L'articolo 18 di Monti e Fornero



Il totem abbattuto, lo scalpo è servito: si sprecano gli hurrà sullo svuotamento di un diritto cruciale dello Statuto dei lavoratori. Occhi puntati su cosa dirà il Quirinale

▇ La rottura con la Cgil sull'articolo 18 «varrà di più sui mercati». Soffermiamoci su questa frase attribuita al professor Monti, a margine degli incontri con sindacati e imprenditori prima del «game over» decretato dal premier sui licenziamenti facili. Ci voleva una sintesi sulla natura della «riforma»? Eccola: i diritti come merce di scambio sul mercato finanziario. Un disegno, lo smantellamento dei diritti, perseguito con tetragono impegno dal predecessore della Marcegaglia, Antonio Amato, di conserva col suo "collega" Berlusconi, infrantosi contro il muro di milioni di lavoratori portati al Circo Massimo da Sergio Cofferati.
Un compito proseguito — con tigna ma in assenza totale di physique du rôle — dal predecessore della Fornero, tal Sacconi, sotto dettatura di Marchionne. Con una costante, rispetto a questi giorni. Il più lesto nel salto della quaglia è stato ancora lui, Raffaele Bonanni, seguito dall'inconsistente Luigi Angeletti. Come da copione. Vengono le vertigini a guardare l'abisso tra la lucidità abbagliante del settantenne Pierre Carniti lunedì sera a L'Infedele di Gad Lerner (in una frase ha smontato ogni strumentalità ideologica di tutto il pandemonio orchestrato in dieci anni contro l'articolo 18: «questo paese deve occuparsi della domanda di lavoro non di intervenire su un'offerta che non c'è») e il biascichìo stentoreo («sennò Monti va avanti da solo») del suo successore — absit iniuria verbis — al vertice della Cisl.
«Mi aspetto che le imprese raddoppino i loro investimenti ora che non avranno più l'handicap o l'alibi di avere un trattamento dei licenziamenti diverso da quello delle economie più avanzate», ha aggiunto, in conferenza stampa, il premier. Quali economie più avanzate, professor Monti e professoressa Fornero: la Spagna di Rajoy o la Germania della Merkel? Qualche soldo in busta e «via pedalare»? O far decidere un giudice se il «motivo economico» per licenziare è pretestuoso? A chi ci agganciamo questa volta, esimi tecnici? A chi conviene sul momento? Il modello tedesco era il limite invalicabile per i tanti «riformisti» in casa sindacale e nello stesso Pd. Una frontiera troppo rigida, abbiamo visto, per la schiena sempre piegata di Bonanni; un detonatore micidiale, rischiamo di vedere, nelle pareti sconnesse del Pd.
Lo scalpo è servito, abbiamo pensato in molti e scrivono ora quasi tutti, rievocando l'epica vittoria della Thatcher sul sindacato dei minatori inglesi. Controcorrente, mi permetto di coltivare il dubbio. La partita non è ancora conclusa, se l'arbitro — dal Colle più alto — vorrà rispettare i tempi regolamentari del campionato. In quella direzione ha guardato ieri Monti. E lì ci permettiamo di guardare anche noi oggi. Anzi dopodomani, quando il governo dovrà decidere: decreto o disegno di legge. Col benestare del Quirinale.
■ (lunedì 21 marzo 2012)


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