Elba, il compleanno del Parco

Ventiduemila seconde case su ventottomila abitanti. Le conseguenze della bulimia costruttiva sull'isola dell'Arcipelago. Il bilancio di Mario Tozzi, per cinque anni a capo del parco più discolo d'Italia

▇ «In Italia ci sono un milione e trecentomila abitazioni in posti in cui non dovrebbero stare. Sei milioni di italiani vivono in zone a rischio idrogeologico, nell'89% dei comuni». Comincia così l'incontro con Mario Tozzi per tracciare un bilancio sui quindici anni del Parco dell'Arcipelago toscano, sullo sfondo l'alluvione del 7 novembre 2011 a Campo nell'Elba, che provocò decine di sfollati con milioni di danni. Per cinque anni, dal 2006 al 2011, e dopo un lungo periodo di commissariamento, il geologo e divulgatore scientifico ha presieduto uno dei parchi nazionali più difficili del nostro paese, per l'estensione e la frammentazione del territorio diviso in sette isole; ed anche per l'ostilità di molti amministratori locali.
Mario Tozzi accetta il mio invito a percorrere l'isola d'Elba (solo metà del suo territorio è inserita nell'area protetta) per ragionare sul senso della tutela ambientale e le opportunità di benessere economico offerte dal parco. «In un periodo di crisi, l'anno scorso il turismo naturalistico è cresciuto del 15%», annota Tozzi. Nel videoreportage allegato a questo post, aggiunge: «Al tempo di quella che abbiamo chiamato la bulimia costruttiva italiana, anche all'Elba sono state fatte ventiduemila seconde case. Sono tante per ventotto mila abitanti».
Qui un metro quadrato che vede il mare vale fino a diecimila euro. Difficile contrastare interessi così forti. Eppure, il comune di Portoferraio ha deciso di «cancellare decine di migliaia di metri quadrati di nuove costruzioni, previste per seconde e terze case», mi dice il sindaco Roberto Perìa. Senza rivolte? «Assolutamente no». Alla fine quale bilancio si può trarre dalla presidenza del Parco? «Lasciamo questa eredità: la tutela ambientale è un valore. Qualche volta essa va a discapito di qualche interesse, ma questo rientra in un bene comune di cui magari non si preoccupa più nessuno», conclude Tozzi alla fine del suo mandato quinquennale.


■ (lunedì 29 febbraio 2012)


Il processo Mills e il «cerchiobattista»

Che succede quando le opinioni divorziano dai fatti? La «prescrizione» del reato diventa «assoluzione» e Berlusconi può cantare vittoria, senza pagare dazio

▇ «I fatti separati dalle opinioni»: Lamberto Sechi — per la mia generazione un maestro di giornalismo — l'aveva fatto scrivere sotto la testata di Panorama, prima che il settimanale finisse nell'orbita di sciur Berlusca. Una bussola, quelle cinque parole, per ogni buon direttore di giornale. Ma che succede quando le opinioni saltano i fatti, e questa ginnastica si fa in un grande quotidiano? Succede quel ch'è capitato domenica 26 al Corriere della Sera, col fondo «La guerra infinita da archiviare» a firma di Pierluigi Battista: una dissociazione totale dalla realtà.
Ricapitoliamo, per farci capire da chi non ha letto il quotidiano diretto da Ferruccio De Bortoli sulla prescrizione del reato di corruzione in atti giudiziari nel processo a carico dell'ex premier per scadenza dei termini. «Il cronometro era diventato un'arma letale usata da entrambi i contendenti [oppositori e difensori politici]», afferma Battista. E più avanti: «Ciascuno resterà della sua opinione: i detrattori del "Caimano" continueranno a considerarlo impunito e i suoi seguaci come la vittima di una persecuzione politico-giudiziaria». Per concludere che il verdetto milanese può essere «un incoraggiamento in più per cambiare pagina e mettere fine alla guerra perpetua tra politica e magistratura». Come si vede, in queste opinioni i fatti — accertati da sedici magistrati diversi — non ci sono più, scompaiono. Berlusconi è stato prescritto non «assolto», come farnetica anche quel fenomeno del sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Dal 2005, quello di Milano è stato «un processo minato da tre leggi ad personam (di cui due incostituzionali), tre ricusazioni dei giudici (l'ultima decisiva) e anche schizofrenici ritmi di tribunale: 8 udienze nell'ultimo mese, ma solo 6 nei primi sei mesi del 2011 [quando Berlusconi era presidente del Consiglio: vi ricordate la legge sul legittimo impedimento? ndr]».
Questo si legge sullo stesso giornale, nell'articolo di Luigi Ferrarella, a fianco degli equilibrismi di Battista. L'«arma letale» del cronometro l'ha potuta usare, dunque, solo uno, come ha voluto. E gli altri hanno dovuto subirla. Sicuro, Battista, che ora il "Caimano" si farà processare come un cittadino normale, ad esempio, nel processo sulla «nipote di Mubarak»? Per tutto il mondo, tutto, dopo tre gradi di giudizio Mills è «un corrotto» e Berlusconi imputato di averlo corrotto. Ora, «l'impenitente corruttore schiva la pena e gli resta il marchio: fosse dubbio il fatto, sarebbe assolto; non se ne vanti», per dirla col professor Franco Cordero. Ancor più chiaramente: se innocente, l'imputato del reato prescritto può farsi processare lo stesso (è una sua facoltà). Una strada semplice, alla portata di tutti. Scommettiamo che Berlusconi preferirà, invece, la prescrizione e farla franca?
Il «terzismo» è stato messo sugli scudi da Paolo Mieli (mentore, non a caso, di Battista), prima a La Stampa e poi al Corriere. Può essere una nobile aspirazione, se riesce a far gli slalom tra fatti controversi. È un meschino artificio dialettico quando i «fatti» se li deve inventare. Dal «cerchiobottista» (un colpo al cerchio e uno alla botte) al «cerchiobattista» (con la «a» al centro), il passo è davvero brevissimo. E, a rompersi le gambe, a quel punto, è il giornalismo. A precipitare è la credibilità stessa di chi partecipa da officiante «alla preghiera laica del mattino», come definiva Immanuel Kant la lettura quotidiana del giornale. Le bestemmie non si addicono a chiese e templi. Sulla bocca di chi canta messa, si addicono ancor meno.
■ (lunedì 27 febbraio 2012)


