Scalfari la cicuta e l'articolo 18


Delegati Fiom imbavagliati davanti ai cancelli di Mirafiori

Lo ripetono in tutte le salse. Qualcuno anche come un disco rotto. I lavoratori devono caricare sulle loro spalle il peso di «far ripartire lo sviluppo». Rinunciando alle «rigidità della forza-lavoro». Per essere più convincente, Eugenio Scalfari su la Repubblica ha introdotto la sua orazione esortativa facendo parlare uno dei padri del sindacalismo italiano. L'ex segretario generale della Cgil, Luciano Lama, è riesumato con ampi brani di un'intervista del gennaio del 1978: «La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo», diceva, fra l'altro, Lama.
«Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978», avverte il fondatore di Repubblica e dell'Espresso nell'editoriale della domenica. E come si fa a non vederlo, se si sono passati i cinquant'anni, o si ha la fortuna di leggere qualche buon libro. Epperò, nella lettera per Susanna Camusso pubblicata sul suo giornale, Scalfari è pressante. «Il sindacato può e deve favorire la flessibilità in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo», scrive. E come no? Sono cambiate solo poche, essenziali cose.
Vediamone qualcuna. Negli ultimi trentaquattro anni, i lavoratori sono stati chiamati a cedere quasi tutto. Si cominciò dal mancato recupero dell'inflazione sul loro salario, che non doveva essere più una «variabile indipendente» rispetto ai profitti d'impresa. E così, «negli ultimi quindici-vent'anni — ha ricordato nei giorni scorsi il segretario della Fiom, Maurizio Landini —, c'è stato un trasferimento di 10-12 punti di prodotto interno lordo, oltre 150 milioni di euro all'anno, dai salari al profitto». E sono crollati anche gli investimenti, sia pubblici che privati.
Queste cose Scalfari le conosce come pochi. Eppure scompaiono dal contesto del suo editoriale. Egli scrive — è vero — che «la crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale». E quindi? Dei tre, come si vede, due compiti non spettano (in primis e neanche in secundis) ai prestatori d'opera.
Ecco allora che ritorna, di straforo, il ritornello sulla «flessibilità del mercato del lavoro», il terzo elemento di cui sopra. Rimesso in bocca da Scalfari a Luciano Lama, con una buona dose di strumentalità. L'ex capo della Cgil sarebbe il primo ad accorgersi come la «classe operaia», che faceva da baluardo sociale e politico anche a una democrazia minacciata costantemente dal sovversivismo di pezzi dello Stato (tentativi di golpe compresi), oggi non esista più. Né a Napoli, né a Torino, che assorbiva a decine di migliaia la manodopera meridionale. Oggi, dove c'era l'Italsider di Bagnoli non si produce più nulla e si scava da vent'anni per portare via i veleni accumulati in tre quarti di secolo di acciaieria. E a Mirafiori i capannoni si animano di maestranze solo qualche giorno al mese per poche migliaia di ore di lavoro, alla mercè di un raider del capitalismo finanziario globale come Sergio Marchionne.
Coi «sacrifici» imposti da trent'anni in qua, i lavoratori si sono intanto dissanguati o addirittura estinti politicamente, per salvare sempre qualcosa che andava oltre la loro condizione personale diretta. E la «fase due» di quei sacrifici non l'hanno vista mai. Indebolendo, di perciò stesso, tessuto economico ed equità sociale. Cos'altro deve sacrificare chi lavora un paio di settimane al mese, o arriva a stento a mille euro di stipendio?
Tutto questo, naturalmente, lo sa molto bene anche Eugenio Scalfari. Come fa a proporre, anche lui, ai lavoratori italiani di bere ancora un piccolo sorso di cicuta? Niente più articolo 18 per salvare un'economia dove il 10% di italiani possiede il 45% di tutta la ricchezza nazionale? Un divario cresciuto a dismisura nell'ultimo decennio. Mentre l'altro 90% si impoveriva o tirava la cinghia.
Cos'altro devono dare Camusso Bonanni e Angeletti, oltre quello ch'è stato già tolto ai loro rappresentati?


«De Falco? Un eroe del cazzo»

20120127_150251_650D9B2E.jpgAdesso abbiamo la conferma. Anche Schettino ha la sua corporazione, pronta a difenderlo. Nel post del 17 gennaio ne avevo ipotizzato solo l'esistenza. Ora s'è fatta viva l'Usclac, l'«Unione sindacale capitani di lungo corso al comando», a cui era iscritto il comandante della Costa Concordia. Per chiedere scusa a nome del loro associato? «Assolutamente». Per espellerlo, allora? «Non ce lo sogniamo nemmeno».
A parlare così a due settimane dal naufragio è Antonino Nobile, presidente dell'associazione. Che difende a spada tratta Francesco Schettino, contro ogni evidenza dei fatti, delle prove e delle testimonianze. E, da Genova, contrattacca anche Pietro Gardella, consigliere dell'Uslac, contro Gregorio De Falco, quello del «Vada a bordo» eccetera. «Un eroe del cazzo», dice oggi Gardella, parlando del comandante della Capitaneria di Livorno che metteva Schettino davanti ai suoi doveri e alle sue responsabilità.
L'ho già scritto. Il naufragio del Giglio è davvero la metafora dell'Italia, nel bene e nel male, al di là dei toni rozzi adoperati, in queste ore, da Der Spiegel. Ed allora: che paese è diventato mai il nostro? I processi si fanno in Tribunale, e va bene. Chiunque ha diritto di difendersi e proclamare la propria innocenza, e ci mancherebbe: fa parte del gioco. Ma come fa un'associazione di uomini di mare — «di lungo corso», poi — a chiudere gli occhi davanti ai fatti incontrovertibili certificati dalla voce stessa del suo associato? Il pesce puzza dalla testa. E l'Italia, negli ultimi lustri, ha avuto a capo pesci puzzolentissimi. Pessimi esempi per il senso comune di un popolo. Non ci sono ancora bastati?
Persino l'avvocato Bruno Leporatti, difensore di Schettino, l'altro ieri ha motivato la richiesta di revoca degli arresti domiciliari perché — testuale — «è irreale che Costa Crociere o un'altra compagnia gli riaffidino il comando di una nave» (sic). Le hanno lette queste parole il consigliere Pietro Gardella e il presidente dell'Uslac Antonino Nobile che accusa i giornalisti — e ti pareva — di «aver creato un mostro»? In che mani sono le nostre navi e il mare, se i «capitani di lungo corso al comando» ragionano tutti come loro?
«Fa lo scemo per non andare in guerra», usava dirsi un tempo. Un po' codardi, un po' sbruffoni. Siamo sempre lì, alla stessa commedia italiana. Deprimente, umiliante. Per poi stupircene, se qualcuno ci para davanti uno specchio. E siamo costretti a guardarci in faccia, in un mondo — vivaddio! — con porte e finestre aperte.


