Gli Schettino di casa nostra

Costa Concordia, simbolo del dolore nel portoÈ peggio di quanto pensassi (e avessi scritto a caldo). Dopo averne ascoltato la voce, la viltà di Francesco Schettino, comandante della Costa "Concordia", è pari soltanto alla sua malafede. Uno shock per tutti. La giustizia, come suol dirsi in questi casi, farà il suo corso. Ma quello che c'era da capire è stato capito, credo, sentendo la sconvolgente telefonata con la Capitaneria di Porto di Livorno. Abbiamo capito abbastanza sull'uomo Schettino, e non solo sul comandante di un transatlantico finito sugli scogli come un gommone. «Ma è buio...», farfuglia a un certo punto al comandante della Guardia costiera che gli intima di tornare a bordo e dirigere l'evacuazione della sua nave.
C'è da capire, ancora, come possa essere affidata ad un uomo così — forse ubriaco, forse "fatto", forse semplicemente inadeguato — una nave-città con migliaia di passeggeri a bordo. Chi li seleziona gli uomini con così grandi responsabilità? Chi ne controlla l'integrità psicofisica? La compagnia di navigazione e basta? La telefonata tra Capitaneria di Porto di Livorno e Schettino, trasmessa da radio e tv di tutto il mondo, ci dice anche quanto impegno e dedizione ci sia, per fortuna, nelle istituzioni, oltreché nella mobilitazione generosa e partecipe delle persone comuni.
Forse è così in tutto il mondo. Ma quanto pesa — da noi più che altrove — una catena di comando omertosa o imbelle? Abbiamo scoperto un'altra corporazione, quella dei comandanti? Qualcuno, al riguardo, si interrogherà sullo strano rapporto tra Schettino e il suo ex comandante Palombo. Quello a cui era indirizzato il cosiddetto "inchino" a sirene spiegate. Quello a cui telefona dopo aver schiantato la nave contro lo scoglio, non la Capitaneria di Porto che può mandare rinforzi e dare assistenza.
Assieme a decine di inviati di tutto il mondo, oggi sono stato sull'Isola del Giglio. Da vicino ho visto quanto sia ancora più incredibile, al di là di ogni immaginazione, la follia compiuta da Schettino. Anche dopo aver incagliato la nave, che solo per puro caso o per le correnti non è finita a picco. La salvezza per tutti s'era parata lì davanti, a poche decine di metri, fra le case di Giglio Porto. Sarebbe bastato un soprassalto di lucidità o di coscienza. Se non del comandante Schettino, degli ufficiali che un capo incapace e senza onore aveva accanto. Tutti zitti, invece, davanti a tutte le evidenze: la sala macchine allagata, il black out totale, la nave che s'inclina sull'abisso. Poi qualche sottoposto senza alamari dà il via all'ammutinanento. E cala le scialuppe. Un'altra metafora — anche questa — sul Titanic di casa nostra, sui tanti Schettino al comando senza merito. Da stanotte già nel suo letto. Aprirà gli occhi su quanto ha combinato e sulla sua ignobile fuga guardando almeno la tv?


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