La museruola di Marchionne contro "l'Unità"

Il giornale fondato da Antonio Gramsci sfrattato dalle fabbriche del Gruppo Fiat, come ai tempi di Valletta

▇ Repubblica l'ha pubblicata a pagina 26 nell'Economia, il "Corriere della Sera" neanche lì. Semplicemente ignorata. La notizia è questa: Magneti Marelli ha sfrattato dagli stabilimenti di Bologna e Bari la bacheca de "l'Unità" dallo spazio occupato dalla Fiom, già accompagnata alla porta nelle settimane scorse. Il candidato di Marchionne alla guida della Confindustria, Alberto Bombassei, ha chiosato: «Io non ho le bacheche de "l'Unità" nelle mie fabbriche. Ma, per come il giornale si è accanito nei miei confronti, quella bacheca la sbullonerei anch'io». Chiarissimo. Finalmente un imprenditore liberale. Presente e futuro delle relazioni industriali italiane sono ben delineate.
La Cisl provinciale di Bologna ha dato indicazione alla Fim (il sindacato dei metalmeccanici) di «ospitare nelle proprie bacheche le copie de "l'Unità", in attesa che la questione si risolva». Almeno l'onore, per ora, è salvo. Per tutto il resto, basta quanto ha scritto Luciano Gallino domenica 26 febbraio sul giornale diretto da Ezio Mauro. Non serve spostare neanche una virgola. Eccolo, di seguito.
La Cgil, intanto, ha annunciato: «Lunedì 27 febbraio con il giornale in tutti i luoghi di lavoro». Passaparola.

Schiaffo alla democrazia
di Luciano Gallino
Dinanzi all'ordine di rimuovere le bacheche che espongono "l'Unità", sulle prime uno pensa che Fiat abbia deciso di estromettere la democrazia dai suoi stabilimenti. Un segno non da poco. Il cammino era già tracciato con i contratti ferrei di Pomigliano e Mirafiori, il licenziamento di alcuni operai che avrebbero disturbato la produzione di Melfi, infine l'esclusione della Fiom dai reparti. Ora si aggiunge il divieto di esporre un quotidiano. Il che fa pensare ad altro. Infatti la democrazia non è morta sempre con un gran botto. In diversi casi è morta anche a piccoli passi, compiuti nelle fabbriche, nelle scuole, in piccole città, fino a che non ci si è accorti che era scomparsa in un intero Paese. Per questo motivo il segnale che arriva da Bologna e altrove preoccupa sotto il profilo politico più che sotto quello delle relazioni industriali.
D'altra parte è possibile che Fiat non abbia affatto intrapreso i passi anzidetti per cancellare la democrazia industriale. Magari ha già deciso di lasciare l'Italia, come parrebbe anche dai contraddittori annunci circa i modelli da costruire o forse no, nel quadro del fantomatico piano Fabbrica Italia e dei milioni di ore di cassa integrazione a Torino e Pomigliano. E vuol mostrare che vi è costretta perché con la Fiom non si ragiona, troppi osano criticare il Piano che non c'è mentre gli americani lo ammirano, e qualcuno pretendeva pure di esporre nei suoi impianti un quotidiano che in un angolo reca tuttora la scritta «fondato da Antonio Gramsci nel 1924».

Veltroni, i diritti e l'articolo 18

Quando i diritti diventano terreno di scontro o merce di scambio. L'esperienza della Thatcher, le pretese di Marchionne, le tentazioni della Fornero e di Monti 

