Marchionne a trazione alternata

Sale al 58% la quota Fiat in Chrysler Marchionne: "Decisivo per l'integrazione"Fiat acquisisce un altro 5% della Chrysler e sale al 58,5% del capitale. Una larghissima maggioranza assoluta sull'altro azionista, il sindacato americano United Auto Workers. Senza cacciare neanche un dollaro dal portafoglio

▇ La notizia campeggia su tutti i giornali di oggi: Fiat acquisisce un altro 5% della Chrysler e sale al 58,5% del capitale. Una larghissima maggioranza assoluta sull'altro azionista, la United Auto Workers, il sindacato americano dei lavoratori dell'auto. Facciamo un passo indietro, a quanto abbiamo letto l'altro ieri sui quotidiani: il mercato dell'auto in Italia è crollato del 15,3% rispetto all'anno precedente, toccando i livelli di sedici anni prima; per la Fiat il capitombolo è stato addirittura del 19,8%, e la sua quota di mercato è scesa di un altro punto rispetto all'intero anno precedente, dal 30,45% al 29,44%. E nel resto del mondo, Brasile a parte, le cose non sono andate affatto meglio. C'è qualche relazione fra le due notizie?
Analizzando bene quel che arriva da oltre Atlantico, capiamo che l'aumento delle quote Fiat nel capitale Chrysler avviene senza cacciare neanche un soldo dal portafoglio. Si tratta, cioè, di azioni in cambio di know how e tecnologie. Fornendo, insomma, un motore più efficiente per percorrere 16 chilometri con un litro di benzina (40 miglia con un gallone), Marchionne accresce il suo peso nel gruppo americano. Con la stessa tecnica — know how contro azioni «gratis» — aveva già incamerato il 30% del capitale americano nel 2009 quando firmò, con Obama e il Tesoro Usa, l'accordo sul trasferimento di tecnologia «ecologica» al colosso annaspante di Detroit.
Soffermiamoci per un attimo sul punto. Più della metà di quanto detiene oggi la Fiat in Chrysler è costata al Lingotto «solo» il sapere dei suoi ingegneri e progettisti. Un capitale umano e tecnologico accumulato nel tempo — quasi sempre in sinergia con università e Politecnico, finanziati con soldi pubblici —, ben prima che Marchionne mettesse piede a Torino. La grandezza di un gruppo industriale è fatta soprattutto di questo. Vi sembra un buon amministratore, allora, chi dilapida il capitale ricevuto in gestione? E non sta facendo questo il timoniere Fiat col suo piano industriale per allontanare da Torino il cervello progettuale del gruppo?
Da almeno due anni il manager italo-canadese fa il pesce in barile sui nuovi modelli pronti a sfidare la concorrenza. Nessuno ha visto ancora niente. Ci ha propinato, invece, una vecchia scocca della Chrysler ripassata al computer e piazzata in Italia come ammiraglia della Lancia, al posto della gloriosa Thema e dell'assai meno brillante Thesis. Per far largo a tanta travolgente «innovazione», da un anno e mezzo fa la voce grossa contro lavoratori e sindacati, pretendendo — e ottenendo — mani libere su diritti orari e retribuzioni. Con nessuna opposizione, tranne la Fiom-Cgil di Landini.
«Il Gruppo ha una dividend policy in base alla quale per il 2011, anno di transizione successivo alla scissione a favore di Fiat Industrial S.p.A., è prevista la destinazione agli azionisti di un dividendo complessivo pari al 25% degli utili netti consolidati con un minimo di 50 milioni di euro»: c'è scritto così, anche stamane, sulla pagina web "Dividendi" del Gruppo Fiat. Almeno 50 milioni di euro di utili netti ai propri azionisti, dunque.
E torniamo, così, alla domanda iniziale, sulla relazione tra crollo delle vendite e contemporaneo incremento del «valore» di una grande società per azioni. Può durare a lungo un'economia (un gruppo o un'azienda) che dissoci tanto platealmente i prodotti venduti dagli utili incamerati? Non ci sono proprio questi giochi di prestigio finanziari — a trazione alternata — nella crisi di borse e spread? Intanto l'economia reale del mondo si dilania. E i lavoratori pagano il conto.
■ (venerdì 6 gennaio 2012)


3 commenti:

  1. Quindi Marchionne che grazie agli utili USA e brasiliani riesce a garantire l'autonomia del settore auto prima sostenuto dai profitti CNH è un cretino o è in malafede perchè:
    + ha ottenuto questo gratuitamente o meglio svendendo una tecnologia che fiat aveva ma non certo per merito suo per merito del politecnico e dei soldi pubblici
    +oppure perchè evita di anticipare i modelli in europa per non andare in perdita come sta succedendo a Opel e PSA

    o per entrambe le cose?

    Insomma chissà dove sarebbe fiat senza questo stupido dilapidatore di patrimonio economico tecnico e culturale... chissà....

    MarioC

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  2. Mi domando invece dove sarebbe Fiat senza i finanziamenti dello Stato... Un fac-simile Alitalia: utili agli azionisti e debiti accollati dai contribuenti? Laura

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  3. Quali finanziamenti dello stato? Quelli che gli negò Berlusconi nel 2004 o quelli che non ha avuto dopo?....

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