Monti e Cicchitto il Griso

Il premier italiano accetta le bravate del capogruppo Pdl mentre è al summit di Seul. Obama lo cita ma lui è al telefono con Roma

Legge elettorale, Monti tace Di Pietro: "Prostituzione politica"▇ Ora ci giogioneggia anche su. «Mi ha chiamato Obama per conoscere la persona che è riuscita a distogliere Monti dal suo intervento», ha detto ridendo Fabrizio Cicchitto a Monica Guerzoni mercoledì 28 marzo. La giornalista del Corriere della Sera cercava di capire l'urgenza di interrompere la partecipazione del premier al summit sulla sicurezza nucleare con cinquanta capi di Stato, all'altro capo del mondo. Trattandosi di leggi in programma su corruzione e concussione — questa l'intemerata del capogruppo pidiellino —, l'urgenza è in re ipsa, direbbe un giurista. Riguardando i guai del dante causa di Cicchitto, ogni altra nostra parola sarebbe superflua.
I giornali che ne parlano sottolineano la singolarità dell'episodio. Monti s'è perso addirittura citazioni ed elogi di Obama, per rispondere alla chiamata del bravo da Roma. E fin qui la singolarità c'è tutta. Ma c'è anche altro. Perché il presidente del Consiglio accetta le bravate di Cicchitto su un provvedimento legislativo che potrebbe nuocere al suo signorotto? «La corruzione ostacola lo sviluppo economico e mette in pericolo la stabilità delle istituzioni democratiche», ha ricordato il Guardasigilli italiano richiamando il preambolo della Convenzione di Strasburgo sull'argomento.
Ecco, a Monti sarebbe bastato mandare un sms alla sua segretaria e far dire a Cicchitto il Griso che stava occupandosi di cose più serie dei sotterfugi di Berlusconi per sfuggire ai suoi processi. L'Italia ha già dato, e i risultati si sono anche visti. Non ci avrebbe lasciato col dubbio di avere davanti don Rodrigo o don Abbondio, a seconda che a chiamare sia Camusso o un tirapiedi dell'Innominato.
(mercoledì 28 marzo 2012)


Qualcuno salvi Bonanni da se stesso (e gli tolga il vino)


Le giravolte del segretario Cisl avvolto in un vortice sconclusionato. Un uomo oramai privo di bussola

▇ Se non fosse tragico sarebbe ridicolo. Leggere i pensieri espressi da Raffaele Bonanni è un'impresa, più che convincere Elsa Fornero che non è stata messa al posto di Mosè (avete notato come esibisce le sue «tavole della legge» sul mercato del lavoro a favore di fotografo e telecamera?).
Riassumiamo. Martedì 20 marzo il segretario generale della Cisl rompe il fronte sindacale e dice sì ai licenziamenti facili senza possibilità di reintegro. Mercoledì si guarda attorno e vede i suoi delegati di base uscire da fabbriche e uffici per salvare l'articolo 18, assieme a Cgil e Uil. Giovedì persino l'Ugl lo lascia solo a tenere il punto sull'intesa con Monti. Venerdì dice al Pd (lui, Bonanni) di darsi una mossa contro i licenziamenti economici. Sabato va a Cernobbio e si propone come salvatore dei lavoratori dal licenziamento per motivi fasulli. Domenica riposa la lingua. Lunedì della settimana dopo vuole «un modello tedesco vero». Qualcuno salvi Bonanni da se stesso. È nel pallone.
Il segretario dell'Ugl Centrella non l'ha «mai visto avanzare proposte sul modello tedesco al tavolo con Monti». Per il segretario della Cgil Camusso si agita sempre e vuole «mettere il cappello su tutto». Il segretario della Uil Angeletti non è pervenuto, si accoda sempre di qua o di là. Raffaele Bonanni è il novello dottor Jekyll e mister Hyde del sindacato italiano o il social confuso d'Abruzzo? Ad Antonella Baccaro sul Corriere della Sera di lunedì 26 marzo dichiara con visibile rammarico: «Se il parlamento non ratifica il via libera entro l'estate alla riforma del lavoro, il premier Monti perde la faccia». Proprio così, «se non ratifica». Poco prima, a domanda se la norma sull'articolo 18 che non prevede il reintegro va cambiata, risponde «Va cambiata». Allora: il parlamento deve «ratificare» o «cambiare»? Qualcuno lo salvi. E non gli versi più vino.
■ (lunedì 26 marzo 2012)


Franklin D. Roosevelt e noi

art.18. fotoCome il mondo, in ottant'anni, ha perduto nuovamente la bussola

▇ Ricevo e pubblico molto volentieri:
Cari amici, in questi giorni di discussione sull'articolo 18, una voce che arriva dagli anni Trenta forse ci può dire a che livello di degrado è arrivata la cultura politica del nostro tempo. La cultura di tutti i partiti e di tutte le istituzioni a partire da quella del Presidente Napolitano. A ogni passaggio, fin dall'inizio nell'indicare le cause, fate i confronti.
— Emilio Molinari