▇ «Si scrive articolo 18, si legge alleanze». Mirabile sintesi. La collega del Tg3 raccontava, l'altra sera, gli effetti dell'intervista rilasciata da Walter Veltroni a Curzio Maltese su Repubblica. L'ex leader del Pd offriva una sponda, come sappiamo, alla revisione dello Statuto dei diritti dei lavoratori (è bene, ogni tanto, scriverlo per esteso), «per non regalare Monti al Pdl». Un sasso in piccionaia, coi piccioni già in volo da un bel po'. Tempismo proverbiale oramai, il suo.
C'era bisogno di aggiungere la sua voce al coro dei cosiddetti «riformatori»? Tre giorni prima della sua uscita «dialogante», erano stati resi noti i dati sui contenziosi lavorativi. Trentamila vertenze legali in un decennio, appena trecento per «giusta causa», regolate, quindi, dall'articolo 18. L'1%, avete letto bene. L'ha letto anche Veltroni? Tutto il can can, da dieci anni in qua, per un misero uno per cento. Sarà forse, allora, per quel restante 99% che si combatte tanto? È la nozione stessa di «diritti» a disturbare il manovratore?
Il sospetto che sia così è sempre più forte. Incontrando in questi giorni a Roma il primo ministro iberico Rajoy, Mario Monti s'è detto «impressionato dalla riforma del lavoro spagnolo»: i complimenti ora se li fanno tra loro su chi è più bravo con l'accetta, ci avete fatto caso? In effetti, in Spagna, dopo la caduta di Zapatero, i licenziamenti saranno più facili e più economici: le imprese dovranno al lavoratore solo 20 giorni di retribuzione per ogni anno lavorato nel caso di giusta causa, e 33 nel caso di esuberi dovuti a crisi. Soprattutto, a un’azienda basterà dimostrare il crollo degli introiti per nove mesi consecutivi per procedere con l'allontanamento anche senza l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro (Autoridad laboral), che fino a oggi poteva dire l’ultima parola. Ottimo spunto per il suo ministro Fornero, o spauracchio per la Camusso e il sindacato?
Ed ancora. Qualche giorno fa, il presidente della "Adam Smith Society", il professor Alessandro De Nicola — liberista convinto e conseguente — ha ricordato la battaglia vincente ingaggiata da Margaret Thatcher contro il sindacato dei minatori inglesi, la National Union of Mineworkers. Indicandone il valore pedagogico e perorandone il replay politico in Italia: «colpirne uno per educarne cento» (slogan di triste memoria). Anche lì, in Gran Bretagna, non era il merito della vertenza ad animare la battaglia della Iron Lady, sottolinea De Nicola. Bisognava abbattere il simbolo rappresentato da Arthur Scargill e dal suo sindacato. Com'è finita è noto. Aperto il varco, è passata ogni cosa. E, quando il New Labur è tornato al potere, Tony Blair ha solo avvitato i bulloni di una macchina che demoliva il welfare costruito in un secolo di lotte sociali, forti di pensatori come Friedrich Engels e letterati come Charles Dickens, contro i conservatorismi più tenaci. La patria dell'integrazione sociale e del laburismo è diventata, alfine, la giungla della speculazione finanziaria globale.
Difficile che Veltroni non conosca la storia. E i fallimenti sociali del blairismo. Ed allora? La tattica ha sempre il sopravvento su qualunque strategia degna del nome. Oggi sono le alleanze, ieri qualcos'altro. Vi ricordano qualcosa, ad esempio, le «liste vetrina» dei «nominandi», messe in pista per le elezioni del 2008? La ricercatrice belloccia e il professore serioso (Madia e Ichino), il cattolico devoto e la radicale conseguente (Fioroni e Bonino), l'industriale illuminato e l'operaio superstite (Calearo e Boccuzzi). Un bel supermarket con tutti gli scaffali pieni. Tutto «a favore di telecamera». Con annesse visite pastorali. Una anche a casa della famiglia operaia, a Mirafiori of course. S'è sbriciolato tutto in pochi mesi, alla prima battaglia parlamentare.
E quindi? Provi a ritelefonare, Veltroni, all'operaio della Fiat, oggi in cassa integrazione, con figlia disoccupata a carico. Parlarne con Landini potrebbe essere compromettente, tirando in ballo — in tal caso — qualche straccio di strategia politica (che non sia, detto fra parentesi, la propria stanca e pervicace sopravvivenza). Sono certo che operaio e famiglia lo riaccoglierebbero a braccia aperte, con un bel bollito in tavola e senza telecamere al seguito. Gli spiegherebbero cos'hanno voluto dire, in Fiat, i licenziamenti «senza giusta causa», prima che i compagni di Veltroni (e i socialisti e i democristiani di sinistra) conquistassero lo Statuto. Valido, purtroppo, solo per una minoranza: appena un quarto dei lavoratori. Prima che Marchionne (nuovo Valletta redivivo) lo smantellasse nelle sue officine, con la compiacenza — manco a dirlo — dell'ineffabile «craxista» Sacconi (che gli ha servito in tavola l'articolo 8 della manovra di agosto 2011, come da menu).
E pensare che ci avevo anche creduto, nel 2008, che si potesse aprire una stagione nuova di riforme rigorose ed eque. Se necessario, con Veltroni in testa al convoglio. È la settimana delle Ceneri. Pur agnostico, mi cospargo il capo.

La locomotiva di cartone

Dai rifiuti abbandonati nelle strade di Napoli ad una filiera produttiva di «green economy», lungo i binari della cucina italiana: la pasta e il pomodoro. L'esperienza di «Macero campano» finisce a Wall Street

▇ L'idea gli è venuta nei giorni più cupi di Napoli, quando l'immondizia arrivava ai primi piani della case. E, con uno scarto di fantasia tipica dei campani più estrosi, la vergogna per i giudizi stranieri Aldo Savarese tre anni fa la mutò in iniziativa economica. «Macero campano» è diventato, così, un marchio ecologico al posto di un'infamia mondiale, riciclando il cartone abbandonato nelle strade della regione.
L'ambizione di Savarese, visionario concreto e capitano di lungo corso (da giovane ha comandato navi mercantili), è di fare del «green box» un filo verde della filera agroalimentare campana. Muovendosi sui due binari principali della cucina italiana: la pasta e il pomodoro. La sua azienda fornisce oggi contenitori in cartone riciclato ai pastai di Gragnano e ai conservieri salernitani, e sta trainando un modello di eco sostenibilità produttiva.
Attorno al Vesuvio, prende quota, a sua volta, la rete a «chilometro zero» dei produttori di pomodorini del «piennolo», una varietà coltivata senz'acqua. Sparsa in piccoli appezzamenti di terra, «la coltivazione del "piennolo vesuviano" conserva il territorio, ne aiuta la manutenzione, preserva il paesaggio», mi dice Giovanni Marino, presidente del «Consorzio Nuova agricoltura». E dà da vivere a tre-quattromila famiglie, più che Marchionne alla Fiat di Pomigliano, per intenderci.
«Capitan Savarese» guarda, intanto, già oltre. E progetta un eco-distretto produttivo. Con un gruppo di giovani ingegneri e designers diversifica il mercato di «Macero campano» con arredi di cartone. Sbalordendo persino un periodico di Wall Street come «Boomberg Business Week». Se il premier Monti e il ministro Passera pensano davvero a rilanciare lo sviluppo economico, in queste esperienze produttive — costruite senza chiedere soldi pubblici — troveranno più di uno spunto per il loro lavoro. E anche qualche motivo di speranza per il nostro paese.
L'avventura imprenditoriale di Savarese and company nel reportage trasmesso su Rai 3 da «Ambiente Italia».