Concordia, il mondo ci guarda

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Ci sono più giornalisti che abitanti, in questi giorni, al Giglio. Una selva di telecamere, «più che ai vertici del G8», mi dice un collega di lungo corso. M'è parso interessante, per il pubblico di Rai 3 "Ambiente Italia", fare un giro d'orizzonte sul lavoro svolto dagli inviati di tutto il mondo. Come viene raccontato al loro paese il dramma della "Concordia"?
Il naufragio è la storia perfetta, per ogni genere di giornalismo. Per quello popolare più di tutti. La nave s'è piegata sul fianco davanti al paese, al centro dell'arco di Giglio Porto che guarda l'Argentario. Nessuno scenografo avrebbe potuto immaginare e realizzare nulla di meglio. La storia giornalistica perfetta è ambientata anche nel set televisivo perfetto.
Per i canoni imperanti nella televisione italiana d'oggi, in uno scenario così ti aspetteresti molte concessioni alla retorica narrativa, al colore dell'ambientazione anche nelle televisioni straniere. Ed invece, dalla Cnn a France Television, dalla Bbc alla Zdf, sono i fatti nudi e crudi ad essere raccontati. Le storie dei naufraghi, la viltà di Capitan Codardìa, l'organizzazione dei soccorsi, la navigazione consentita a navi così grandi in un Parco nazionale e in uno internazionale (il Santuario italo-francese dei cetacei): sono questi temi a dominare notiziari ed approfondimenti, mi dicono i colleghi stranieri.
C'è chi scava sullo strano rapporto tra Schettino e il suo ex commodoro Palombo, a cui ha fatto da secondo ufficiale sulla gemella della "Concordia", prima di essere promosso comandante dalla Costa Crociere al suo posto. Raccomandazioni all'italiana? Lo ipotizzano maliziosamente quasi tutti. Gli "inchini" al Giglio (dove vive Palombo) sono, dunque, un debito di riconoscenza? Una subordinazione psicologica di Schettino ad un capo che delle sfide a fil di scoglio ha fatto un vanto, scrivendoci addirittura un libro sopra?
I luoghi comuni sugli italiani sregolati e spavaldi, in effetti, sono schierati tutti lì, appena dietro lo scoglio. «Da non credere, quella telefonata con la Capitaneria di Porto», osserva sferzante Antje Pieper della Zdf. «Non sono "gli italiani" sotto accusa», concede il secondo inviato della tv pubblica tedesca, Carsten Rüger: «In Italia ci sono anche i comandanti De Falco. Ed è così in tutto il mondo».
Impressionati, tutti quanti, dalla solidarietà spontanea e generosa degli isolani. Case e vestiti per i profughi. E non solo per loro. «Sul Giglio gli alberghi sono quasi tutti chiusi. Siamo stati ospitati da un abitante che ci ha cucinato anche la pasta. È gente di mare straordinaria», racconta Isabelle Sabourault di France 3.
Il volto nobile della tragedia entra così nelle case francesi, inglesi, tedesche, svedesi, americane, giapponesi. E ci entra anche il disordine operativo, almeno apparente, dei tanti corpi e delle tante teste. «Carabinieri, Guardia di Finanza, Guardia Costiera, Marina Militare: non si sa chi comanda. Ed è tipico degli italiani», mi dice Antinio Pellayo della spagnola Antena 3. «Il capitano che fugge dalle sue responsabilità e dice di essere scivolato sulla scialuppa che si allontana dalla nave con a bordo anche secondo e terzo ufficiale: sembra uno sketch della commedia all'italiana», si diverte a dire Dan Rivers di Fox News. E voi ci inzuppate il pane? «Per forza», risponde con una sonora risata, molto plateale, molto americana. British ed asciutto come da copione, Matthew Price della Bbc: «Nei prossimi giorni questa costa meravigliosa rischia il disastro ambientale. Abbiamo sottolineato molto gli interventi tempestivi del governo italiano, per i soccorsi e per evitare una catastrofe ecologica». «La Svezia è un grande arcipelago e c'è un vivace dibattito anche da noi sulla navigazione delle grandi navi in ambienti sensibili, in particolare tra Stoccolma ed Helsinki. Il naufragio della "Concordia" ha acceso i riflettori anche sulle nostre paure», mi dice Peter Loewe corrispondente del "Dagens Nyheter".
No, a nessuno è venuto in mente di mescolare tragedia e intrattenimento. «La spettacolarizzazione in questo caso potrebbe essere persino giustificata dal tema e dallo scenario», osserva Valentina Cravero della Televisione pubblica Svizzera italiana. «L'Italia ci ha abituati alla tv del dolore, da Cogne ad Avetrana; non sarebbe strano se ci costruisse, su questo dramma molto intenso, talk show e reality», aggiunge l'inviata elvetica sfoderando un sorriso ironico — a me pare di compatimento. Avrà visto anche lei Bruno Vespa già all'opera, col suo plastico in miniatura?