Dall'intervento di insediamento del 32º presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt tenuto il 4 Marzo 1933, quattro anni dopo la drammatica crisi del 1929
«[...] Con questo spirito tutti noi — io e voi — affrontiamo le nostre comuni difficoltà. Non siamo stati colpiti dalla piaga delle locuste. Ciò accade innanzi tutto perché chi domina lo scambio di beni materiali ha fallito. La condotta degli speculatori senza scrupoli è ora di fronte al giudizio dell'opinione pubblica e alla ripulsa dei cuori e della ragione degli uomini.
Le uniche regole che conoscono sono quelle di una generazione di egoisti privi di una visione del futuro e quando questa manca il popolo soffre. Il nostro obiettivo più importante è quello di far tornare la gente a lavorare. Lo possiamo realizzare attraverso assunzioni governative dirette, affrontando l'impegno come faremmo con un'emergenza bellica, ma, al contempo, grazie a queste assunzioni, portare a termine progetti per riorganizzare le nostre risorse naturali. In questo sforzo per un rilancio dell'occupazione abbiamo bisogno di una severa azione di controllo su tutte le attività bancarie, creditizie e di investimento, per porre fine alle speculazioni con danaro altrui [...]».
Cinque mesi dopo
«[...] Gli aiuti comunali e statali sono stati estesi al massimo. Come sapete, abbiamo messo trecentomila giovani uomini a lavorare a progetti concreti e di pubblica utilità nelle nostre foreste e a prevenire l'erosione del suolo e le alluvioni. Un grande programma di lavori pubblici da tre miliardi di dollari per la costruzione di reti elettriche e strade, di imbarcazioni per la navigazione interna, per la prevenzione delle alluvioni e per migliaia di progetti comunali e statali.
Grazie a uno sforzo democratico dell'industria possiamo ottenere un aumento generale degli stipendi e una riduzione delle ore di lavoro. Si potrà farlo solo se permetteremo e incoraggeremo la cooperazione in ambito industriale, perché se non ci sarà unità di azione pochi uomini egoistici in ogni ambito continueranno certamente a pagare stipendi da fame e a esigere lunghi turni lavorativi.
La concorrenza dovrà scegliere se seguirli sulla strada dell'aumento progressivo dello sfruttamento.
Abbiamo visto questo tipo di azioni determinare la continua caduta verso l'inferno economico degli ultimi 4 anni.
La proposta è semplice: se tutti i datori di lavoro agiranno di concerto per ridurre l'orario di lavoro e per aumentare gli stipendi, noi potremmo aumentare l'occupazione [...]».

Nota a margine
Nel 1940, Franklin D. Roosevelt tassò al 90% i redditi superiori a 100.000 dollari. Negli anni Settanta, sotto il repubblicano Richard Nixon, le imposte sugli alti redditi restano al 60%. È con Ronald Reagan, eletto nel 1981, che le tasse per i più ricchi cominciano a scendere in picchiata per trent'anni. E i risultati si vedono: il miliardario Warren Buffet (terzo uomo più ricco al mondo nel 2012, secondo la rivista Forbes) è stato tassato con l'aliquota del 17,4% nel 2011. — (i.s.)
■ (lunedì 25 marzo 2012)


«Il capitalismo ha ucciso i diritti»

La riforma dello Statuto dei lavoratori come pretesto per regolare vecchi conti politici e piallarecon la paura, il pensiero critico. In ufficio, in officina e anche nelle redazioni

art.18. foto▇ Facciamo un piccolo indovinello. Frase numero 1:
«Non credo che sia l'articolo 18 a fermare lo sviluppo del paese. È la burocrazia che frena l'Italia». Frase numero 2: «I toni apocalittici [sull'articolo 18] sono inquietanti. Descrivono un paese irreale. Tradiscono una visione novecentesca, ideologica e da lotta di classe». Chi le ha dette? Partiamo dalla prima: Susanna Camusso? No, il neo presidente di Confindustria Giorgio Squinzi (ha appena preso il posto di Emma Marcegaglia). E la seconda chi l'ha detta? La professoressa Fornero sotto stress? Sbagliato, il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli (prima della cena a casa del premier Monti venerdì sera).
Nell'Italia di oggi succede anche questo. Chi racconta la realtà vede un paese un tantino diverso da chi la realtà deve viverla. E qui si complica tutto. Anche la soluzione dei problemi concreti. La lotta di classe non la inventa chi teme licenziamenti facili, direttore De Bortoli. Chi finisce sulla strada, o teme di finirci, la lotta di classe la subisce. È pura constatazione delle cose. La chiami pure ristrutturazione, se vuole, o mercato, o compatibilità. Tutti sinonimi di uno stesso dato di fatto. Il «prestatore d'opera» — va meglio così? — deve levare il disturbo quando la valorizzazione del capitale investito dal suo datore di lavoro non è ritenuta più remunerativa dall'investitore (altra cosa se un prodotto finisce fuori mercato). Nessun giudizio, né pregiudizio. Semplice descrizione di fatti.
Ed allora? Sul Sole 24 Ore di venerdì 23 marzo Franco Debenedetti si rammarica dei costi «invisibili» del «vecchio» articolo 18 (essendo modesti, in tutta evidenza, quelli «visibili»). Quali sarebbero questi costi occulti? «Le opportunità precluse a lavoratori e imprenditori, i costi dell'opporre la rigidità alla variabilità dei cicli economici e tecnologici». Il lavoro come variabile dipendente dal capitale finanziario, ecco cos'è mancato per l'ex senatore Ds. Un giudizio di valore, questo di Debenedetti, espresso anche in ritardo: al Senato s'è distratto mentre già si realizzava. Pura ideologia liberista e mercatista, dunque. È proprio questa la lotta di classe, fatta o «mancata», direttore De Bortoli: essa è semplicemente nella natura sociale delle cose. Ed è la gestione delle cose, quindi la politica, a fare le differenze.
I nostri esterofili — numerosissimi sulla grande stampa — abbassano lo sguardo sul cortile di casa quando c'è da menare le mani sul più debole. È mantenendo i lavoratori nel circuito produttivo aziendale nei momenti di crisi e ristrutturazione tecnologica ad aver consentito la ripartenza più efficace in Germania quando il ciclo è mutato, non liberandosene come un peso morto. Questo ci è stato spiegato nei giorni scorsi da analisti attenti e corrispondenti documentati a proposito dei «licenziamenti economici» nel «modello tedesco». Li ha letti anche lei, dottor Debenedetti? La «lotta di classe» in Germania è gestita così, direttore De Bortoli. C'è da chiedersi, piuttosto, che fine ha fatto la Spd, ed anche i Grünen, davanti alla recessione che ha preparato la Merkel per tutta Europa. Ma questa è un'altra storia. Se ne può parlare un'altra volta.
Intanto rileggiamo ancora il Corriere della Sera: «La vera crisi, che ha portato il capitalismo finanziario ad occupare le istituzioni democratiche rendendole impotenti a risolvere i problemi e ad alimentare la paura, l'insicurezza, i diritti oscurati, non è dovuta alla mancanza di leader europei. La causa sta principalmente nella cultura occidentale degradata a principi di avidità che travolgono qualunque tessuto connettivo della società civile. Il capitalismo ha ucciso i diritti». No, non è l'editoriale del direttore De Bortoli. A scrivere è un autorevole collaboratore del suo giornale: Guido Rossi, giurista e saggista insigne.
■ (lunedì 24 marzo 2012)