Cosa ci dicono «Occupy Wall Street» e «Primavera araba»

Un vecchio amico mi ha mandato questo intervento di Leonardo Boff, filosofo e fondatore della Teologia della Liberazione. Per la radicalità del suo pensiero, caratterizzata — lo ricordo — da una strenua difesa dei diritti dei più poveri, nel 1985 il francescano brasiliano fu condannato al cosiddetto «silenzio ossequioso» su iniziativa del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Joseph Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI. In pratica gli fu impedito di insegnare e manifestare il proprio pensiero. Nel 1992, a seguito delle minacce di ulteriori provvedimenti disciplinari da parte di papa Giovanni Paolo II se avesse partecipato al primo Summit della Terra a Rio de Janeiro, abbandonò l'ordine francescano. Boff insegna oggi teologia, filosofia, spiritualità ed ecologia. L'articolo che segue è stato scritto il 12 febbraio scorso per Brasil de Fato, giornale dei «Sem Terra» di San Paolo. Credo meriti spazio anche in questo blog.
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Dove andranno «indignati» e «occupanti»
di Leonardo Boff

In uno dei dibattiti importanti, a cui ho partecipato nel Forum Social Tematico di Porto Alegre, ho ascoltato dal vivo le testimonianze degli «Indignati» di Spagna, Londra, Egitto e Stati Uniti. Sono rimasto molto impressionato dalla serietà dei loro discorsi, lontana dallo stile anarchico anni Sessanta del secolo passato, con le sue molte «parole». Il tema centrale era «Democrazia ora». Veniva rivendicata un'altra democrazia, ben differente da quella a cui siamo abituati, che è più una farsa della realtà. Vogliono una democrazia che si costruisca partendo dalle strade e dalle piazze, il luogo del potere originario. Una democrazia dal basso, articolata organicamente con il popolo, trasparente nei suoi procedimenti e non più corrotta. Questa democrazia, in sintesi, si caratterizza per il suo collegare la giustizia sociale con la giustizia ecologica.
Curiosamente, gli «Indignati», gli «Occupanti», i protagonisti della «Primavera araba» non si riferiscono ai classici discorsi di sinistra, nemmeno ai sogni delle varie edizioni del Forum Sociale Mondiale. Siamo in un altro tempo ed è nata una nuova sensibilità. Si postula un altro modo di essere cittadini, comprendendo con forza le donne finora realtà invisibili, cittadini con diritti, con partecipazione, con relazioni orizzontali e trasversali facilitate dalle reti sociali, dal cellulare, da Twitter e Facebook. Abbiamo a che fare con una vera rivoluzione. Prima le relazioni si organizzavano in forma verticale, dall'alto in basso. Ora è in forma orizzontale, dai lati, nella immediatezza della comunicazione alla velocità della luce. Questo modo rappresenta il tempo nuovo che stiamo vivendo, dell'informazione, della scoperta della soggettività, non quella della modernità, incapsulata in se stessa, ma della soggettività relazionale, dell'emergenza di una coscienza di specie che si scopre dentro la stessa e unica Casa comune, Casa in fiamme o in rovina per l'eccessivo saccheggio del nostro sistema di produzione e consumo.
Questa sensibilità non tollera più i metodi del sistema di superare la crisi economica e le sue conseguenze, sanando le banche con denaro dei cittadini, imponendo una severa austerità fiscale, sbaraccando la sicurezza sociale, l'appiattimento dei salari, il taglio degli investimenti, nel presupposto illusorio di riconquistare in questo modo la fiducia dei mercati e rianimare l'economia. Tale è dogmatica e ripete stupidamente «T.i.n.a.: there is not alternative», non c'è alternativa. I sommi, sacrileghi sacerdoti della per nulla Santa Trinità (Fmi, Unione Europea e Banca centrale europea) hanno fatto un golpe finanziario in Grecia e in Italia, e hanno messo i loro accoliti come gestori della crisi, senza passare per il rito democratico. Tutto è visto e deciso nell'ottica esclusiva dell'economia, che opprime il sociale e produce la inutile sofferenza collettiva, la disperazione delle famiglie e l'indignazione dei giovani che non trovano lavoro. Tutto questo può finire in una crisi dalle conseguenze drammatiche.
Paul Krugman, premio Nobel per l'economia, è stato alcuni giorni in Islanda per studiare come questo piccolo paese è uscito dalla sua crisi travolgente. Lì hanno percorso un cammino corretto, che anche altri dovrebbero seguire: hanno lasciato andare in rovina le banche, messo in galera i banchieri e gli speculatori che praticavano truffe, riscritto la Costituzione, garantito la Sicurezza Sociale per evitare un crollo generalizzato e sono riusciti a creare lavoro. In conseguenza: il paese è uscito dal pantano ed è uno di quelli che cresce di più fra i i paesi nordici. La via dell'Islanda è stata messa sotto silenzio dai media di tutto il mondo, nel timore che fosse di esempio per altri paesi. E così il carro, con misure equivoche ma coerenti con il sistema, sta correndo velocemente verso il precipizio.
Contro questo prevedibile esito c'è l'opposizione degli «Indignati». Vogliono un altro mondo più amico della vita e rispettoso della natura. Forse l'Islanda ci sarà di ispirazione? Chi lo sa? Certamente non nella direzione dei modelli del passato, già esauriti. Andranno nella direzione di cui parlava Paulo Freire «dell'inedito fattibile» che nascerà da questo nuovo immaginario. Che si esprime senza violenza, in uno spirito democratico-partecipativo, con molto dialogo e scambi che arricchiscono. In ogni caso il mondo non sarà più come prima; esso sarà molto diverso da come i capitalisti desidererebbero che rimanesse.
(traduzione di Antonio Lupo)


