Articolo 18, la discussione non è affatto chiusa


Persino il superflex Bonanni è stato spiazzato dai cortei operai. Per i vescovi italiani il lavoratore non è una merce. Monti e Fornero vanno da Napolitano e rinunciano al decreto

▇ «La discussione è chiusa», aveva detto perentorio il professor Monti presentando martedì sera il testo sui licenziamenti facili per «motivi economici» predisposto dalla sua assistente di campo professoressa Fornero. Con gli applausi scroscianti del centro-destra e dei falchi della Confindustria per aver svuotato, finalmente per loro, l'articolo 18 contro il quale avevano lavorato inutilmente per dieci anni. Ed invece la discussione è appena partita, grazie alle mobilitazioni unitarie di alcune fra le più significative fabbriche del nord e centro Italia, organizzate dai delegati della Cgil ed anche — ecco la sorpresa per molti, a cominciare dai loro capi massimi — dai sindacalisti di base della Cisl e della Uil.
E così persino Bonanni se n'è dovuto uscire ora col «vogliamo il modello tedesco», buon ultimo dopo che anche il sindacato di destra Ugl ha respinto le nuove norme: dev'essere il giudice, dunque, a decidere se i «motivi economici» non siano un pretesto per liberarsi dei lavoratori indesiderati. Due giorni prima proprio lui, il Raffaele nazionale, aveva fatto da sponda con la Marcegaglia e Angeletti per isolare la Cgil di Susanna Camusso, su questo punto cruciale, dicendo il contrario. Un'ossessione, evidentemente, al pari del suo partner preferito, quel Maurizio Sacconi a cui ha fatto spesso da suggeritore su come mettere all'angolo il maggior sindacato italiano. Un'andatura da «ubriaco», a voler essere gentili.
La discussione, poi, non è chiusa affatto neanche per i vescovi italiani. «Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio»: così monsignor Giancarlo Bregantini, capo-missione Cei per il lavoro. «Servivano più tempo e più dialogo. In politica sta prevalendo l'aspetto tecnico su quello etico», ha detto a Famiglia Cristiana, manifestando «dispiacere» nel vedere la Cgil «lasciata fuori da questa riforma, quasi che il primo sindacato per numero di iscritti non sia una cosa preziosa per una riforma del lavoro».
E non è chiusa — la discussione sull'articolo 18 — nemmeno per tanti altri che avrebbero voluto chiuderla lì, col diktat dei due professori. Basta guardare i loro volti in televisione, politici del Pd o dell'Udc, sorpresi che ci siano ancora lavoratori in carne ed ossa consapevoli che i loro figli non prenderanno affatto il loro posto se l'unico arbitro consentito in fabbrica o negli uffici è l'arbitrio del loro datore di lavoro. Degli Alfano, Sacconi et similia, inutile dire. Non par loro vero che un'inflessibile prof torinese — narcisisticamente innamorata, oramai, del suo stesso personaggio — possa fare il lavoro sporco, al loro posto.
Nel coro dei commenti sulla discussione appena cominciata, una voce non l'ho invece proprio capita, non solo per il pulpito da cui è venuta. È quella dell'ambasciatore degli Stati Uniti in Italia: «Credo che il governo italiano stia trovando i modi per fare questa riforma». Ne è proprio sicuro ambasciatore Thorne? Guardi che l'Italia è un po' più complessa, ed anche più avanti, di come ve la racconta a Detroit il neo barbuto Marchionne. Resti ancora con noi. Avrà modo di rendersene conto: non siamo ancora tornati agli anni Cinquanta.
■ (lunedì 22 marzo 2012)


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