Romani, colpo grosso alla Rai

Un salto strepitoso. Dagli spogliarelli a tarda notte su una tv locale, alle mani sull'azienda culturale più grande del paese a tutte le ore. Formidabile Italia. Anzi, lungimirante "Italia 7". Degli esordi di Paolo Romani sugli affaires televisivi pochi ricordano. Del suo ruolo nello svuotamento del servizio radiotelevisivo pubblico quasi nessuno si cura.
Eppure è lui, l'ultimo ministro dello Sviluppo economico di Berlusconi, a tirare le fila di un disegno che, in dieci anni, ha portato la Rai sull'orlo del baratro. Dapprima dietro le quinte della legge che porta formalmente la firma di Gasparri. Poi come riferimento di ogni dirigente che conti davvero a Viale Mazzini. Infine come regista dell'ultimo assalto alla diligenza nelle nomine dei due telegiornali più importanti della Tv pubblica, Tg1 e Tgr, di conserva con Bossi. Il quale, nella vituperata Roma, piazza i suoi uomini; nella fantomatica Padania, boicotta il canone. All'opera, in ogni snodo, per «dissolvere la Rai» — secondo i dettami piduisti di Licio Gelli in avanzato stato di attuazione —, c'è sempre lui, Paolo Romani. Elevato a ministro della Repubblica fra molti rinvii e tanti mugugni del Quirinale.
Alla vigilia del collasso del governo Berlusconi, il mastino con la faccia d'angelo s'è distinto come uno scherano dei più tenaci. «Dillo che vuoi farlo cadere. Giù la maschera!», intimò all'allora ministro dell'Economia Tremonti, in un alterco a difesa del suo dante causa, oggi come allora. Allora il compito era un programma osé con finte casalinghe e aspiranti porno star per allargare orbita e affari del Biscione, il «Colpo grosso» somministrato da Umberto Smaila. Oggi è il colpo grosso sull'informazione pubblica addomesticata, disposta a farsi addomesticare volentieri — e qui i nomi dei somministratori si sprecano: in primavera si vota e si vota anche l'anno prossimo.
Tre settimane prima della caduta di Berlusconi, il presidente della televisione pubblica, Paolo Garimberti, ha dovuto consegnare a Romani una diffida per il mancato versamento di un miliardo e trecento milioni di euro dovuti dallo Stato alla Rai per la differenza tra quanto incassato dal canone e quanto speso per i prodotti di servizio pubblico dal 2004 al 2010. Mentre a Viale Mazzini — è stato detto in ambienti sindacali — si cominciano già a studiare possibili ricorsi alla cassa integrazione per crisi aziendale.
Qualcuno si scandalizza? Sì, giusto qualcuno. I più sono distratti, o soffrono di memoria corta, o aspettano di mettersi a tavola in una prossima spartizione. Trent'anni di «massaggi cerebrali» a colpi di sculettamenti catodici lasciano il segno nei neuroni, nazionali e professionali. E si vede. Se n'è accorto il professor Monti?

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