oggi deboli, essendo egemone ma in modo amichevole», aveva scritto qualche settimana addietro il direttore di Die Welt Thomas Schmid. Parlando, di fatto, dei paesi meridionali dell'Eurozona «come se fossero nazioni dimezzate e vinte in guerra», annotava Barbara Spinelli l'11 luglio scorso, commentando le parole dell'ex sessantottino tedesco a capo del prestigioso quotidiano dell'élite conservatrice fondato ad Amburgo dalle potenze vincitrici del nazismo, oggi del Gruppo Springer.
E la Grecia?, incalzano i due cronisti del tabloid popolare Bild am Sonntag (sempre di Springer). «Il ministro delle Finanze bavarese Soeder ha chiesto di dare una lezione alla Grecia», ricordano Dickmann e Neumeier. «Una frase gravemente e volgarmente sbagliata. E se fosse rivolta a noi?», s'interroga il ministro degli Esteri della Merkel. «In Germania nessun altro Bundesland ha un'economia tanto legata all'export quanto la Baviera, dunque parlar male dell'euro è contro gli stessi interessi della Baviera», si premura di sottolineare ai suoi alleati di governo Westerwelle.
Più della buona educazione e della solidarietà politica continentale, potranno quindi le ragioni dell'export. Già un passo avanti per un «gigante» che, nel suo immaginario prevalente, torna a sentirsi circondato da tanti minuscoli uomini. E un ottimo monito per gli stessi «nani». Che un «potere contrattuale» — con tutta evidenza — ce l'hanno anche loro, visto che «Gulliver» lo nutrono coi loro consumi. Non per pietire qualcosa devono darsi una mossa. Quanto «per tutelare i propri interessi in una competizione in cui nessuno regala niente a nessuno», ha scritto oggi sul Corriere della Sera Angelo Panebianco. Una delle poche volte in cui mi sento d'accordo con lui.
 (lunedì 13 agosto 2012)


Germania über alles

Dal 2001 al 2012, Berlino ha moltiplicato per dieci la propria bilancia dei pagamenti grazie all'euro. E, con la differenza sui tassi d'interesse per i titoli pubblici, i paesi più deboli stanno pagando i debiti germanici. Si possono dire queste cose senza essere considerati anti tedeschi?