Concordia: no, il plastico no!

Costa, i disegni dei bambini del Giglio che hanno accolto i naufraghi
Il naufragio nel disegno di un bimbo del Giglio

Lo so. La nausea già monta. L'overdose di parole e immagini del naufragio al Giglio sta superando il livello di guardia. Epperò qualcos'altro bisogna aggiungerlo. E riguarda come la tragedia è entrata, entra ed entrerà nelle nostre case. Dallo schermo televisivo, anzitutto.
Per la trasmissione della Rai Ambiente Italia, sto seguendo sul posto quel ch'è successo. Sapendolo, il professore di letteratura romanza che abita al piano sotto al mio mercoledì sera mi dice, sorpreso e meravigliato: «Ho visto che anche Vespa è salito su un elicottero per far vedere la Concordia». Poi aggiunge, sornione: «Non ha ancora tirato fuori, però, il plastico della nave». Detto fatto. Qualche minuto dopo, il plastico (un modellino, piccolo per ora, fornito dall'armatore) si agitava già nelle mani di Vespa nello speciale di Rai1, in onda di lì a poco. E poi frizzi e lazzi del maître dell'infotainment all'italiana sui riti scaramantici marinari, le coincidenze kabalistiche dei numeri del disastro e l'influenza del maligno nella combinazione delle date. E poi la richiesta dell'applauso (tiepido) sulla «vita che continua» mentre in diretta tv il transatlantico gemello della Costa crociere passa davanti alla carcassa della Concordia con dentro ancora decine di morti. Non ce l'ho fatta più e ho spento.
No, non cambierà mai nulla in questo paese, se la tv pubblica continuerà ad essere ancora questa: l'Isola del Giglio al posto di Avetrana. Se gli spartiti e i suonatori del «ventennio breve» saranno ancora gli stessi. Devastanti — gli uni e gli altri, gli spartiti e i suonatori — per il cervello degli italiani, imbottito a piene mani di cinismo e banalità. Disastrosi per l'amor proprio e la dignità di un paese intero.


Gli Schettino di casa nostra

Costa Concordia, simbolo del dolore nel portoÈ peggio di quanto pensassi (e avessi scritto a caldo). Dopo averne ascoltato la voce, la viltà di Francesco Schettino, comandante della Costa "Concordia", è pari soltanto alla sua malafede. Uno shock per tutti. La giustizia, come suol dirsi in questi casi, farà il suo corso. Ma quello che c'era da capire è stato capito, credo, sentendo la sconvolgente telefonata con la Capitaneria di Porto di Livorno. Abbiamo capito abbastanza sull'uomo Schettino, e non solo sul comandante di un transatlantico finito sugli scogli come un gommone. «Ma è buio...», farfuglia a un certo punto al comandante della Guardia costiera che gli intima di tornare a bordo e dirigere l'evacuazione della sua nave.
C'è da capire, ancora, come possa essere affidata ad un uomo così — forse ubriaco, forse "fatto", forse semplicemente inadeguato — una nave-città con migliaia di passeggeri a bordo. Chi li seleziona gli uomini con così grandi responsabilità? Chi ne controlla l'integrità psicofisica? La compagnia di navigazione e basta? La telefonata tra Capitaneria di Porto di Livorno e Schettino, trasmessa da radio e tv di tutto il mondo, ci dice anche quanto impegno e dedizione ci sia, per fortuna, nelle istituzioni, oltreché nella mobilitazione generosa e partecipe delle persone comuni.
Forse è così in tutto il mondo. Ma quanto pesa — da noi più che altrove — una catena di comando omertosa o imbelle? Abbiamo scoperto un'altra corporazione, quella dei comandanti? Qualcuno, al riguardo, si interrogherà sullo strano rapporto tra Schettino e il suo ex comandante Palombo. Quello a cui era indirizzato il cosiddetto "inchino" a sirene spiegate. Quello a cui telefona dopo aver schiantato la nave contro lo scoglio, non la Capitaneria di Porto che può mandare rinforzi e dare assistenza.
Assieme a decine di inviati di tutto il mondo, oggi sono stato sull'Isola del Giglio. Da vicino ho visto quanto sia ancora più incredibile, al di là di ogni immaginazione, la follia compiuta da Schettino. Anche dopo aver incagliato la nave, che solo per puro caso o per le correnti non è finita a picco. La salvezza per tutti s'era parata lì davanti, a poche decine di metri, fra le case di Giglio Porto. Sarebbe bastato un soprassalto di lucidità o di coscienza. Se non del comandante Schettino, degli ufficiali che un capo incapace e senza onore aveva accanto. Tutti zitti, invece, davanti a tutte le evidenze: la sala macchine allagata, il black out totale, la nave che s'inclina sull'abisso. Poi qualche sottoposto senza alamari dà il via all'ammutinanento. E cala le scialuppe. Un'altra metafora — anche questa — sul Titanic di casa nostra, sui tanti Schettino al comando senza merito. Da stanotte già nel suo letto. Aprirà gli occhi su quanto ha combinato e sulla sua ignobile fuga guardando almeno la tv?