Articolo 18, la discussione non è affatto chiusa


Persino il superflex Bonanni è stato spiazzato dai cortei operai. Per i vescovi italiani il lavoratore non è una merce. Monti e Fornero vanno da Napolitano e rinunciano al decreto

▇ «La discussione è chiusa», aveva detto perentorio il professor Monti presentando martedì sera il testo sui licenziamenti facili per «motivi economici» predisposto dalla sua assistente di campo professoressa Fornero. Con gli applausi scroscianti del centro-destra e dei falchi della Confindustria per aver svuotato, finalmente per loro, l'articolo 18 contro il quale avevano lavorato inutilmente per dieci anni. Ed invece la discussione è appena partita, grazie alle mobilitazioni unitarie di alcune fra le più significative fabbriche del nord e centro Italia, organizzate dai delegati della Cgil ed anche — ecco la sorpresa per molti, a cominciare dai loro capi massimi — dai sindacalisti di base della Cisl e della Uil.
E così persino Bonanni se n'è dovuto uscire ora col «vogliamo il modello tedesco», buon ultimo dopo che anche il sindacato di destra Ugl ha respinto le nuove norme: dev'essere il giudice, dunque, a decidere se i «motivi economici» non siano un pretesto per liberarsi dei lavoratori indesiderati. Due giorni prima proprio lui, il Raffaele nazionale, aveva fatto da sponda con la Marcegaglia e Angeletti per isolare la Cgil di Susanna Camusso, su questo punto cruciale, dicendo il contrario. Un'ossessione, evidentemente, al pari del suo partner preferito, quel Maurizio Sacconi a cui ha fatto spesso da suggeritore su come mettere all'angolo il maggior sindacato italiano. Un'andatura da «ubriaco», a voler essere gentili.
La discussione, poi, non è chiusa affatto neanche per i vescovi italiani. «Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio»: così monsignor Giancarlo Bregantini, capo-missione Cei per il lavoro. «Servivano più tempo e più dialogo. In politica sta prevalendo l'aspetto tecnico su quello etico», ha detto a Famiglia Cristiana, manifestando «dispiacere» nel vedere la Cgil «lasciata fuori da questa riforma, quasi che il primo sindacato per numero di iscritti non sia una cosa preziosa per una riforma del lavoro».
E non è chiusa — la discussione sull'articolo 18 — nemmeno per tanti altri che avrebbero voluto chiuderla lì, col diktat dei due professori. Basta guardare i loro volti in televisione, politici del Pd o dell'Udc, sorpresi che ci siano ancora lavoratori in carne ed ossa consapevoli che i loro figli non prenderanno affatto il loro posto se l'unico arbitro consentito in fabbrica o negli uffici è l'arbitrio del loro datore di lavoro. Degli Alfano, Sacconi et similia, inutile dire. Non par loro vero che un'inflessibile prof torinese — narcisisticamente innamorata, oramai, del suo stesso personaggio — possa fare il lavoro sporco, al loro posto.
Nel coro dei commenti sulla discussione appena cominciata, una voce non l'ho invece proprio capita, non solo per il pulpito da cui è venuta. È quella dell'ambasciatore degli Stati Uniti in Italia: «Credo che il governo italiano stia trovando i modi per fare questa riforma». Ne è proprio sicuro ambasciatore Thorne? Guardi che l'Italia è un po' più complessa, ed anche più avanti, di come ve la racconta a Detroit il neo barbuto Marchionne. Resti ancora con noi. Avrà modo di rendersene conto: non siamo ancora tornati agli anni Cinquanta.
■ (lunedì 22 marzo 2012)