Apriti cielo. Monti ha detto che in Italia crescono i sentimenti anti tedeschi e in Germania s'è scatenato il putiferio. Come se non fosse proprio il non detto a far crescere incomprensioni e ostilità, da sempre, in ogni luogo. L'intervista di domenica 5 agosto del premier italiano su Der Spiegel può essere letta in tanti modi. Come atto di lealtà comunitaria o come captatio benevolentia nei confronti di un'opinione pubblica teutonica vieppiù insofferente nei confronti dei cosiddetti «scrocconi e parassiti del Sud Europa», o come altro la si voglia considerare, finanche una gaffe. Resta il fatto inconfutabile: in Italia (e in Grecia e in Spagna e in Portogallo e in Francia) le intransigenze «rigoriste» della Germania appaiono sempre più indigeribili. Paradossali e contraddittorie. Proviamo a mettere a fuoco, al riguardo, qualche passaggio-chiave, senza paura ad usare le parole adatte a descriverlo.
La supremazia economica (e quindi politica) della Germania in Europa è oggi indiscutibile. Merito di una prevalenza demografica non meno che di una disciplina sociale senza pari. Troppo noti, questi tratti, per doverli discutere. La svolta che qui mi preme sottolineare è costituita dalla titanica riunificazione dei due tronconi della Germania divisi dalla sconfitta nazista e confinati dal Muro di Berlino: terribile sigillo della guerra fredda ereditata dalla Conferenza di Yalta e durata 46 anni. In poco più di un decennio, dagli inizi degli anni Novanta le élites tedesche hanno saputo colmare divari enormi tra l'Est e l'Ovest del loro paese, chiudendo i conti con l'eredità comunista della ex Ddr. E l'hanno fatto nel modo più convincente e definitivo: estendendo benessere e libertà a tutti i tedeschi.
Qualcuno può onestamente pensare che, in questo processo, sia stato trascurabile lo sviluppo di un mercato unico di quasi mezzo miliardo di consumatori in cui riversare i propri prodotti? Due soli numeri, per capire la formidabile progressione economica della Germania negli ultimi vent'anni. Dal 1989 al 2000 (quindi in piena fase pre-euro) la bilancia dei pagamenti correnti della Germania era in rosso per 126 miliardi. Dal 2001 al 2012 (quindi con l'euro, comprendendo anche l'attuale fase di crisi dei Paesi periferici) è balzata in positivo a quota 1.791 miliardi (dati Bloomberg). Decuplicata in appena dieci anni. E in Italia, giusto per fare un raffronto? Prima dell'introduzione dell'euro avevamo una bilancia dei pagamenti correnti positiva per 53 miliardi. Nel periodo successivo siamo in passivo di 388 miliardi.
Helmut Kohl — artefice primario della riunificazione tedesca — tutto questo lo ebbe ben chiaro sin da subito. E seppe farlo comprendere ai suoi concittadini, convincendoli a rinunciare al loro «sacro» marco. Ci guadagnarono, così, una moneta unica che assunse, di fatto, il valore della loro divisa, facilitando come non mai la penetrazione delle loro merci in tutt'Europa. Base imprescindibile, questa, per le economie di scala e per il salto in alto delle esportazioni made in Germany negli Stati Uniti in Asia e nel resto del mondo. Quella che era stata fino ad allora la cosiddetta «area del marco», circoscritta ai paesi del centro Europa, si estese in un battibaleno fino ai vituperati — al giorno d'oggi — paesi del Sud. Grecia, Spagna, Portogallo e Italia sono diventati (in dieci anni, senza barriere d'alcun tipo) pascolo incontrastato dei — peraltro eccellenti — prodotti tedeschi.
E non è tutto. Per ottenere i propri obiettivi sociali e politici conseguenti alla riunificazione statuale del proprio paese, la Cancelleria tedesca ha forzato le regole comunitarie. Violando — proprio lei, vestale dell'asserito rigore finanziario — il rapporto deficit-Pil nella prima metà del decennio scorso. Chi se ne ricorda più oggi, davanti alle petulanti ramanzine teutoniche sugli «inviolabili trattati comunitari» recitati come un mantra?
E del finanziamento del debito pubblico tedesco — sì, anche i tedeschi hanno fatto e fanno debiti —, vogliamo parlarne? Oggi questo finanziamento avviene addirittura a costo zero, come siamo costretti a ricordarci ogni giorno coi bollettini di guerra sullo spread che divora mezzo continente, invadendo i tinelli d'Europa all'ora del tg. Detto in altri termini, il costo dei nostri debiti (e di quelli greci, spagnoli e portoghesi) sta consentendo ai tedeschi di pagare i propri. È anti tedesco analizzare questa realtà e spiegarla?
E sapete quanto hanno risparmiato i tedeschi con le differenze tra i tassi d'interesse dei paesi più poveri e i loro? Più di mille miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Il doppio esatto di quanto dispone oggi il Fondo europeo salva stati per evitare la bancarotta delle economie più deboli. Sentimenti anti Germania anche questi, o semplici dati di fatto?
E così torniamo a Monti da cui siamo partiti. «Al contrario di quel che pensano molti tedeschi», ha detto a Der Spiegel il premier italiano, «dalla Germania l'Italia non ha avuto un solo euro, anzi: i nostri tassi d'interessi alti sui titoli pubblici sovvenzionano e tengono bassi i vostri». L'Italia, ha aggiunto, «ha messo mano alle proprie casse in favore della Ue ma non ne ha mai usufruito». Altri tempi dalla cosiddetta «politica del cucù» di berlusconiana memoria, di cui la stampa tedesca (e, stupidamente, quasi tutta quella italiana) s'è deliziata per anni.
«Dall'euro quelli che ci hanno guadagnato di più siamo stati noi. E dalla sua crisi saremmo noi a perderci di più», ha scritto Wolfgang Schäuble nei giorni scorsi. Le avesse dette prima queste parole, il ministro delle Finanze. Le avesse dette ai giornali tedeschi e ai propri concittadini, o le avesse suggerite — anche solo in un orecchio — alla cancelliera federale prima di uno degli inconcludenti 26 vertici europei: sarebbe stato decisamente meglio. Nell'ultimo anno abbiamo potuto apprezzare, invece, solo il ritornello dei «Nein» della Merkel e le sue variopinte giacchette, su e giù davanti alle telecamere, baci e abbracci con Sarkozy.
Parole così ci avrebbero risparmiato — almeno — la bava alla bocca di Alexander Dobrindt. «La brama dei soldi dei contribuenti tedeschi spinge il signor Monti a un florilegio anti-democratico», ha affermato dopo l'intervista del premier italiano il segretario dell'Unione cristiano-sociale (Csu) bavarese, fratello gemello della Cdu, il partito di Schäuble. A cui si è aggiunto Franz Schaeffler, leader della Fdp, i liberali tedeschi, principali alleati della Merkel: «Non esiste al mondo un'altra economia che abbia così tanti punti di forza. Anche la competitività francese è peggiorata dall'introduzione dell'euro. Oggi l'economia di Parigi non è più da considerare concorrenziale con quella tedesca». Per concludere l'intervista a Focus Money così: «Tra 18 mesi l'euro sarà morto».
Germania über alles è un po' troppo, herr Schaeffler. Pretenderlo tre volte di seguito — in un solo secolo, per di più — è insopportabile. Eppoi, segare il ramo su cui si è seduti non è gran segno d'intelligenza. La quale, per fortuna, non si misura ancora col Pil. Anche questo avrebbe dovuto già insegnarcelo la storia drammatica del continente, frau Merkel. Non è forse questa la «mancanza di visione» di cui l'accusa da un anno in qua il suo ex mentore e maestro Helmut Kohl?
 (giovedì 9 agosto 2012)