Il Titanic di casa nostra


«Sono stato l'ultimo a scendere dalla nave»: bugiardo come Giuda, la menzogna l'ha ripetuta tutto il giorno davanti a taccuini e tv di mezzo mondo. Poi Francesco Schettino s'è dovuto arrendere all'evidenza delle testimonianze che lo inchiodavano, e ai carabinieri che lo accompagnavano in carcere. Ci dice qualcosa tutto ciò? Sì, ci dice tanto. Prima, però, dobbiamo soffermarci su qualcos'altro. Altrettanto grave.
Per più di un'ora, sempre lui, Schettino, dagli altoparlanti ha detto a passeggeri ed equipaggio che la Costa "Concordia" avrebbe ripreso la navigazione. Il botto assordante e il buio improvviso era stato solo un «piccolo inconveniente all'impianto elettrico». Con la nave già inclinata sull'abisso, tutti sui ponti ad aspettare che qualcuno desse l'ordine d'indossare il salvagente ed evacuare. E, quando le lance di salvataggio sono state tirate fuori, gli addetti non erano in grado di manovrarle. Attorno, risse e spintoni per contendersi i giubbotti arancioni, l'àncora di una possibile salvezza. Nel caos più totale, al buio, di notte, in un mare gelido e nero.
Le testimonianze dei passeggeri e le ricostruzioni dei giornalisti fatte a caldo sono impietose. Una città galleggiante di cinquemila persone affidata a una ciurma impreparata, senza neanche una lingua comune per comunicare, fra loro e coi passeggeri. Nelle mani di un comandante incapace. Prima Schettino avvicina la nave dove non avrebbe dovuto, per fare un misterioso "inchino", a suon di sirene, agli isolani del Giglio — più probabilmente a qualcuno in specifico. Poi se la dà a gambe, senza neanche curarsi che tutti gli ufficiali fossero rintracciati (il commissario capo di bordo è stato recuperato dalla nave trentasei ore dopo, con una gamba rotta, per aver aiutato — lui sì — i passeggeri in fuga). Coi soccorritori che fanno la spola tra nave e terraferma fino all'alba, e lui già sul molo, all'asciutto. Un'infamia, non soltanto per il codice d'onore del mare.
Ecco, è di fuga dalle proprie responsabilità che ci parla il comportamento del comandante Schettino. E non solo il suo, certo. Si può autorizzare la navigazione di una nave da crociera di centoquattordicimilacinquecento tonnellate di stazza senza verificare (costantemente) che uomini e strutture siano all'altezza di compiti e procedure di sicurezza? No, non si può. E nel biglietto della crociera non sono previste le batterie dei segnalatori luminosi di uomo in mare? Anche questo andrà chiarito. Ma è lui per ora, il comandante vile, a lasciare sgomenti. E a farci pensare ai tanti comandanti, tronfi e approssimativi, che raccontano balle e scappano quando la nave affonda. Quanti ve ne vengono in mente, nei vostri uffici o nelle vostre officine? O nel nostro paese? E mica solo in Italia.


Chi salva il «soldato Cosentino»

Ora che il «soldato Cosentino» è salvo — per l'ennesima volta — dalla richiesta di arresto inoltrata dalla magistratura campana, qualche domanda in più dobbiamo porcela. Non più soltanto sui radicali eletti nelle file del Pd. O sul peso abnorme dei vari Scilipoti. Quanto conta, ad esempio, il «colonnello Maroni» aspirante generale unico della Lega? Non molto, si direbbe, visto com'è finita — anche stavolta — l'indicazione dell'ex ministro dell'Interno di consentire alla giustizia di fare il suo corso.
Da ex titolare del dicastero in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, Roberto Maroni ne sa certamente qualcosa in più dei suoi colleghi di partito sul ruolo dell'ex viceministro all'Economia. Indicato dai magistrati come referente politico dei Casalesi. Niente da fare. L'ordine di salvare Cosentino è partito, ancora una volta, da Bossi in persona, con la comoda «libertà di coscienza» decretata ieri dal leader leghista. Dopo aver parlato con Berlusconi. Terrorizzato, quest'ultimo, che il suo deputato campano «vuoti il sacco», ha osservato Roberto Saviano. Che quei contesti conosce bene, e ha raccontato anche meglio, scrivevo nel post del 22 dicembre dopo l'ultimo salvataggio del deputato campano alla vigilia di Natale.
«Nicola Cosentino non è l'ennesimo politico accusato di essere un uomo della camorra», scrive Saviano. «È la storia di Forza Italia e del Pdl in Campania. Dalle sue mani di viceministro all'Economia sono passati i finanziamenti della Comunità Europea. È un imprenditore e un politico influente in tutto il Mezzogiorno; non è quindi solo un politico locale. È presente nei grandi affari, quelli raccontati dall'inchiesta P3, è in grado di distruggere l'immagine dei suoi nemici politici, anche dello stesso partito (vedi affaire Caldoro e macchina del fango)».
Prima o poi ne sapremo di più sui patti, per così dire, «extra sociali» firmati davanti a un notaio tra Bossi e Berlusconi, prima di rimettersi insieme nel 2001 e dopo gli insulti su «Berluscaz, l'amico dei mafiosi». Qualcosa di poco chiaro dev'esserci. Se, ogni volta, il padrone del Pdl la spunta sul padrone della Lega. Per il suo più «autorevole» colonnello sappiamo già — invece — che conta poco, alla prova dei fatti. Ed è ben di più — a me pare — di un ennesimo smacco, quello subìto oggi, dopo l'apparente vittoria nella segreteria del movimento dell'altro giorno, conclusa col sì all'arresto di Cosentino. Un profumo di vittoria durato — per Maroni — l'espace d'un matin. Digeriranno anche questo, lui e il nocciolo duro degli elettori cosiddetti «padani»? Lo faranno, lo faranno.

Chi esaminerà Angela Merkel?