L'articolo 18 di Monti e Fornero



Il totem abbattuto, lo scalpo è servito: si sprecano gli hurrà sullo svuotamento di un diritto cruciale dello Statuto dei lavoratori. Occhi puntati su cosa dirà il Quirinale

▇ La rottura con la Cgil sull'articolo 18 «varrà di più sui mercati». Soffermiamoci su questa frase attribuita al professor Monti, a margine degli incontri con sindacati e imprenditori prima del «game over» decretato dal premier sui licenziamenti facili. Ci voleva una sintesi sulla natura della «riforma»? Eccola: i diritti come merce di scambio sul mercato finanziario. Un disegno, lo smantellamento dei diritti, perseguito con tetragono impegno dal predecessore della Marcegaglia, Antonio Amato, di conserva col suo "collega" Berlusconi, infrantosi contro il muro di milioni di lavoratori portati al Circo Massimo da Sergio Cofferati.
Un compito proseguito — con tigna ma in assenza totale di physique du rôle — dal predecessore della Fornero, tal Sacconi, sotto dettatura di Marchionne. Con una costante, rispetto a questi giorni. Il più lesto nel salto della quaglia è stato ancora lui, Raffaele Bonanni, seguito dall'inconsistente Luigi Angeletti. Come da copione. Vengono le vertigini a guardare l'abisso tra la lucidità abbagliante del settantenne Pierre Carniti lunedì sera a L'Infedele di Gad Lerner (in una frase ha smontato ogni strumentalità ideologica di tutto il pandemonio orchestrato in dieci anni contro l'articolo 18: «questo paese deve occuparsi della domanda di lavoro non di intervenire su un'offerta che non c'è») e il biascichìo stentoreo («sennò Monti va avanti da solo») del suo successore — absit iniuria verbis — al vertice della Cisl.
«Mi aspetto che le imprese raddoppino i loro investimenti ora che non avranno più l'handicap o l'alibi di avere un trattamento dei licenziamenti diverso da quello delle economie più avanzate», ha aggiunto, in conferenza stampa, il premier. Quali economie più avanzate, professor Monti e professoressa Fornero: la Spagna di Rajoy o la Germania della Merkel? Qualche soldo in busta e «via pedalare»? O far decidere un giudice se il «motivo economico» per licenziare è pretestuoso? A chi ci agganciamo questa volta, esimi tecnici? A chi conviene sul momento? Il modello tedesco era il limite invalicabile per i tanti «riformisti» in casa sindacale e nello stesso Pd. Una frontiera troppo rigida, abbiamo visto, per la schiena sempre piegata di Bonanni; un detonatore micidiale, rischiamo di vedere, nelle pareti sconnesse del Pd.
Lo scalpo è servito, abbiamo pensato in molti e scrivono ora quasi tutti, rievocando l'epica vittoria della Thatcher sul sindacato dei minatori inglesi. Controcorrente, mi permetto di coltivare il dubbio. La partita non è ancora conclusa, se l'arbitro — dal Colle più alto — vorrà rispettare i tempi regolamentari del campionato. In quella direzione ha guardato ieri Monti. E lì ci permettiamo di guardare anche noi oggi. Anzi dopodomani, quando il governo dovrà decidere: decreto o disegno di legge. Col benestare del Quirinale.
■ (lunedì 21 marzo 2012)


Ogm: Clini la scienza e l'ambiente

È definito il cibo di Frankenstein, per il ministro dell'Ambiente potrebbe sfamare addirittura il mondo. Un dibattito che si trascina da anni, su piani che si confondono 

