«King George» e gli operai

Discorso alla nazioneCome tutti, ho sentito anch'io la «piccola digressione personale» del capo dello Stato nel messaggio di fine anno. E ho ascoltato con attenzione (e non poca partecipazione emotiva) i riferimenti di Giorgio Napolitano alla «lontana, lunga esperienza politica concepita e vissuta nella vicinanza al mondo del lavoro». Un riferimento sottolineato da (quasi) tutti i giornali di oggi, per indicare la necessità che i lavoratori facciano la loro parte, contribuendo a tirare fuori l'Italia dalle secche di una recessione devastante con rinnovato «slancio costruttivo». Come seppero fare muro, coi loro «sacrifici», ad una inflazione galoppante «a due cifre, oltre il 20 per cento». E qui il riferimento è «al terribile 1977», quando il segretario generale della Cgil, Luciano Lama, sfidò apertamente gli estremismi, studenteschi e non solo, per affermare il ruolo di «guida nazionale» della classe operaia e dei suoi sindacati.
Utile rilettura di una pagina della nostra storia. A cui si attaccano oggi molti commentatori per dirci che tocca ancora ai lavoratori «farsi carico» di altri sacrifici e ridare un futuro all'Italia. Senonché la «classe operaia» che faceva da baluardo sociale e politico anche a una democrazia minacciata costantemente dal sovversivismo di pezzi dello Stato (tentativi di golpe compresi) oggi non c'è più. Né nella Napoli del giovane Napolitano, né nella Torino che assorbiva a decine di migliaia la manodopera meridionale. Oggi, dove c'era l'Italsider di Bagnoli non si produce più nulla e si scava da vent'anni per portare via i veleni accumulati in tre quarti di secolo di acciaieria. E a Mirafiori i capannoni si animano di maestranze solo qualche giorno al mese per poche migliaia di ore di lavoro, alla mercè di un raider del capitalismo finanziario globale come Sergio Marchionne.
Coi «sacrifici» imposti da trent'anni i lavoratori si sono intanto dissanguati o addirittura estinti politicamente, per salvare sempre qualcosa che andava oltre la loro condizione personale diretta. E la «fase due» di quei sacrifici non l'hanno vista mai. Indebolendo, di perciò stesso, tessuto economico ed equità sociale. Cos'altro deve sacrificare chi lavora un paio di settimane al mese, o arriva a stento a mille euro di stipendio?
Tutto questo, naturalmente, Giorgio Napolitano lo sa molto bene. E, nei limiti del possibile, se ne fa carico nella sua funzione istituzionale. Non sono certo, invece, che sappiano ricordarlo e scriverlo anche i tanti colleghi che magnificano le parole di «King George» (il New York Times chiama così oggi Napolitano), facendosi vessilliferi dell'urgenza che i lavoratori italiani bevano ancora un piccolo sorso di cicuta. Per salvare un paese dove il 10% di italiani possiede il 50% di tutta la ricchezza nazionale. Un divario cresciuto a dismisura nell'ultimo decennio. Mentre l'altro 90% si impoveriva o tirava la cinghia. Negli ultimi quindici-vent'anni, c'è stato poi un trasferimento di 10-12 punti di prodotto interno lordo, oltre 150 milioni di euro all'anno, dai salari al profitto. E sono crollati anche gli investimenti, sia pubblici che privati.
Cos'altro devono dare Camusso Bonanni e Angeletti, oltre quello ch'è stato già tolto ai loro rappresentati? Speriamo ce l'abbia chiara, il professor Monti, quest'altra parte della lezione quando convocherà nuovamente i giornalisti davanti a un'altra lavagna luminosa, con grafici e calcoli econometrici annessi.

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