Incubo veleni al Giglio

A un mese dal naufragio, è cominciato lo svuotamento del carburante della Concordia. Uno scoglio potrebbe cedere. Cresce la paura per l'inquinamento

Si sta deformando sotto il suo stesso peso. Centoquattordicimila tonnellate di acciaio fatte per solcare i mari danno ora i primi segni di cedimento. Al Giglio è questo l'incubo degli abitanti dell'isola e della Protezione civile, al lavoro per svuotare la Concordia di tutti i suoi veleni. Mentre i vigili del fuoco stanno attrezzando scafandri speciali per proteggere le mucose dei propri palombari dalla contaminazione batteriologica. «Le ricerche dei quindici dispersi non si sono mai fermati», mi dice il responsabile della comunicazione Luca Cari. Anche ora che i riflettori accesi dal 13 gennaio attorno alla nave cominciano a spegnersi.
Torno al Giglio a un mese dallo schianto della Concordia contro lo scoglio delle Scole, provocato dall'oramai celeberrimo e idiota «inchino» di Francesco Schettino al suo ex comandante Palumbo, giocando con la pelle di 4300 passeggeri affidati alla sua responsabilità. Sul molo si aggirano, affranti ma non domi, familiari francesi, indiani, americani. Aspettano di poter piangere almeno le spoglie di figli, fratelli e mogli. Attaccato allo scafo, il pontone Meloria scarica su una nave cisterna le prime tonnellate di carburante pompate dai serbatoi del transatlantico. Un olio pesante, pericolosissimo per l'ecosistema marino. Una sola goccia di Ifo 380 può contaminare un metro cubo di colonna d'acqua. E di gocce, nei serbatoi, ce n'è per 2300 tonnellate, da rimuovere con tutte le cure, per non disperderlo in mare.
Nella Concordia schiantata, ci sono però anche tutti i veleni di una città galleggiante di cinquemila persone. Detersivi, medicinali, oli, elettrodomestici, arredi, computer, grassi per apparati meccanici. «Gli ftalati, usati in cavi, vernici e inchiostri, sono tossici per il sistema riproduttivo dei mammiferi. I ritardanti di fiamma, usati per rendere ignifughi cavi elettrici e mobili, interferiscono con lo sviluppo del sistema nervoso», ricorda Vittoria Polidori, di Greenpeace. Di tutto questo si parla ancora troppo poco.
È una corsa contro il tempo e un braccio di ferro costante col mare che si sta caricando, dunque, di altre angosce. Il video girato da un Rov, il robot sottomarino dell'Ispra, l'Istituto di ricerca che fa capo al ministero dell'Ambiente, dà forma alle ombre più cupe. Lo scafo si piega e si distorce. E uno dei due spuntoni di granito che reggono le centoquattordicimila tonnellate della Concordia ha una vistosa frattura di 30 centimetri, mentre una sezione della plancia che fino a due settimane fa era emersa oggi è sott'acqua. Segno inequivocabile, per gli esperti, che il relitto starebbe collassando sotto le spinte gravitazionali della sua enorme mole.
È questo incubo a togliere il sonno ora al Giglio.


«Telecolonialismo», armato

L'aumento vertiginoso delle spese militari imposto alla Grecia da Merkel e Sarkozy. Atene brucia e la campana suona anche per noi