Ogm, fa discutere l'apertura di Clini Catania: "Non per il nostro agroalimentare"
▇ L'aveva già fatto col nucleare. Appena nominato ministro «riaprì» sull'energia atomica, un capitolo chiuso da 27 milioni di cittadini italiani con un referendum stravinto dagli antinucleari cinque mesi prima. Ci riprova oggi con gli Ogm, a margine di una riunione di ministri a Bruxelles. Non si può dire, insomma, che Corrado Clini ami il quieto vivere. Con un piccolo dettaglio, prima di entrare nel merito dell'ultima uscita. A parlare, ora come allora, non è il ministro dell'Industria — faccio per dire —, o della Ricerca scientifica. No. È lui il titolare del dicastero che si occupa di territorio. E quindi è chiaro, a me pare, il punto di vista da cui gestire le leggi: la tutela, cioè, dell'ecosistema vivente.
Ed è proprio questo il punto. In un caso come nell'altro, sul nucleare e sugli Ogm, il ministro dell'Ambiente sembra avere a noia il cosiddetto «principio di precauzione», una bussola imprescindibile per chi maneggia argomenti e materie che incidono sul presente e, ancor più, sulle generazioni future. E così, a novembre, Clini tornò ad insistere: «la tecnologia nucleare rimane ancora, a livello globale, una delle tecnologie chiave. A certe condizioni, bisogna valutarla». Eppure la tecnologia attuale è stata già «valutata» — per usare le parole stesse del ministro — dal mercato dei produttori di energia: la costruzione di nuove centrali è a dir poco stagnante, in tutto il mondo (a parte la Cina). Da ben prima dell'incidente a Fukushima. Il «principio di precauzione», in questo caso, s'è rivelato anche un ottimo principio economico, visto che nessun privato da decenni investe i suoi soldi nello sviluppo dell'atomo.
E gli Ogm? La «riapertura» del capitolo — per come l'abbiamo potuta leggere giovedì 15 marzo nell'intervista al Corriere della Sera — è, quantomeno, confusa. Leggiamo: «in Italia bisogna aprire una seria riflessione che deve coinvolgere la ricerca e la produzione agricola sul ruolo dell'ingegneria genetica e di alcune possibili applicazione degli Ogm». E, più avanti: «la posizione contro gli Ogm compromette la ricerca sull'ingegneria genetica applicata all'agricoltura e alla farmaceutica, e anche a importanti questioni energetiche». Davvero?
Da anni mi occupo dell'argomento, per il Tg scientifico della Rai Leonardo e per la trasmissione di approfondimento Ambiente Italia. Non mi è mai capitato — mai — d'incontrare un oppositore agli organismi transgenici con un po' di sale in zucca che non distingua la ricerca «in aree confinate» dall'applicazione «in campo aperto», in sintonia coi più quotati genetisti. Ed è qui che entra in ballo quel benedetto «principio di precauzione» di cui sopra. D'altronde, lo stesso Clini ammette: «l'ingegneria genetica in agricoltura può creare semi nuovi e questi semi nuovi possono essere molto pericolosi, non ci sono dubbi». E meno male. Siamo certi, allora, di avere già tutte le risposte su intolleranze e allergie alimentari in crescita da qualche anno in qua, dopo l'introduzione alla chetichella degli Ogm sulle nostre tavole? Le ricerche genetiche — mi è stato spiegato più volte — richiedono alcune generazioni per essere «validate» sul serio. E le simulazioni al computer non eliminano tutti i dubbi. Non è più prudente continuare ancora studi e ricerche, anziché insistere in un «determinismo scientifico» e «riduzionismo genetico» messo in discussione oramai da un numero crescente di scienziati?
In un campo ad alto tasso di tecnicità, è facile, poi, perdersi nelle sovrapposizioni dei termini: la biotecnologia non è sinonimo di Ogm, mi pare di aver capito. E la «mutagenesi» è cosa diversa dalla «transgenesi» (che contempla anche il cosiddetto «salto di specie» tra geni di regni diversi: il gene di un animale messo nel Dna di un frutto, per capirci, ed ciò che inquieta di più). La «mutagenesi sui semi», tirata in ballo da Clini a proposito del Nero d'Avola, del pomodoro San Marzano, del basilico ligure o della cipolla rossa di Tropea, non centra niente, ad esempio, con la patata transgenica, sulla cui tossicità si continua a discutere e studiare ancora oggi. Quest'ultima è, semplicemente, un'altra cosa. E l'alto rischio di diffondere nuovi patogeni virali connessi direttamente alla manipolazione genetica oggi preoccupa mezzo mondo.
Conosco accesissimi avversari scientifici degli Ogm assertori, invece, della «mutagenesi». Perché mescolare campi tanto diversi, in un «minestrone» biotech concettualmente indigesto ai più? A chi sono rivolti segnali di fumo tanto confusi, oggi sugli Ogm e ieri sul nucleare? Non deve, la scienza, tornare a perseguire obiettivi di benessere e salute per tutti, anziché trasformarsi sempre più in industria del biotech che punta a brevettare la vita stessa? «La scienza non è cattiva, ma esiste una cattiva scienza», scrive Mae-Wan Ho, scienziata britannica di origine malese, consulente sulle biotecnologie per Nazioni Unite, Banca Mondiale e Parlamento Europeo. Le si può dar torto?
Seguo Corrado Clini da qualche lustro, mi onoro della sua considerazione. L'ho visto, soprattutto, all'opera — anche molto lontano dall'Italia — con assoluta competenza e serietà. Conosce molto bene, credo, il dibattito sulle «servitù» imposte dalle multinazionali degli Ogm nelle campagne indiane — e conosce anche, immagino, i conseguenti drammi sociali: con decine di migliaia di suicidi per debiti (ne sono stati contati 180.000, per l'esattezza), non potendo più i contadini riprodurre i «loro» semi biotecnologici. È per questo che mi risulta incomprensibile la confusione di piani e proposte. Oltretutto, le opinioni personali non hanno lo stesso peso sulla bocca di un medico, di un direttore del ministero o su quella di un ministro. Bisognerebbe ricordarsene sempre quando si rappresenta un paese intero.
■ (lunedì 16 marzo 2012)


Figli e figliastri d'Italia

Chi dirige i più grandi musei nazionali guadagna meno di 2000 euro al mese, un quarto di un commesso della Camera o del Senato