Marchionne e i pesci in barile



Nel 2009 per il Financial Times era «un visionario o un illuso». Tre anni dopo possiamo dirlo: il numero uno del Gruppo Fiat è «un illuso» che ci costa molto caro. Ma le istituzioni italiane fanno ancora finta di non capire

Due anni fa, in occasione del referendum sul futuro di Mirafiori lei disse: «Se fossi un operaio voterei sì». Ha cambiato opinione? La domanda di Paolo Griseri e Diego Longhin al sindaco di Torino è secca. La risposta di Piero Fassino su Repubblica di ieri pure: «No, per due ragioni». La prima ragione — riassumo io — è che la crisi dell'auto morde anche la concorrenza. La seconda ragione di Fassino conviene riportarla testualmente, per intero: «Non c'è nessuno che possa dimostrarmi che Mirafiori sarebbe stata più al sicuro se al referendum avesse vinto il "no". Anzi, credo che avrebbe chiuso». Chiaro, no?
Ripartiamo, allora, da dove ci siamo fermati col post di giovedì 2 agosto («Sergio Marchionne, l'uomo-bluff»). Di fronte all'ipotesi che la Fiat entrasse in Opel «per scommettere su una nuova azienda che costruisca ogni cosa, dalle Jeep 4x4 alle piccole Fiat 500 passando per Opel e Saab» (coi contributi pubblici, come si apprestava a fare in Chrysler con 7,5 miliardi di dollari di Obama), il governo tedesco chiese di saperne di più. Quello che aveva in mente Marchionne — anche le parole che seguono sono le sue, dette all'inviato del Financial Times ai primi di maggio del 2009 — era «un mostro, da sei milioni di autovetture prodotte all'anno, alla pari con Volkswagen e secondo solo a Toyota».
Gli uomini della Merkel convocarono il manager italo-canadese, gli fecero esporre la sua «scommessa» e lo misero alla porta. «Dal 1945, la Germania è un paese dove questo non è mai avvenuto» mise subito in chiaro la Cancelliera, davanti alla sola ipotesi che — coi soldi di tutti — si chiudesse una fabbrica tedesca.
Per tutta la prima metà del decennio scorso, la Germania è stata la grande malata d'Europa. È bene non dimenticarselo affatto, tanto più oggi. Con riduzioni d'orario e di stipendio, le maestranze dell'industria automobilistica (e non solo quelle) furono tenute nel circuito produttivo aziendale nonostante la crisi di mercato. Pronti a ripartire, non appena la ristrutturazione tecnologica e il ciclo economico lo avessero consentito. E così è stato. È sicuro il sindaco Fassino che un vincolo sociale simile a quello praticato in Germania non avrebbe indotto oggi Marchionne a pesare maggiormente le sue scelte senza scaricare sui lavoratori le sue scommesse da «visionario o illuso»? Visti gli esiti, oggi possiamo sciogliere il dubbio del Financial Times di tre anni fa: abbiamo davanti un «illuso» che comincia a costarci molto caro.
La differenza tra Germania e Italia non è solo questa appena detta. Ciò è ben evidente e lo sappiamo. Ma lì le istituzioni ci sono e pesano, costruendo politiche industriali senza scassare il tessuto connettivo della società. E anche i sindacalisti italiani farebbero bene a riflettere sul «modello tedesco». A cominciare dalla Mitbestimmung, il sistema di codecisione fra sindacati e aziende. Grazie al quale, questa primavera, è stato ottenuto l'aumento delle paghe del 4,3% nel settore auto, dopo anni di ristrutturazioni produttive e di magra salariale (su una base — comunque fantasmagorica in Italia  di 2500 euro netti al mese e 34 ore di lavoro alla settimana).
Da noi le uniche parole dette dal premier Monti, in un incontro con Marchionne il 16 marzo di quest'anno (facendo da quinta, nel cortile di Palazzo Chigi, alla presentazione della nuova Panda), sono state le seguenti: «Chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti e per le sue localizzazioni le soluzioni più convenienti». «Un incontro perfetto» si affrettarono a dichiarare, difatti, John Elkann e Marchionne alla fine della messa in scena a favore di fotografi e telecamere. Una bella differenza con gli uomini di governo tedeschi (e francesi e americani). Passera, ad esempio. Che fine ha fatto l'onnicompetente Passera? E la loquacissima Fornero? Non pervenuta, neanche lei. Tra sindaci ministri premier e sindacalisti, quanti stanno facendo i pesci in barile in questo nostro disastrato paese?
 (sabato 4 agosto 2012)