Senza pane in casa ma con gli arsenali colmi. Armi per sette miliardi di euro, quest'anno, il 18,2% in più del 2011. Parliamo di qualche Repubblica delle banane? Nient'affatto. Ad impiegare il 3% del Prodotto interno lordo del suo paese in commesse militari è Lucas Papademos, primo ministro greco, messo in sella ad Atene dalla troika Ue-Bce-Fmi il 12 novembre scorso, lo stesso giorno in cui Mario Monti salì a Palazzo Chigi.
Ad imporre un dazio tanto esoso, ha scritto Marco Nese sul Corriere della Sera, è stata Frau Merkel in persona, per comprare due sottomarini prodotti dalla TyssenKrupp, e tanto altro ancora. Fra cui 223 carri armati Leopard II, al posto degli altri due sottomarini commissionati dall'ex premier di centrodestra Kostas Karamanlis, quello dei conti pubblici truccati, per intenderci. Una commessa che il socialista George Papandreou (disarcionato tre mesi fa da Papademos) aveva cercato di bloccare, nel tentativo di raddrizzare i conti pubblici, dimostrando — fra l'altro — che quei sommergibili made in Germany non reggono il mare, alla luce di una perizia tecnica svolta dalla Marina militare greca.
È tutto? Non ancora. Poteva Nicolas Sarkozy essere da meno nel dettar legge in casa altrui? Neanche per sogno. Ed ecco 6 fregate e 15 elicotteri francesi, più un po' di motovedette, rifilate ad Atene per un costo di quattro miliardi e 400 milioni di euro. Un ordinativo strappato il maggio scorso a Papandreou in visita a Parigi col cappello in mano per chiedere soldi all'Europa.
Semplici coincidenze? Per niente. L'estate scorsa il Wall Street Journal ha rivelato che l'acquisto degli armamenti era stato preteso da Berlino e Parigi per dare semaforo verde agli aiuti della Bce a un paese sull'orlo del fallimento. Dopo essere riuscita a sostituire il «pignolo» Papandreou col più «ragionevole» Papademos, ex vicepresidente della Banca centrale europea ed ex governatore della Banca di Grecia, la coppia più disastrosa d'Europa, Merkel-Sarkozy, è riuscita a far ripartire i programmi militari di una indebitatissima Atene. Progettando l'acquisto di 60 caccia intercettori e facendo lievitare le spese militari fino — come detto — al 3% del Pil. Solo gli Stati Uniti, per avere un'idea, possono permettersi, in proporzione, altrettanto.
Oltralpe, gli analisti più attenti definiscono già da tempo i comportamenti politici di Merkel e Sarkozy «telecolonialismo», un colonialismo a distanza che non avrebbe bisogno di armi e occupazione del territorio per essere praticato. Con l'escalation delle spese militari imposta dai creditori, le armi ora devono mettercele e pagarsele addirittura loro, i debitori stessi. Per quanto tempo ancora assisteremo in silenzio allo stritolamento di un popolo, senza dire ad alta voce queste tragiche verità? Dovrebbero, oltretutto, già dirci qualcosa questi due semplici numeri inframmezzati da una lettera: 131 F35. Undici miliardi di euro tricolori da spendere mentre tiriamo la cinghia. «Col costo di uno solo di questi cacciabombardieri si costruirebbero 185 asili nido, consentendo alle mamme italiane di andare a lavorare», ha ricordato in questi giorni Umberto Veronesi.
Sveglia ragazzi, Atene brucia. E la campana suona anche per noi.


Marchionne e gli spot «educativi»

Lo spot di Clint nel Super Bowl Regalo inaspettato per Obama?
Indossato l'abito del monaco, con barba d'ordinanza, Sergio Marchionne ha fatto il bis. Allo spot "ideologico" «L'Italia che piace», di cui scrive Giulia Zanotti su Nuovasocietà del 23 gennaio, ha aggiunto lo spot "pedagogico" «It's halftime in America» diffuso lunedì 9 febbraio negli Stati Uniti a metà del Super Bowl, il più importante incontro di rugby della stagione. Lì, in effetti, una mezza partita è stata già vinta dalla Chrysler. Come suggerisce Clint Eastwood, Detroit «ha riacceso i motori dopo aver rischiato di perdere tutto», e ha ripreso quota «senza perdersi nelle nebbie delle divisioni, della discordia e delle accuse». Lisciando il pelo all'opinione pubblica americana (forse direttamente al suo ex creditore Obama) con un'inserzione «commercial» di due minuti e un costo di 9 milioni di dollari. E in Italia?
La metà partita che il neo barbuto manager italo-svizzero-canadese ha giocato in casa nostra è aver buttato fuori dalla fabbrica la Fiom, discriminando i lavoratori di quel sindacato, come negli anni peggiori della storia industriale italiana. Per il resto, zero assoluto. Ammanta, invece, con piume di pavone il consolidato Fiat-Chrysler 2011, sventolando ai quattro venti i 59,9 miliardi di dollari, con un utile della gestione ordinaria di 2,3 miliardi e un risultato netto di 1,6 miliardi. Gratti un po' e capisci che le auto del Gruppo Fiat, in Europa, hanno chiuso i conti in rosso per 15 milioni. In Italia, a gennaio, il quadro è diventato addirittura tragico, col peggior risultato degli ultimi vent'anni: meno 17,5% Fiat, meno 2,3 Lancia, meno 33,3 Alfa Romeo. E di piani produttivi, per ora, c'è appena appena il restyling della Panda. Pensate un po'.
È per questo che Marchionne ha bisogno d'indottrinare l'opinione pubblica italiana con un Carosello d'altri tempi? «Scegliamo quale Italia vogliamo essere, quella capace di grandi imprese industriali o quella che si accontenta dell'immagine che ci appiccicano addosso», fa dire al suo spot girato in Costiera Amalfitana con la comparsata degli operai «buoni» riassunti in fabbrica. Se contano i fatti — come recita il «consiglio per gli acquisti» made in Italy, già ribattezzato il «Manifesto di Pomigliano» — il leader del Lingotto dovrebbe coprirsi il capo di cenere, non mettere l'abito del santone. Sarà stato per l'inconsistenza dei progetti industriali, prospettati — a suo tempo — per acquisire Opel, che Angela Merkel e i sindacati tedeschi lo accompagnarono, insieme, alla porta?