▇ Che paese è diventata l'Italia d'oggi se un commesso di Palazzo Madama guadagna quattro volte in più del direttore degli Uffizi? Portare bigliettini e bicchieri d'acqua tra uno scranno e l'altro, spostare la seggiola di Schifani, o separare i senatori maneschi, è ben più rilevante, evidentemente, che dirigere il museo con l'Annunciazione di Leonardo da Vinci, la Maestà di Santa Trinità del Cimabue o la Maestà di Ognissanti di Giotto, faceva notare — onore al merito — Gian Antonio Stella venerdì 9 marzo.
E non è l'unica aberrazione portata alla ribalta sulle pagine del Corriere della Sera. La stessa umiliazione di Antonio Natali devono subirla il direttore della Galleria Borghese o della Galleria nazionale d'Arte antica di Palazzo Barberini. E così tutti gli altri dirigenti del sistema museale italiano con contratto pubblico.
«Perché l'ex segretario generale del Senato riceve 519.015 euro lorde di pensione all'anno e chi porta il peso di custodire e valorizzare la Fornarina di Raffaello, il ritratto di Beatrice Cenci di Guido Reni e quello di Enrico VIII di Hans Holbein e Giuditta che taglia la testa ad Oloferne di Caravaggio porta a casa 35.535 euro (cioè 16 volte di meno: sedici volte!)?», osserva Stella, dando voce alla lettera aperta sottoscritta dai direttori di alcuni dei più importanti musei italiani (e quindi del mondo).
In nome della trasparenza tanto cara al premier Monti, Natali e colleghi hanno reso pubblici i loro stipendi, col testo che riporto di seguito. Quando sapremo indignarci contro situazioni tanto avvilenti? Siamo davvero certi che «il guadagno misura il merito», come predicano quotidianamente i liberisti di casa nostra?
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Lettera aperta
«Tra tanti che sentono il dovere della trasparenza a proposito dei propri redditi, vogliamo ora proporci anche noi, archeologi, storici dell'arte, architetti, archivisti, bibliotecari, funzionari con compiti complessi che spaziano dalla gestione del personale al fund raising, alla direzione di musei, fino a incarcichi altamente specialistici come la cura di mostre, grandi restauri o la redazione di pubblicazioni scientifiche. Nonostante queste responsabiltà, non raggiungiamo i duemila euro al mese; ed è lo stipendio vero, che non prevede nessuna indennità, nesssun altro tipo di compensazione. A noi il merito quindi di bilanciare la media europea contro l'eccesso di compensi dei parlamentari, dei manager di Stato e non, di professori universitari. Nel nostro caso gli stipendi si collocano molto ad di sotto.
Un bel giorno, ormai alcuni anni fa, la riforma Bassanini stabilì fortissimi aumenti di stipendio solo per i dirigenti del ministero dei Beni culturali con contratti di tipo privatistico, allargando a dismisura la differenza tra i prescelti e non, con una conseguente e inevitabile soggezione dei primi nei confronti della politica. Saremmo curiosi di sapere come ci apostroferebbe il giornalista Vittorio Feltri che nel corso di una trasmissione televisiva definiva "scherzosamente" barboni i parlamentari per i loro compensi, in fondo di modesta entità se confrontati a tanti altri. E vorremmo anche sapere cosa pensano il presidente del Consiglio Monti e il ministro Severino che con rigore ritengono il denaro il giusto compenso al merito.
I nostri meriti spiace dircelo da soli sono elencati in densi curricula e in un'altissima specializzazione che ci viene a parole continuamente riconosciuta. Ma allora come la mettiamo visto che anche il nostro ministero, pur avendone la possibilità, non ci ha riconosciuto nessuna progressione dimostrando così di non conoscerci e chiedendoci, ancor oggi, la fotocopia del diploma di laurea e di perfezionamento?».
In calce la firma, fra gli altri, di:
Anna Lo Bianco, direttore Galleria nazionale d'Arte antica di Palazzo Barberini
Maria Grazia Bernardini, direttore Museo di Castel Sant'Angelo
Anna Coliva, direttore della Galleria Borghese
Antonio Natali, direttore Galleria degli Uffizi
Andreina Draghi, direttore Museo di Palazzo di Venezia
Serena Dainotto, direttore Biblioteca dell'Archivio di Stato di Roma
■ (lunedì 10 marzo 2012)


Dopo Veltroni, chi si rivede? D'Alema, of course

Il serial stanco della politica italiana alimentato da un giornalismo pigro. Ci stupiamo se i quotidiani sono letti meno di sessant'anni fa?


