Chi salva il «soldato Cosentino»

Ora che il «soldato Cosentino» è salvo — per l'ennesima volta — dalla richiesta di arresto inoltrata dalla magistratura campana, qualche domanda in più dobbiamo porcela. Non più soltanto sui radicali eletti nelle file del Pd. O sul peso abnorme dei vari Scilipoti. Quanto conta, ad esempio, il «colonnello Maroni» aspirante generale unico della Lega? Non molto, si direbbe, visto com'è finita — anche stavolta — l'indicazione dell'ex ministro dell'Interno di consentire alla giustizia di fare il suo corso.
Da ex titolare del dicastero in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, Roberto Maroni ne sa certamente qualcosa in più dei suoi colleghi di partito sul ruolo dell'ex viceministro all'Economia. Indicato dai magistrati come referente politico dei Casalesi. Niente da fare. L'ordine di salvare Cosentino è partito, ancora una volta, da Bossi in persona, con la comoda «libertà di coscienza» decretata ieri dal leader leghista. Dopo aver parlato con Berlusconi. Terrorizzato, quest'ultimo, che il suo deputato campano «vuoti il sacco», ha osservato Roberto Saviano. Che quei contesti conosce bene, e ha raccontato anche meglio, scrivevo nel post del 22 dicembre dopo l'ultimo salvataggio del deputato campano alla vigilia di Natale.
«Nicola Cosentino non è l'ennesimo politico accusato di essere un uomo della camorra», scrive Saviano. «È la storia di Forza Italia e del Pdl in Campania. Dalle sue mani di viceministro all'Economia sono passati i finanziamenti della Comunità Europea. È un imprenditore e un politico influente in tutto il Mezzogiorno; non è quindi solo un politico locale. È presente nei grandi affari, quelli raccontati dall'inchiesta P3, è in grado di distruggere l'immagine dei suoi nemici politici, anche dello stesso partito (vedi affaire Caldoro e macchina del fango)».
Prima o poi ne sapremo di più sui patti, per così dire, «extra sociali» firmati davanti a un notaio tra Bossi e Berlusconi, prima di rimettersi insieme nel 2001 e dopo gli insulti su «Berluscaz, l'amico dei mafiosi». Qualcosa di poco chiaro dev'esserci. Se, ogni volta, il padrone del Pdl la spunta sul padrone della Lega. Per il suo più «autorevole» colonnello sappiamo già — invece — che conta poco, alla prova dei fatti. Ed è ben di più — a me pare — di un ennesimo smacco, quello subìto oggi, dopo l'apparente vittoria nella segreteria del movimento dell'altro giorno, conclusa col sì all'arresto di Cosentino. Un profumo di vittoria durato — per Maroni — l'espace d'un matin. Digeriranno anche questo, lui e il nocciolo duro degli elettori cosiddetti «padani»? Lo faranno, lo faranno.

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