Con la spinta di mammà



▇ Non se ne può più. Gli sberloni quotidiani dei ministri professori ai figli non loro hanno superato il segno. Aveva cominciato la buonanima di Padoa Schioppa nel 2007 col celeberrimo epiteto di «bamboccioni» appioppato ai nostri trentenni. Siamo arrivati l'altro ieri alla tirata d'orecchi del prefetto Cancellieri, pro tempore al ministero dell'Interno, con la denuncia «del posto fisso nella stessa città di mamma e papà» preteso dai figli (altrui). In mezzo, il premier Monti, con la «noia del posto fisso», e la professoressa Fornero, fustigatrice, dal ministero del Lavoro, di pensionati giovanili e cassintegrati incalliti: «il compito di questo governo è togliere dalla testa l'idea del posto fisso, un'illusione che non si può dare», ha affermato chiara e netta. E noi, ingenui, a pensare che il compito di un governo fosse quello — semmai — di creare lavoro, per quanto possibile, in un paese che ha un terzo dei propri giovani senza alcun posto, né fisso né mobile.
Da che pulpito viene la predica? Ecco la ricostruzione di tre ritratti esemplari dei «figli di», così come l'ha messa online Massimo Malerba su "Il Post Viola".
«Giovanni Monti, figlio di Mario, 39 anni. A poco più di 20 anni è già associato per gli investimenti bancari per la Goldman Sachs, la più potente banca d'affari americana, la stessa in cui il padre Mario ricopre il ruolo apicale di International Advisor. A 25 anni è già consulente di direzione da Bain & company, dove rimane fino al 2001. Dal 2004 al 2009, vale a dire fino al sua approdo alla Parmalat, Giovanni Monti ha lavorato prima a Citygroup e poi a Morgan & Stanley: a Citygroup è stato responsabile di acquisizioni e disinvestimenti per alcune divisioni del gruppo, mentre alla Morgan si è occupato in particolare di transazioni economico-finanziarie sui mercati di Europa, Medio Oriente e Africa, alle dipendenze dirette degli uffici centrali di New York.
Silvia Deaglio, figlia di Elsa Fornero, 37 anni. A soli 24 anni, mentre già svolgeva un dottorato in Italia, ottiene un incarico presso il Beth Israel Deaconess Medical Center di Harward, il prestigioso college di Boston. La figlia del ministro inizia ad insegnare medicina a soli 30 anni. Diventa associata all'università di Torino a 37 anni, con sei anni d'anticipo rispetto alla media di accesso a questo ruolo. Il concorso lo vince a Chieti, nel 2010, nella facoltà di Psicologia, prima di essere chiamata a Torino dove insegnano mamma Elsa e papà Mario, nell'ottobre 2011. Alla professoressa Deaglio ha certamente giovato nella valutazione comparativa il ruolo di capo di unità di ricerca all'Hugef, ottenuto nel settembre 2010 quando era ancora al gradino più basso della carriera, e a ridosso dell'ultima riunione della commissione di esame [presieduta dal professor Alberto Piazza] che l'ha nominata docente di seconda fascia. L'Hugef è finanziato dalla Compagnia di San Paolo, all'epoca vicepresieduta da mamma Elsa Fornero.
Piergiorgio Peluso, figlio di Annamaria Cancellieri. Appena laureato viene catapultato subito all'Arthur Andersen. Un fenomeno della natura. Da lì balza a Mediobanca. Passa poi per diversi enti e dirigenze bancarie tra cui Aeroporti di Roma (consigliere d'amministrazione), Gemina (consigliere), Capitalia, Credit Suisse, First Boston e Unicredit, per finire, poco tempo fa, alla Fondiaria Sai dove ricopre il ruolo di direttore generale con compenso da 500mila euro».
C'è da aggiungere altro? Sì, le ricette spacciate per nuove e moderne — destinate ai figli degli altri — sono state già somministrate da vent'anni in qua. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Tranne che dei nostri implacabili Savonarola in cattedra. D'altra parte, c'è da capirli, con tutti i geni che si ritrovano in casa: cosa ne sanno loro degli «sfigati»?

Link
http://violapost.wordpress.com/2012/02/08/elsa-silvia-e-lo-strano-caso-del-professor-piazza/

E dopo Schettino venne Lusi

Francesco Schettino
Luigi Lusi (Ansa)
Mai un punto fermo. Pensi di aver visto fatti certi e sentito parole chiare, passa qualche giorno e tutto s'ingarbuglia. Vi ricordate? Il comandante della Concordia Schettino ammette, a caldo, d'essere andato lui contro uno scoglio, naufragando con quattromila passeggeri a bordo. Poi ci ripensa, fa una giravolta e insinua il dubbio (lui o chi per lui) che gli strumenti della plancia non funzionassero bene.
A caldo, l'onorevole della Margherita Lusi ammette di aver intascato 13 milioni di euro. Non erano suoi ma del partito, e quindi — com'è ovvio dire in questi casi — li ha rubati. Tanto da volerne restituire almeno una parte. Ovvio anche che il partito (attuale) mettesse alla porta il ladro reo confesso. Ovvio? Neanche per sogno. Espulso dal Pd, Lusi annuncia ricorso al Tribunale civile contro «una decisione volutamente infamante». Addirittura. Vuole una medaglia da mettere al petto? Forse sì, preparando un qualche ricatto. Magari c'è anche qualcuno disposto a dargliela, sottobanco. E badate: per lui — e quelli come lui — è «infamante» l'espulsione dal partito non il furto al partito.
Francesco Schettino, intanto, ha trovato al suo fianco la corporazione di appartenenza (ne ho scritto, con qualche scandalo, nel post di venerdì 27 gennaio). L'«Unione sindacale capitani di lungo corso al comando» è pronta a rovesciare la responsabilità di tutto sulla Capitaneria di porto che cercava di salvare i naufraghi. E ha trovato anche Vespa (con "Porta a Porta") e Retequattro  (con "Quartogrado") ad imbastire un bel blabla per confondere le idee a chi ha stomaco per guardarli. Col plastico d'ordinanza — ça va sans dire — per essere più efficaci nel garbuglio.
Per par condicio, anche l'ex boy scout Gigino Lusi ha diritto al suo plastico. Il dubbio, nel suo caso, è cosa far costruire al falegname: la villa di Genzano, la casetta in Canada, o Palazzo Madama dov'è asserragliato. Ne verremo mai fuori da una melma così?