▇ Aveva cominciato Veltroni a spuntare, qualche giorno fa, una paginata intera di Repubblica. Poteva mancare la replica dell'altro? Ed eccola qui, la paginata del Corriere della Sera tutta per lui, D'Alema of course. I duellanti eterni, così ripetitivi da stupire, oramai, solo i rispettivi staff. E, difatti, l'uno dice l'opposto dell'altro, come da trent'anni in qua. Veltroni è per il maggioritario e per il professor Monti for ever, D'Alema per il proporzionale (alla tedesca) e per «la politica» — cioè per sè medesimo — che riprende lo spazio momentaneamente concesso a un tecnico «non partisan». Più o meno, quello che dicevano vent'anni fa, mutata la mutanda, l'uno per l'Ulivo e l'altro per il primato dei partiti. «Che barba, che noia! Che noia, che barba!», recitava Sandra Mondaini.
Il punto — mi perdonino i pochi affezionati lettori — non sono i due moschettieri, la «volpe del Tavoliere» e «l'aquila di Monte Mario». No, non sono loro, gli intervistati, il punto in discussione. Il problema sono gli intervistatori. Che ci troveranno mai di gustoso nelle rifritture stantie dei loro interlocutori? Che peso hanno le loro parole, che non sia lo sgambetto a chi è seduto dove hanno stazionato infruttuosamente loro stessi? Sì, un peso in effetti ce l'hanno. Quello che gli attribuiscono i «cani da guardia» dell'opinione pubblica italiana.
«Perché un giornalista deve andare ad intervistare oggi un Veltroni (o un D'Alema)?», ci domandavamo l'altro ieri, sconfortati, con un collega nel corridoio della redazione, di ritorno dal caffé, a proposito dell'alzata d'ingegno dell'ex leader Pd sull'articolo 18. È lui, l'illustre giornalista «di riferimento», ad avere scarsa fantasia, o ha più intraprendenza l'oscuro addetto stampa a «vendere» — professionalmente parlando — il proprio datore di lavoro?
Frequentando qualche giornale straniero, vi è mai capitato di imbattervi nell'intervista abituale di un Jospin, per dire, o un Aznar, sulla più stretta attualità dei loro paesi o dei loro partiti? Siate sinceri. Mai. Qualche mese fa, Helmut Kohl ragionava sulla mancanza di «visione europeista» della sua ex allieva, oggi al vertice della Cancelleria tedesca. Riflessione storica, da padre della patria, su una rivista specializzata, non sgambetti vendicativi al proprio successore. Più virtuosi i politici o mentalmente più sgombri i giornalisti?
Ed eccoci tornati al punto. La politica italiana non cambierà mai — non alla velocità e alla profondità che serve ai cittadini oggi, s'intende — se a cambiare non sarà, per primo (sì, per primo), il giornalismo che la racconta. Fuori dalle solite facce, lontano dalle solite tiritere di personaggi pubblici che esistono in quanto appaiono. Oggi più di sempre. A me pare così. A voi no?
■ (lunedì 8 marzo 2012)


Tav, i no i sì e i nì della Val Susa

▇ Nei giorni scorsi ho attraversato la Val Susa. Da Sant'Ambrogio, all'imbocco della valle, fino a Bardonecchia, al confine con la Francia. Ho dato la parola a sindaci, imprenditori, tecnici e ambientalisti, oltre i fumogeni e il corpo a corpo di una rabbia che sale, divide famiglie e uffici, spezza antiche solidarietà. I due video che seguono sono la sintesi di questo lavoro trasmessa su Rai 3 da Ambiente Italia . Talvolta le parole fanno male ad essere ascoltate. La realtà bisogna guardarla in faccia per quel che è. Ad occhi aperti. Sempre.



■ (lunedì 8 marzo 2012)


Tav tunnel e mafia in Val Susa

La prima infiltrazione della 'ndrangheta in Piemonte è avvenuta col traforo del Frejus. Qualcuno pensa che oggi i capitali sporchi stiano a guardare?

▇ Torno a dire e insisto: non imbarazza nessuno il silenzio sul secondo tunnel autostradale in Val di Susa? Dalla prima pagina di "Repubblica", martedì 6 marzo Roberto Saviano racconta «Le mani della mafia sui cantieri della Tav», un utilissimo excursus sull'infiltrazione del denaro criminale nella realizzazione delle grandi opere. Da Napoli a Reggio Emilia, dalla Torino-Milano alla Torino-Bardonecchia.
La relazione annuale (2011) della Direzione nazionale antimafia assegna al Piemonte il terzo posto sul podio della penetrazione della criminalità calabrese, ricorda Saviano. «In Piemonte la 'ndrangheta ha una sua consolidata roccaforte, che è seconda, dopo la Calabria, solo alla Lombardia». E la sentenza n. 362 del 2009 della Corte di Cassazione ha riconosciuto definitivamente «un'emanazione della 'ndrangheta nel territorio della Val di Susa e del Comune di Bardonecchia», primo comune del Nord Italia ad essere sciolto per infiltrazione mafiosa nel 1995.
L'infiltrazione a Bardonecchia — ricordiamolo — è avvenuta durante la costruzione del traforo del Frejus e dell'autostrada che attraversa la Val Susa verso la Francia. Coi capitali sporchi, le imprese della 'ndrangheta fecero le offerte migliori e vinsero gli appalti per bucare la stessa montagna sotto cui dovrebbe passare ora il supertreno veloce. La stessa Maddalena in procinto d'essere bucata per raddoppiare il traforo del Frejus. Autorizzata ufficialmente come «canna di sicurezza» dalla Giunta regionale guidata da Mercedes Bresso, «tecnicamente è adatta a divenire, in qualsiasi momento, una seconda galleria per il transito dei Tir», mi spiegava nei giorni scorsi l'assessore all'Ambiente e all'Urbanistica di Bardonecchia, Giorgio Bortoluzzi.
C'è qualcuno disposto a giurare che le 'ndrine valsusine o torinesi se ne stiano alla finestra ora che si lavora al raddoppio del loro battesimo in terra subalpina? A Bardonecchia gli eredi dei vecchi boss sono sempre al loro posto, con radici ben piantate. E ci dice qualcosa l'«operazione Minotauro» guidata dal procuratore capo di Torino con 142 arresti a giugno del 2011? Anche a questo dovrebbero pensare gli scellerati estensori di scritte e minacce sui muri di Torino contro Giancarlo Caselli, ed anche quelli che la testa la girano dall'altra parte: «siamo tutti black-block» e «gli anarco-insurrezionalisti ci servono», abbiamo sentito dire in questi giorni al Tg.
In un'Italia con la politica in fuga da se stessa, è già tanto il sovraccarico di compiti e aspettative messo sulle spalle del movimento che agita la Val Susa. Non voglio aggiungerne altri. Il nodo è lo sviluppo sostenibile di una valle massacrata dal cemento, questo è oramai chiaro a tutti. Su questo l'anima più autentica, generosa e sapiente del movimento valsusino si mobilita da trent'anni in qua, quando in troppi contrattavano invece l'assunzione dei propri elettori o il campetto di calcio in cambio del silenzio sull'autostrada più devastante d'Italia. Se è così, gli occhi sul secondo tunnel del Frejus non potranno restare più chiusi. Né le bocche rimanere ancora cucite.
Dagli schermi televisivi, sabato sera il presidente della Sitaf ha aggiunto la sua voce al coro dei Sì al supertreno — e quindi, si presume, alla concorrenza — mentre si appresta a raddoppiare la sua galleria. Una contraddizione in termini, o un autolesionista, si potrebbe pensare, se i Tir dovranno essere tolti dall'autostrada e messi sui treni, come argomentano i fautori dell'alta velocità. E se, invece, di contraddizioni non ce ne fosse manco una nella spartizione degli appalti, e quindi sul vero affare già in corso in Val di Susa? Intanto s'incassano le commesse per i prossimi trent'anni, poi si vedrà.
■ (lunedì 6 marzo 2012)


