Marchionne e gli spot «educativi»

Lo spot di Clint nel Super Bowl Regalo inaspettato per Obama?
Indossato l'abito del monaco, con barba d'ordinanza, Sergio Marchionne ha fatto il bis. Allo spot "ideologico" «L'Italia che piace», di cui scrive Giulia Zanotti su Nuovasocietà del 23 gennaio, ha aggiunto lo spot "pedagogico" «It's halftime in America» diffuso lunedì 9 febbraio negli Stati Uniti a metà del Super Bowl, il più importante incontro di rugby della stagione. Lì, in effetti, una mezza partita è stata già vinta dalla Chrysler. Come suggerisce Clint Eastwood, Detroit «ha riacceso i motori dopo aver rischiato di perdere tutto», e ha ripreso quota «senza perdersi nelle nebbie delle divisioni, della discordia e delle accuse». Lisciando il pelo all'opinione pubblica americana (forse direttamente al suo ex creditore Obama) con un'inserzione «commercial» di due minuti e un costo di 9 milioni di dollari. E in Italia?
La metà partita che il neo barbuto manager italo-svizzero-canadese ha giocato in casa nostra è aver buttato fuori dalla fabbrica la Fiom, discriminando i lavoratori di quel sindacato, come negli anni peggiori della storia industriale italiana. Per il resto, zero assoluto. Ammanta, invece, con piume di pavone il consolidato Fiat-Chrysler 2011, sventolando ai quattro venti i 59,9 miliardi di dollari, con un utile della gestione ordinaria di 2,3 miliardi e un risultato netto di 1,6 miliardi. Gratti un po' e capisci che le auto del Gruppo Fiat, in Europa, hanno chiuso i conti in rosso per 15 milioni. In Italia, a gennaio, il quadro è diventato addirittura tragico, col peggior risultato degli ultimi vent'anni: meno 17,5% Fiat, meno 2,3 Lancia, meno 33,3 Alfa Romeo. E di piani produttivi, per ora, c'è appena appena il restyling della Panda. Pensate un po'.
È per questo che Marchionne ha bisogno d'indottrinare l'opinione pubblica italiana con un Carosello d'altri tempi? «Scegliamo quale Italia vogliamo essere, quella capace di grandi imprese industriali o quella che si accontenta dell'immagine che ci appiccicano addosso», fa dire al suo spot girato in Costiera Amalfitana con la comparsata degli operai «buoni» riassunti in fabbrica. Se contano i fatti — come recita il «consiglio per gli acquisti» made in Italy, già ribattezzato il «Manifesto di Pomigliano» — il leader del Lingotto dovrebbe coprirsi il capo di cenere, non mettere l'abito del santone. Sarà stato per l'inconsistenza dei progetti industriali, prospettati — a suo tempo — per acquisire Opel, che Angela Merkel e i sindacati tedeschi lo accompagnarono, insieme, alla porta?

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