Scalfari la cicuta e l'articolo 18


Delegati Fiom imbavagliati davanti ai cancelli di Mirafiori

Lo ripetono in tutte le salse. Qualcuno anche come un disco rotto. I lavoratori devono caricare sulle loro spalle il peso di «far ripartire lo sviluppo». Rinunciando alle «rigidità della forza-lavoro». Per essere più convincente, Eugenio Scalfari su la Repubblica ha introdotto la sua orazione esortativa facendo parlare uno dei padri del sindacalismo italiano. L'ex segretario generale della Cgil, Luciano Lama, è riesumato con ampi brani di un'intervista del gennaio del 1978: «La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta e il meccanismo della cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo», diceva, fra l'altro, Lama.
«Naturalmente la situazione del 2012 non è quella del 1978», avverte il fondatore di Repubblica e dell'Espresso nell'editoriale della domenica. E come si fa a non vederlo, se si sono passati i cinquant'anni, o si ha la fortuna di leggere qualche buon libro. Epperò, nella lettera per Susanna Camusso pubblicata sul suo giornale, Scalfari è pressante. «Il sindacato può e deve favorire la flessibilità in entrata e in uscita. Se farà propria la politica sindacale di Lama che la portò avanti tenacemente per otto anni, avrà fatto il dover suo», scrive. E come no? Sono cambiate solo poche, essenziali cose.
Vediamone qualcuna. Negli ultimi trentaquattro anni, i lavoratori sono stati chiamati a cedere quasi tutto. Si cominciò dal mancato recupero dell'inflazione sul loro salario, che non doveva essere più una «variabile indipendente» rispetto ai profitti d'impresa. E così, «negli ultimi quindici-vent'anni — ha ricordato nei giorni scorsi il segretario della Fiom, Maurizio Landini —, c'è stato un trasferimento di 10-12 punti di prodotto interno lordo, oltre 150 milioni di euro all'anno, dai salari al profitto». E sono crollati anche gli investimenti, sia pubblici che privati.
Queste cose Scalfari le conosce come pochi. Eppure scompaiono dal contesto del suo editoriale. Egli scrive — è vero — che «la crescita dipende in larga misura dalla produttività e dalla competitività del sistema Italia. Sono state entrambe imbrigliate dalle lobbies ma la produttività dipende da tre elementi: il costo di produzione (che è cosa diversa dal salario), la flessibilità del mercato del lavoro, la capacità imprenditoriale». E quindi? Dei tre, come si vede, due compiti non spettano (in primis e neanche in secundis) ai prestatori d'opera.
Ecco allora che ritorna, di straforo, il ritornello sulla «flessibilità del mercato del lavoro», il terzo elemento di cui sopra. Rimesso in bocca da Scalfari a Luciano Lama, con una buona dose di strumentalità. L'ex capo della Cgil sarebbe il primo ad accorgersi come la «classe operaia», che faceva da baluardo sociale e politico anche a una democrazia minacciata costantemente dal sovversivismo di pezzi dello Stato (tentativi di golpe compresi), oggi non esista più. Né a Napoli, né a Torino, che assorbiva a decine di migliaia la manodopera meridionale. Oggi, dove c'era l'Italsider di Bagnoli non si produce più nulla e si scava da vent'anni per portare via i veleni accumulati in tre quarti di secolo di acciaieria. E a Mirafiori i capannoni si animano di maestranze solo qualche giorno al mese per poche migliaia di ore di lavoro, alla mercè di un raider del capitalismo finanziario globale come Sergio Marchionne.
Coi «sacrifici» imposti da trent'anni in qua, i lavoratori si sono intanto dissanguati o addirittura estinti politicamente, per salvare sempre qualcosa che andava oltre la loro condizione personale diretta. E la «fase due» di quei sacrifici non l'hanno vista mai. Indebolendo, di perciò stesso, tessuto economico ed equità sociale. Cos'altro deve sacrificare chi lavora un paio di settimane al mese, o arriva a stento a mille euro di stipendio?
Tutto questo, naturalmente, lo sa molto bene anche Eugenio Scalfari. Come fa a proporre, anche lui, ai lavoratori italiani di bere ancora un piccolo sorso di cicuta? Niente più articolo 18 per salvare un'economia dove il 10% di italiani possiede il 45% di tutta la ricchezza nazionale? Un divario cresciuto a dismisura nell'ultimo decennio. Mentre l'altro 90% si impoveriva o tirava la cinghia.
Cos'altro devono dare Camusso Bonanni e Angeletti, oltre quello ch'è stato già tolto ai loro rappresentati?


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