Tav, l'altro tunnel della Val Susa

Senza opposizioni e proteste, raddoppia la galleria autostradale. Ufficialmente è una «canna di sicurezza», tecnicamente un secondo tunnel di esercizio per i camion. Imbarazzante silenzio di tutti

▇ «Dov'erano quelli della bassa valle quando noi ci battevamo contro l'autostrada sospesa che deturpa il nostro paesaggio?». Le parole mi arrivano come uno schiaffo inatteso. Romano Bisticco è il presidente degli albergatori, e Bardonecchia non è un modello di turismo ecosostenibile, ma lo schiaffo arriva a segno lo stesso. Se vuoi capire la Val di Susa oggi — quella alta non meno di quella bassa —, la domanda di Bisticco deve avere una qualche risposta.
Sono salito fino al traforo autostradale del Frejus per raccogliere gli argomenti che si agitano dietro fumogeni e corpo a corpo nella battaglia sul supertreno veloce. Anche solo a percorrerla, ti accorgi che è l'autostrada più devastante d'Italia, cominciata nel 1980 e raddoppiata in alta valle per le Olimpiadi invernali Torino 2006. Costruita gran parte nel letto della Dora, con gallerie e viadotti che ti bucano gli occhi. Acqua passata? Sterili recriminazioni? Nient'affatto.
«Il secondo tunnel in costruzione ufficialmente è una canna di sicurezza, tecnicamente può diventare benissimo una seconda galleria di esercizio», mi dice Giorgio Bortoluzzi, assessore all'Ambiente e all'Urbanistica di Bardonecchia. Un secondo tunnel autostradale, senza proteste in valle? «Si vede che i manager della Sitaf sono più bravi a creare consenso», aggiunge con una sonora risata. «A noi va bene così. L'unica preoccupazione è che il tunnel del Monte Bianco diventi solo turistico, com'è stato ipotizzato, e da qui ci passi poi ogni cosa. Anche se oggi quando vediamo un tir battiamo le mani, tanto son pochi».
Riprendo la strada verso la bassa valle. A Susa, il sindaco Gemma Amprimo sorride ironica anche lei sul silenzio dei No Tav per il raddoppio del tunnel al Frejus: «È un mistero del presente», si limita ad affermare con garbo questa gentile professoressa di letteratura italiana. «Eppure un tunnel autostradale è inquinante sempre, non solo quando si buca la stessa montagna della ferrovia veloce», aggiunge quasi sottovoce. Da quando ha accettato il nuovo progetto della Torino-Lione modificato con le battaglie condotte dal movimento e dalle amministrazioni locali tra il 2004 e il 2010, è «bersagliata con scritte irriferibili sui muri» mi dice con imbarazzo.
«Non possiamo fare tutto contemporaneamente; dobbiamo concentrare le forze sul problema principale», ti senti dire se accenni al secondo tunnel del Frejus coi militanti No Tav. Dalla loro parte hanno ottimi e solidi argomenti per contestare una grande opera pensata, oltretutto, in scenari economici di vacche grasse, e senza coinvolgimento preliminare dei valligiani, come ha fatto la Francia dall'altra parte della montagna. Intollerabile, poi, che venga imposta «manu militari». Sul supertreno, come vediamo ogni giorno, la valle ribolle di rabbia, ed è diventata oramai una palestra di disegni politici diversi, non sempre limpidi, catalizzatore di disagi sociali crescenti. Ma quel silenzio di tutti — anche del movimento antitav — sul secondo tunnel per i camion a me pare troppo imbarazzante. Non sconcerta anche voi? Qualcuno con le mani in pasta può dare una qualche risposta?
■ (lunedì 4 marzo 2012)