Angela Merkel è fatta così. L'aria da maestra compìta non riesce a scrollarsela di dosso, per quanti sforzi faccia. Riposta l'aria sbarazzina d'un momento — con la risata che seppellì nel ridicolo Silvio Berlusconi il 23 ottobre scorso, spalla a spalla con Sarkozy —, la cancelliera tedesca è tornata a vestire i panni dell'esaminatrice accigliata, dando i voti anche al professor Mario Monti. Dicendosi, alla fine, «impressionata», dopo l'incontro di ieri, per la mole di compiti svolti dal premier italiano in meno di sessanta giorni. Ma i suoi compiti lei li sta facendo bene?
I tedeschi hanno ragione a preoccuparsi che i debiti siano pagati dai paesi che li fanno, e non finiscano anche sulle loro spalle incolpevoli, avevo scritto nel post del 24 novembre scorso. Ma c'è ancora qualcuno capace di spiegare — proprio ai tedeschi — che senza l'euro sarebbe la Germania la prima a rimpicciolirsi?
La forza economica tedesca è cresciuta sulle esportazioni nell'eurozona. Da essa la Germania ha tratto gran parte delle risorse per pagare lo sforzo gigantesco di unificare le due metà del paese divise, per mezzo secolo, dalla Guerra Fredda. Un'opera ciclopica che rende onore ai dirigenti politici tedeschi del tempo. E che sarebbe stata ben più difficile — se non impossibile — da compiere, in assenza di un mercato comune nel quale l'intraprendenza imprenditoriale e l'autodisciplina germaniche potessero dispiegarsi appieno.
«La Germania non è più da alcuni anni una potenza affidabile, né nella politica estera né in quella interna. Ha dimenticato la lezione di Konrad Adenauer che, attraverso il suo chiaro e testardo legame con l’Occidente, aveva ottenuto quel fondamento di affidabilità di cui hanno beneficiato tutti i cancellieri dopo di lui»: a parlare così è Helmut Kohl, padre politico di Angela Merkel, intervenendo a Internationale Politik, prestigioso bimestrale di uno dei più importanti think-tank berlinesi.
«Spesso mi chiedo dove sia di fatto la Germania oggi e dove voglia andare», ha proseguito ad agosto dello scorso anno l’ex cancelliere, con la crisi della Grecia galoppante; «e questa domanda se la pongono anche altri, in particolare i nostri amici e alleati all’estero». Senza mai citare espressamente Angela Merkel, Kohl ha elencato quelli che a suo avviso sono i limiti politici dell'attuale premier: mancanza di leadership, di visione, di volontà. «Quando non si possiede una bussola, quando non si sa per cosa si è a favore e dove si vuole andare, allora manca la capacità di guida e la volontà progettuale. E non ci si può attenere a quella che chiamiamo la continuità della politica estera tedesca, semplicemente perché non se ne ha alcuna idea».
A metà settembre, rispondendo a Paolo Valentino sul Corriere della Sera, l'ex leader tedesco 87enne ha aggiunto: «Non c'è dubbio che la risposta alla mondializzazione deve essere comune. I governi hanno reagito in prima battuta cercando di avvicinarsi all'opinione pubblica. Si è creato un corto-circuito tra nazionale e locale, con una ricerca dell'identità che spesso dà vita a movimenti reazionari e rilancia il pensiero di estrema destra. I partiti populisti crescono in tutta Europa, alcuni governi dicono ai loro popoli: siamo qui per proteggervi. Ma s'immagina se, nel 1945, Adenauer, De Gasperi e Schuman avessero detto a tedeschi, italiani e francesi, il nostro scopo è proteggervi?».
Ho richiamato a lungo questi passaggi già scritti meno di due mesi fa perché, purtroppo, siamo ancora lì. Al respiro corto dei sondaggi da risalire, per tornare alla Cancelleria l'anno prossimo. Quando l'euro potrebbe non esserci manco più — dipendesse tutto dalle sue indecisioni, o dai suoi balletti sterili con Sarkozy, tanto esibiti quanto impotenti. Perché non basta mettere i conti in ordine, se cresce la recessione economica e la disperazione sociale. Un pericolosissimo gioco a perdere — questo della «badante tedesca» con le chiavi di casa, di tutti, in tasca — che il premier italiano ha cominciato forse a smontare, dopo anni di dileggio e irrilevanza.

Un appello: «Fermiamo gli F35»