Romani, colpo grosso alla Rai

Un salto strepitoso. Dagli spogliarelli a tarda notte su una tv locale, alle mani sull'azienda culturale più grande del paese a tutte le ore. Formidabile Italia. Anzi, lungimirante "Italia 7". Degli esordi di Paolo Romani sugli affaires televisivi pochi ricordano. Del suo ruolo nello svuotamento del servizio radiotelevisivo pubblico quasi nessuno si cura.
Eppure è lui, l'ultimo ministro dello Sviluppo economico di Berlusconi, a tirare le fila di un disegno che, in dieci anni, ha portato la Rai sull'orlo del baratro. Dapprima dietro le quinte della legge che porta formalmente la firma di Gasparri. Poi come riferimento di ogni dirigente che conti davvero a Viale Mazzini. Infine come regista dell'ultimo assalto alla diligenza nelle nomine dei due telegiornali più importanti della Tv pubblica, Tg1 e Tgr, di conserva con Bossi. Il quale, nella vituperata Roma, piazza i suoi uomini; nella fantomatica Padania, boicotta il canone. All'opera, in ogni snodo, per «dissolvere la Rai» — secondo i dettami piduisti di Licio Gelli in avanzato stato di attuazione —, c'è sempre lui, Paolo Romani. Elevato a ministro della Repubblica fra molti rinvii e tanti mugugni del Quirinale.
Alla vigilia del collasso del governo Berlusconi, il mastino con la faccia d'angelo s'è distinto come uno scherano dei più tenaci. «Dillo che vuoi farlo cadere. Giù la maschera!», intimò all'allora ministro dell'Economia Tremonti, in un alterco a difesa del suo dante causa, oggi come allora. Allora il compito era un programma osé con finte casalinghe e aspiranti porno star per allargare orbita e affari del Biscione, il «Colpo grosso» somministrato da Umberto Smaila. Oggi è il colpo grosso sull'informazione pubblica addomesticata, disposta a farsi addomesticare volentieri — e qui i nomi dei somministratori si sprecano: in primavera si vota e si vota anche l'anno prossimo.
Tre settimane prima della caduta di Berlusconi, il presidente della televisione pubblica, Paolo Garimberti, ha dovuto consegnare a Romani una diffida per il mancato versamento di un miliardo e trecento milioni di euro dovuti dallo Stato alla Rai per la differenza tra quanto incassato dal canone e quanto speso per i prodotti di servizio pubblico dal 2004 al 2010. Mentre a Viale Mazzini — è stato detto in ambienti sindacali — si cominciano già a studiare possibili ricorsi alla cassa integrazione per crisi aziendale.
Qualcuno si scandalizza? Sì, giusto qualcuno. I più sono distratti, o soffrono di memoria corta, o aspettano di mettersi a tavola in una prossima spartizione. Trent'anni di «massaggi cerebrali» a colpi di sculettamenti catodici lasciano il segno nei neuroni, nazionali e professionali. E si vede. Se n'è accorto il professor Monti?

Fuggitivi con la cassa

«Avevo bisogno di soldi e li ho presi dalla cassa»: così Luigi Lusi
Mi sono stropicciato gli occhi e l'ho riletto una seconda volta. Poi una terza. Vi prego, rileggetelo con me. E toglietemi il dubbio: «La cassa serve a pagare le tessere, a pagare i convegni del segretario, e sostenere le campagne elettorali della cordata del segretario. I soldi in genere i partiti li spendono così». Ho capito bene? Avete capito anche voi la stessa cosa? «La cassa serve a pagare le tessere». «A pagare».
A parlare così, con le virgolette, è una «persona informata sui fatti», l'ex direttore del "Secolo d'Italia", Flavia Perina. E il contesto di cui parla è il «furto» di 13 milioni di euro dalla cassa della Margherita, scoperto in questi giorni. Un partito che non c'è più da quattro anni, che ha continuato a ricevere soldi pubblici (i nostri soldi), e li ha affidati a un senatore oggi del Pd, Luigi Lusi, che s'è comprato case di lusso a Roma e casette in Canada.
Tutto molto sconcertante. A sconcertarmi ancor più, non so voi, sono quelle quattro parole: «a pagare le tessere». Pensavo — l'ho pensato per una vita — che le tessere servissero «a finanziare» un partito, non «a comprarselo». I partiti che ho frequentato da giovane, intendo. Per i quali ho simpatizzato o votato dopo. Conoscevo anch'io — per averla combattuta, nel mio piccolo, coi mezzi del tempo — la degenerazione della partitocrazia della Prima Repubblica, e le cosiddette «truppe mastellate» (i fan di Mastella portati in pulman a votare ai congressi Dc con le tessere prepagate). Metodi estesi a man bassa, persino nell'ultimo congresso dei Verdi, qualche giorno fa, stando alle denunce degli avversari dell'ex leader Pecoraro Scanio, che lo accusano da tempo di un vizietto così.
Tutto maledettamente vero. Ma non viene il vomito anche a voi a vedere questo fango limaccioso invadere le istituzioni, e quindi la nostra democrazia, la nostra vita? Le derive populistiche e demagogiche nascono anche così, osservando, allibiti, tanto squallore. Anche queste infamie dovremo addebitare a un ceto politico disastroso, fuggitivo da tutte le proprie responsabilità. Prima lo facciamo, meglio è.