Veltroni, i diritti e l'articolo 18

Quando i diritti diventano terreno di scontro o merce di scambio. L'esperienza della Thatcher, le pretese di Marchionne, le tentazioni della Fornero e di Monti 

▇ «Si scrive articolo 18, si legge alleanze». Mirabile sintesi. La collega del Tg3 raccontava, l'altra sera, gli effetti dell'intervista rilasciata da Walter Veltroni a Curzio Maltese su Repubblica. L'ex leader del Pd offriva una sponda, come sappiamo, alla revisione dello Statuto dei diritti dei lavoratori (è bene, ogni tanto, scriverlo per esteso), «per non regalare Monti al Pdl». Un sasso in piccionaia, coi piccioni già in volo da un bel po'. Tempismo proverbiale oramai, il suo.
C'era bisogno di aggiungere la sua voce al coro dei cosiddetti «riformatori»? Tre giorni prima della sua uscita «dialogante», erano stati resi noti i dati sui contenziosi lavorativi. Trentamila vertenze legali in un decennio, appena trecento per «giusta causa», regolate, quindi, dall'articolo 18. L'1%, avete letto bene. L'ha letto anche Veltroni? Tutto il can can, da dieci anni in qua, per un misero uno per cento. Sarà forse, allora, per quel restante 99% che si combatte tanto? È la nozione stessa di «diritti» a disturbare il manovratore?
Il sospetto che sia così è sempre più forte. Incontrando in questi giorni a Roma il primo ministro iberico Rajoy, Mario Monti s'è detto «impressionato dalla riforma del lavoro spagnolo»: i complimenti ora se li fanno tra loro su chi è più bravo con l'accetta, ci avete fatto caso? In effetti, in Spagna, dopo la caduta di Zapatero, i licenziamenti saranno più facili e più economici: le imprese dovranno al lavoratore solo 20 giorni di retribuzione per ogni anno lavorato nel caso di giusta causa, e 33 nel caso di esuberi dovuti a crisi. Soprattutto, a un’azienda basterà dimostrare il crollo degli introiti per nove mesi consecutivi per procedere con l'allontanamento anche senza l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro (Autoridad laboral), che fino a oggi poteva dire l’ultima parola. Ottimo spunto per il suo ministro Fornero, o spauracchio per la Camusso e il sindacato?
Ed ancora. Qualche giorno fa, il presidente della "Adam Smith Society", il professor Alessandro De Nicola — liberista convinto e conseguente — ha ricordato la battaglia vincente ingaggiata da Margaret Thatcher contro il sindacato dei minatori inglesi, la National Union of Mineworkers. Indicandone il valore pedagogico e perorandone il replay politico in Italia: «colpirne uno per educarne cento» (slogan di triste memoria). Anche lì, in Gran Bretagna, non era il merito della vertenza ad animare la battaglia della Iron Lady, sottolinea De Nicola. Bisognava abbattere il simbolo rappresentato da Arthur Scargill e dal suo sindacato. Com'è finita è noto. Aperto il varco, è passata ogni cosa. E, quando il New Labur è tornato al potere, Tony Blair ha solo avvitato i bulloni di una macchina che demoliva il welfare costruito in un secolo di lotte sociali, forti di pensatori come Friedrich Engels e letterati come Charles Dickens, contro i conservatorismi più tenaci. La patria dell'integrazione sociale e del laburismo è diventata, alfine, la giungla della speculazione finanziaria globale.
Difficile che Veltroni non conosca la storia. E i fallimenti sociali del blairismo. Ed allora? La tattica ha sempre il sopravvento su qualunque strategia degna del nome. Oggi sono le alleanze, ieri qualcos'altro. Vi ricordano qualcosa, ad esempio, le «liste vetrina» dei «nominandi», messe in pista per le elezioni del 2008? La ricercatrice belloccia e il professore serioso (Madia e Ichino), il cattolico devoto e la radicale conseguente (Fioroni e Bonino), l'industriale illuminato e l'operaio superstite (Calearo e Boccuzzi). Un bel supermarket con tutti gli scaffali pieni. Tutto «a favore di telecamera». Con annesse visite pastorali. Una anche a casa della famiglia operaia, a Mirafiori of course. S'è sbriciolato tutto in pochi mesi, alla prima battaglia parlamentare.
E quindi? Provi a ritelefonare, Veltroni, all'operaio della Fiat, oggi in cassa integrazione, con figlia disoccupata a carico. Parlarne con Landini potrebbe essere compromettente, tirando in ballo — in tal caso — qualche straccio di strategia politica (che non sia, detto fra parentesi, la propria stanca e pervicace sopravvivenza). Sono certo che operaio e famiglia lo riaccoglierebbero a braccia aperte, con un bel bollito in tavola e senza telecamere al seguito. Gli spiegherebbero cos'hanno voluto dire, in Fiat, i licenziamenti «senza giusta causa», prima che i compagni di Veltroni (e i socialisti e i democristiani di sinistra) conquistassero lo Statuto. Valido, purtroppo, solo per una minoranza: appena un quarto dei lavoratori. Prima che Marchionne (nuovo Valletta redivivo) lo smantellasse nelle sue officine, con la compiacenza — manco a dirlo — dell'ineffabile «craxista» Sacconi (che gli ha servito in tavola l'articolo 8 della manovra di agosto 2011, come da menu).
E pensare che ci avevo anche creduto, nel 2008, che si potesse aprire una stagione nuova di riforme rigorose ed eque. Se necessario, con Veltroni in testa al convoglio. È la settimana delle Ceneri. Pur agnostico, mi cospargo il capo.

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