«Affinché il male trionfi basta che le brave persone restino inattive»: c'è questa didascalia in calce all'appello «Sbilanciamoci, facciamo volare la fantasia». Una campagna promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo" contro l'acquisto di 131 F35. Sull'impiego di questi caccia bombardieri ci sta ripensando anche Obama, e il Pentagono potrebbe annunciare qualche passo indietro. E l'Italia? Possiamo assistere impotenti all'impiego di 16 miliardi di euro per armamenti micidiali, mentre tiriamo la cinghia su tutto il resto?
Fate girare, passiamo parola.
Di seguito il testo integrale.
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«L’Italia vuole acquistare 131 caccia bombardieri Jsf F35, il costo previsto è di 16 miliardi di euro.
I caccia F35 sono il frutto del programma di riarmo internazionale Joint Strike Fighter (Jsf) lanciato dagli Stati Uniti a metà degli anni '90, al quale hanno aderito molti Paesi alleati, tra cui l'Italia nel 1996. ll nuovo "caccia da attacco combinato", Jsf F35 Fulmine, è un aereo militare che, per la sua configurazione, è predisposto non per giacere in un hangar o per il controllo dei cieli di un paese, bensì per compiere azioni di aggressione — anche con armi nucleari — tipiche dell'attuale scenario di guerra permanente.
Il costo dei 131 F35 per i cittadini italiani sarà elevatissimo: la cifra di 16 miliardi di euro è solo il prezzo per l'acquisto dei velivoli; la spesa è destinata ad aumentare poiché gli aggiornamenti tecnici che questi aerei necessiteranno nel corso degli anni sono molto costosi. Gli aerei saranno pagati a rate di circa un miliardo l’anno tra il 2009 e il 2026.
L’Italia partecipa al programma dell’F35 come partner di secondo livello: ciò significa che contribuisce allo sviluppo e alla costruzione del caccia. Vi sono impegnate oltre 20 industrie, cioè la maggioranza di quelle del complesso militare, tra cui Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Selex Communications, Datamat e Otomelara di Finmeccanica
L’F35 è un aereo di quinta generazione, grazie alla capacità stealth, e sarà prodotto in due varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’F35 Lightning "come un fulmine colpirà il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente". Un aereo, dunque, destinato alle guerre di aggressione, a provocare distruzioni peggiori di quelle del terremoto dell’Abruzzo. Ma per le vittime non ci saranno funerali di stato, né telecamere a mostrarli.
All’aeroporto di Cameri (Novara), il caccia verrà assemblato; questa attività, secondo il governo, creerà subito 600 posti di lavoro e una "spinta occupazionale" che potrebbe tradursi in 10 mila posti di lavoro. Una bella prospettiva quella di puntare, per far crescere l’occupazione, su uno dei più micidiali sistemi d’arma. In realtà, più passa tempo più le stime occupazionali del governo si riducono, e oggi si parla di circa 2000 occupati (?!) a fronte di una spesa di 16 miliardi di investimento.
Forse questi 16 miliardi di euro di denaro pubblico — nostro — potrebbero essere investiti in qualcosa di più utile alla collettività. Sono soldi sottratti alle spese sociali, alla sanità e all’istruzione, settori certamente più bisognosi di finanziamenti. Più o meno, ogni aereo costa 100 milioni di euro, l'equivalente di 400 asili nido o, se si preferisce — vista l'attualità —, l'indennità di disoccupazione (la cifra è quella prevista dal governo) per 80 mila precari.
Viene in mente Raoul Follereau, l’amico dei lebbrosi, che nel 1954 scrisse ai capi delle due grandi potenze, Usa e Urss: “Datemi un aereo, ciascuno di voi un aereo, uno dei vostri aerei da bombardamento. Perché col costo di questi due velivoli di morte, si potrebbero risanare tutti i lebbrosi del mondo... Non credete che sia questa una bella occasione ‘per fare qualche cosa?’ Due bombardieri! E si avrebbero tutte le medicine necessarie per guarirli! Il problema non ne sarebbe ugualmente risolto? Lo so. Ma datemi intanto due aerei: e vedrete come si schiarirebbe. E quale speranza nascerebbe allora in milioni di poveri cuori che non saranno soltanto quelli dei lebbrosi…!”».
Link:
www.disarmo.org
it-it.facebook.com/retedisarmo

Rosarno, spremuta di immigrati

Avevano sopportato di tutto: sfruttamento selvaggio, condizioni disumane, emarginazione totale, ed anche riduzione in schiavitù — tre imprenditori erano stati arrestati con quest'accusa pochi mesi prima. Alla fine decisero di rispondere a centinaia contro gli ennesimi colpi di pistola sparati da un'auto in corsa contro due ragazzi africani di ritorno dai campi. Era il 7 gennaio del 2010, esattamente due anni fa. E gli immigrati di Rosarno scesero in strada, rovesciarono centinaia di auto lungo la statale che collega la città alla Piana di Gioia Tauro, e si rivoltarono contro razzismo, caporalato e intimidazioni della malavita organizzata.
A due anni di distanza sono ancora loro, i migranti africani, a reggere quel che resta dell'agrumicoltura della Piana, con paghe da fame, accampati in casolari abbandonati. Una crisi nera per gli agricoltori, un calvario per la manodopera mal pagata. Le arance rimangono, così, sugli alberi e l'industria di trasformazione importa materia prima dall'estero. Sono queste le conseguenze delle cosiddette «arance di carta», la truffa coi fondi dell'Unione europea, perpetrata per anni da imprenditori senza scrupoli.
Intanto, la Coldiretti è costretta a denunciare un ricarico di quattromila duecento cinquantasei volte sul valore dell'arancia pagata agli agricoltori e contenuta in una lattina di aranciata. Ad essere spremuti, oggi, a Rosarno, restano solo gli immigrati, senza diritti né tutele. E gli imprenditori agricoli non sanno più come affrontare una crisi che li ha piegati in due.
Di seguito il reportage girato qualche settimana fa fra gli agrumeti della Piana e trasmesso su Rai 3 da "Ambiente Italia".


Marchionne a trazione alternata

Sale al 58% la quota Fiat in Chrysler Marchionne: "Decisivo per l'integrazione"Fiat acquisisce un altro 5% della Chrysler e sale al 58,5% del capitale. Una larghissima maggioranza assoluta sull'altro azionista, il sindacato americano United Auto Workers. Senza cacciare neanche un dollaro dal portafoglio

