Rosarno, spremuta di immigrati

Avevano sopportato di tutto: sfruttamento selvaggio, condizioni disumane, emarginazione totale, ed anche riduzione in schiavitù — tre imprenditori erano stati arrestati con quest'accusa pochi mesi prima. Alla fine decisero di rispondere a centinaia contro gli ennesimi colpi di pistola sparati da un'auto in corsa contro due ragazzi africani di ritorno dai campi. Era il 7 gennaio del 2010, esattamente due anni fa. E gli immigrati di Rosarno scesero in strada, rovesciarono centinaia di auto lungo la statale che collega la città alla Piana di Gioia Tauro, e si rivoltarono contro razzismo, caporalato e intimidazioni della malavita organizzata.
A due anni di distanza sono ancora loro, i migranti africani, a reggere quel che resta dell'agrumicoltura della Piana, con paghe da fame, accampati in casolari abbandonati. Una crisi nera per gli agricoltori, un calvario per la manodopera mal pagata. Le arance rimangono, così, sugli alberi e l'industria di trasformazione importa materia prima dall'estero. Sono queste le conseguenze delle cosiddette «arance di carta», la truffa coi fondi dell'Unione europea, perpetrata per anni da imprenditori senza scrupoli.
Intanto, la Coldiretti è costretta a denunciare un ricarico di quattromila duecento cinquantasei volte sul valore dell'arancia pagata agli agricoltori e contenuta in una lattina di aranciata. Ad essere spremuti, oggi, a Rosarno, restano solo gli immigrati, senza diritti né tutele. E gli imprenditori agricoli non sanno più come affrontare una crisi che li ha piegati in due.
Di seguito il reportage girato qualche settimana fa fra gli agrumeti della Piana e trasmesso su Rai 3 da "Ambiente Italia".


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