La museruola di Marchionne contro "l'Unità"

Il giornale fondato da Antonio Gramsci sfrattato dalle fabbriche del Gruppo Fiat, come ai tempi di Valletta

unità foto storica lavoratori 640
▇ Repubblica l'ha pubblicata a pagina 26 nell'Economia, il "Corriere della Sera" neanche lì. Semplicemente ignorata. La notizia è questa: Magneti Marelli ha sfrattato dagli stabilimenti di Bologna e Bari la bacheca de "l'Unità" dallo spazio occupato dalla Fiom, già accompagnata alla porta nelle settimane scorse. Il candidato di Marchionne alla guida della Confindustria, Alberto Bombassei, ha chiosato: «Io non ho le bacheche de "l'Unità" nelle mie fabbriche. Ma, per come il giornale si è accanito nei miei confronti, quella bacheca la sbullonerei anch'io». Chiarissimo. Finalmente un imprenditore liberale. Presente e futuro delle relazioni industriali italiane sono ben delineate.
La Cisl provinciale di Bologna ha dato indicazione alla Fim (il sindacato dei metalmeccanici) di «ospitare nelle proprie bacheche le copie de "l'Unità", in attesa che la questione si risolva». Almeno l'onore, per ora, è salvo. Per tutto il resto, basta quanto ha scritto Luciano Gallino domenica 26 febbraio sul giornale diretto da Ezio Mauro. Non serve spostare neanche una virgola. Eccolo, di seguito.
La Cgil, intanto, ha annunciato: «Lunedì 27 febbraio con il giornale in tutti i luoghi di lavoro». Passaparola.

Schiaffo alla democrazia
di Luciano Gallino
Dinanzi all'ordine di rimuovere le bacheche che espongono "l'Unità", sulle prime uno pensa che Fiat abbia deciso di estromettere la democrazia dai suoi stabilimenti. Un segno non da poco. Il cammino era già tracciato con i contratti ferrei di Pomigliano e Mirafiori, il licenziamento di alcuni operai che avrebbero disturbato la produzione di Melfi, infine l'esclusione della Fiom dai reparti. Ora si aggiunge il divieto di esporre un quotidiano. Il che fa pensare ad altro. Infatti la democrazia non è morta sempre con un gran botto. In diversi casi è morta anche a piccoli passi, compiuti nelle fabbriche, nelle scuole, in piccole città, fino a che non ci si è accorti che era scomparsa in un intero Paese. Per questo motivo il segnale che arriva da Bologna e altrove preoccupa sotto il profilo politico più che sotto quello delle relazioni industriali.
D'altra parte è possibile che Fiat non abbia affatto intrapreso i passi anzidetti per cancellare la democrazia industriale. Magari ha già deciso di lasciare l'Italia, come parrebbe anche dai contraddittori annunci circa i modelli da costruire o forse no, nel quadro del fantomatico piano Fabbrica Italia e dei milioni di ore di cassa integrazione a Torino e Pomigliano. E vuol mostrare che vi è costretta perché con la Fiom non si ragiona, troppi osano criticare il Piano che non c'è mentre gli americani lo ammirano, e qualcuno pretendeva pure di esporre nei suoi impianti un quotidiano che in un angolo reca tuttora la scritta «fondato da Antonio Gramsci nel 1924».

Nessun commento:

Posta un commento