▇ La notizia campeggia su tutti i giornali di oggi: Fiat acquisisce un altro 5% della Chrysler e sale al 58,5% del capitale. Una larghissima maggioranza assoluta sull'altro azionista, la United Auto Workers, il sindacato americano dei lavoratori dell'auto. Facciamo un passo indietro, a quanto abbiamo letto l'altro ieri sui quotidiani: il mercato dell'auto in Italia è crollato del 15,3% rispetto all'anno precedente, toccando i livelli di sedici anni prima; per la Fiat il capitombolo è stato addirittura del 19,8%, e la sua quota di mercato è scesa di un altro punto rispetto all'intero anno precedente, dal 30,45% al 29,44%. E nel resto del mondo, Brasile a parte, le cose non sono andate affatto meglio. C'è qualche relazione fra le due notizie?
Analizzando bene quel che arriva da oltre Atlantico, capiamo che l'aumento delle quote Fiat nel capitale Chrysler avviene senza cacciare neanche un soldo dal portafoglio. Si tratta, cioè, di azioni in cambio di know how e tecnologie. Fornendo, insomma, un motore più efficiente per percorrere 16 chilometri con un litro di benzina (40 miglia con un gallone), Marchionne accresce il suo peso nel gruppo americano. Con la stessa tecnica — know how contro azioni «gratis» — aveva già incamerato il 30% del capitale americano nel 2009 quando firmò, con Obama e il Tesoro Usa, l'accordo sul trasferimento di tecnologia «ecologica» al colosso annaspante di Detroit.
Soffermiamoci per un attimo sul punto. Più della metà di quanto detiene oggi la Fiat in Chrysler è costata al Lingotto «solo» il sapere dei suoi ingegneri e progettisti. Un capitale umano e tecnologico accumulato nel tempo — quasi sempre in sinergia con università e Politecnico, finanziati con soldi pubblici —, ben prima che Marchionne mettesse piede a Torino. La grandezza di un gruppo industriale è fatta soprattutto di questo. Vi sembra un buon amministratore, allora, chi dilapida il capitale ricevuto in gestione? E non sta facendo questo il timoniere Fiat col suo piano industriale per allontanare da Torino il cervello progettuale del gruppo?
Da almeno due anni il manager italo-canadese fa il pesce in barile sui nuovi modelli pronti a sfidare la concorrenza. Nessuno ha visto ancora niente. Ci ha propinato, invece, una vecchia scocca della Chrysler ripassata al computer e piazzata in Italia come ammiraglia della Lancia, al posto della gloriosa Thema e dell'assai meno brillante Thesis. Per far largo a tanta travolgente «innovazione», da un anno e mezzo fa la voce grossa contro lavoratori e sindacati, pretendendo — e ottenendo — mani libere su diritti orari e retribuzioni. Con nessuna opposizione, tranne la Fiom-Cgil di Landini.
«Il Gruppo ha una dividend policy in base alla quale per il 2011, anno di transizione successivo alla scissione a favore di Fiat Industrial S.p.A., è prevista la destinazione agli azionisti di un dividendo complessivo pari al 25% degli utili netti consolidati con un minimo di 50 milioni di euro»: c'è scritto così, anche stamane, sulla pagina web "Dividendi" del Gruppo Fiat. Almeno 50 milioni di euro di utili netti ai propri azionisti, dunque.
E torniamo, così, alla domanda iniziale, sulla relazione tra crollo delle vendite e contemporaneo incremento del «valore» di una grande società per azioni. Può durare a lungo un'economia (un gruppo o un'azienda) che dissoci tanto platealmente i prodotti venduti dagli utili incamerati? Non ci sono proprio questi giochi di prestigio finanziari — a trazione alternata — nella crisi di borse e spread? Intanto l'economia reale del mondo si dilania. E i lavoratori pagano il conto.
■ (venerdì 6 gennaio 2012)


Passera e l'«operazione Fenice»

Tav, firmato l'accordo tra Italia e Francia▇ Sommersa dai botti (abusivi) di fine anno, la bugia di Corrado Passera sulla Nuova Alitalia è passata — come suol dirsi — in cavalleria. Eppure, volendo smentire i documentati conflitti d'interesse, riassunti impeccabilmente da Milena Gabanelli e Giovanna Boursier sul Corriere della Sera del 30 dicembre scorso, il superministro ha finito per confermare tutto. Il regalo fatto a se stesso (come amministratore delegato di Intesa San Paolo), caricando sullo Stato i debiti di Air One con la sua banca; e i costi per il bilancio pubblico di 5 mila dipendenti messi fuori dalla compagnia di bandiera e dal suo finto concorrente Carlo Toto (socio di Passera). Tutto quello che avevo annotato nel post del 16 novembre scorso, all'annuncio dei nuovi ministri del governo Monti.
Scrive, dunque, Passera il 31 dicembre, sempre sul Corriere, replicando — piccato — alle due gionaliste di Report: «L'operazione Nuova Alitalia fu del tutto trasparente e rispettosa delle regole, comprese quella della concorrenza. Con capitali privati si sono salvati almeno 15 mila posti di lavoro ed è stato drasticamente ridotto l'onere che lo Stato avrebbe dovuto sostenere se fosse avvenuto l'inevitabile fallimento dell'intera vecchia Alitalia». Un'infilata di inesattezze e bugie.
A cominciare da quello che egli definisce «l'inevitabile fallimento». E chi l'ha detto che il fallimento fosse «inevitabile»? Su questo, Passera afferma semplicemente il falso. L'accordo stretto dal governo Prodi per unificare Alitalia ed Air France prevedeva 2.120 licenziamenti. Con l'operazione Fenice perorata da Passera e strombazzata da Berlusconi, la Nuova Alitalia ne licenziò invece 7.000, assorbendo i guai della fallimentare Air One (due miliardi di debiti in dieci anni, quasi tutti con Banca Intesa) e scaricandoli sullo Stato, attraverso la cassa integrazione prolungata e gli incentivi al prepensionamento. Quanto al rispetto delle regole sulla concorrenza, Passera dimentica solo di aggiungere che le «regole» furono modificate da Berlusconi, su sua richiesta, con un decreto ad hoc per escludere le norme anti trust sulla tratta Milano-Roma, la più redditizia.
Che al sabotaggio dell'unificazione Alitalia-Air France abbiano partecipato attivamente la selva di sindacati aziendali e le confederazioni nazionali (Bonanni in testa, per dare una mano al conterraneo Toto) rende il quadro solo desolatamente più triste. L'artefice di quel capolavoro ai danni dei contribuenti italiani e degli stessi lavoratori del gruppo Alitalia fu proprio l'attuale ministro dello Sviluppo economico, dei Trasporti e delle Infrastrutture, il super Passera. Promosso da bracconiere a guardiacaccia, senza colpo ferire. E con ambizioni ancora più grandi: mettersi a capo dell'intero Paese. Raccontando bugie e minando alla radice l'etica della pòlis «che ha bisogno di verità», come annota oggi su la Repubblica Barbara Spinelli? Non ci sono bastate quelle pluriennali della sua «spalla» ridanciana nell'operazione Fenice?

■ (mercoledì 4 gennaio 2012)


«King George» e gli operai

Discorso alla nazioneCome tutti, ho sentito anch'io la «piccola digressione personale» del capo dello Stato nel messaggio di fine anno. E ho ascoltato con attenzione (e non poca partecipazione emotiva) i riferimenti di Giorgio Napolitano alla «lontana, lunga esperienza politica concepita e vissuta nella vicinanza al mondo del lavoro». Un riferimento sottolineato da (quasi) tutti i giornali di oggi, per indicare la necessità che i lavoratori facciano la loro parte, contribuendo a tirare fuori l'Italia dalle secche di una recessione devastante con rinnovato «slancio costruttivo». Come seppero fare muro, coi loro «sacrifici», ad una inflazione galoppante «a due cifre, oltre il 20 per cento». E qui il riferimento è «al terribile 1977», quando il segretario generale della Cgil, Luciano Lama, sfidò apertamente gli estremismi, studenteschi e non solo, per affermare il ruolo di «guida nazionale» della classe operaia e dei suoi sindacati.
Utile rilettura di una pagina della nostra storia. A cui si attaccano oggi molti commentatori per dirci che tocca ancora ai lavoratori «farsi carico» di altri sacrifici e ridare un futuro all'Italia. Senonché la «classe operaia» che faceva da baluardo sociale e politico anche a una democrazia minacciata costantemente dal sovversivismo di pezzi dello Stato (tentativi di golpe compresi) oggi non c'è più. Né nella Napoli del giovane Napolitano, né nella Torino che assorbiva a decine di migliaia la manodopera meridionale. Oggi, dove c'era l'Italsider di Bagnoli non si produce più nulla e si scava da vent'anni per portare via i veleni accumulati in tre quarti di secolo di acciaieria. E a Mirafiori i capannoni si animano di maestranze solo qualche giorno al mese per poche migliaia di ore di lavoro, alla mercè di un raider del capitalismo finanziario globale come Sergio Marchionne.
Coi «sacrifici» imposti da trent'anni i lavoratori si sono intanto dissanguati o addirittura estinti politicamente, per salvare sempre qualcosa che andava oltre la loro condizione personale diretta. E la «fase due» di quei sacrifici non l'hanno vista mai. Indebolendo, di perciò stesso, tessuto economico ed equità sociale. Cos'altro deve sacrificare chi lavora un paio di settimane al mese, o arriva a stento a mille euro di stipendio?
Tutto questo, naturalmente, Giorgio Napolitano lo sa molto bene. E, nei limiti del possibile, se ne fa carico nella sua funzione istituzionale. Non sono certo, invece, che sappiano ricordarlo e scriverlo anche i tanti colleghi che magnificano le parole di «King George» (il New York Times chiama così oggi Napolitano), facendosi vessilliferi dell'urgenza che i lavoratori italiani bevano ancora un piccolo sorso di cicuta. Per salvare un paese dove il 10% di italiani possiede il 50% di tutta la ricchezza nazionale. Un divario cresciuto a dismisura nell'ultimo decennio. Mentre l'altro 90% si impoveriva o tirava la cinghia. Negli ultimi quindici-vent'anni, c'è stato poi un trasferimento di 10-12 punti di prodotto interno lordo, oltre 150 milioni di euro all'anno, dai salari al profitto. E sono crollati anche gli investimenti, sia pubblici che privati.
Cos'altro devono dare Camusso Bonanni e Angeletti, oltre quello ch'è stato già tolto ai loro rappresentati? Speriamo ce l'abbia chiara, il professor Monti, quest'altra parte della lezione quando convocherà nuovamente i giornalisti davanti a un'altra lavagna luminosa, con grafici e calcoli econometrici annessi.

Buon 2012 alle donne afghane

Buon 2012 a tutti. E buon anno alle donne afghane. Ad una in particolare, della provincia di Ghazni: la signora (i dettagli non sono ancora noti) che ha tagliato il pene al suocero. Il marito era assente e lui aveva pensato di farne le veci anche a letto, costringendola a un rapporto sessuale. È finita col suocero in ospedale, senza più «l'attrezzo» dell'aggressione. Reciso da un coltello, ha raccontato il medico che gli ha prestato soccorso prima di spedirlo a un ospedale di Kabul [nella foto in basso il minareto di Ghazni].

File:Ghazni-Minaret.jpgFin qui la buona notizia. Quella cattiva è che l'87% delle donne afghane ha dichiarato di aver subìto violenze fisiche, sessuali o psicologiche, o di essere state costrette a matrimoni combinati. Lo afferma un rapporto Oxfam (una confederazione di 14 organizzazioni che lavorano con oltre 3000 partner locali in 99 paesi per combattere povertà e ingiustizia), pubblicato nell'ottobre scorso.
Un quadro in movimento, c'è da sperare. Le ragazze afghane che frequentano oggi la scuola sono circa due milioni e mezzo, contro le cinquemila registrate nel 2001, subito dopo la cacciata del regime talebano. Un incremento di 500 volte in dieci anni, fra innumerevoli ostacoli: bassa qualità dell'insegnamento, pessime condizioni delle strutture scolastiche e frequenze saltuarie delle ragazze iscritte. Il risultato è che alle scuole secondarie arriva solo il 20% e alle superiori appena il 5% di chi aveva cominciato ad andare a scuola.
Passi lentissimi, dunque, ma nella direzione giusta. Comunque sia, auguri a tutte. In particolare a lei, l'eroina delle donne violate: avrà ricevuto, al ritorno, la solidarietà del marito?