Dopo Veltroni, chi si rivede? D'Alema, of course

Il serial stanco della politica italiana alimentato da un giornalismo pigro. Ci stupiamo se i quotidiani sono letti meno di sessant'anni fa?


▇ Aveva cominciato Veltroni a spuntare, qualche giorno fa, una paginata intera di Repubblica. Poteva mancare la replica dell'altro? Ed eccola qui, la paginata del Corriere della Sera tutta per lui, D'Alema of course. I duellanti eterni, così ripetitivi da stupire, oramai, solo i rispettivi staff. E, difatti, l'uno dice l'opposto dell'altro, come da trent'anni in qua. Veltroni è per il maggioritario e per il professor Monti for ever, D'Alema per il proporzionale (alla tedesca) e per «la politica» — cioè per sè medesimo — che riprende lo spazio momentaneamente concesso a un tecnico «non partisan». Più o meno, quello che dicevano vent'anni fa, mutata la mutanda, l'uno per l'Ulivo e l'altro per il primato dei partiti. «Che barba, che noia! Che noia, che barba!», recitava Sandra Mondaini.
Il punto — mi perdonino i pochi affezionati lettori — non sono i due moschettieri, la «volpe del Tavoliere» e «l'aquila di Monte Mario». No, non sono loro, gli intervistati, il punto in discussione. Il problema sono gli intervistatori. Che ci troveranno mai di gustoso nelle rifritture stantie dei loro interlocutori? Che peso hanno le loro parole, che non sia lo sgambetto a chi è seduto dove hanno stazionato infruttuosamente loro stessi? Sì, un peso in effetti ce l'hanno. Quello che gli attribuiscono i «cani da guardia» dell'opinione pubblica italiana.
«Perché un giornalista deve andare ad intervistare oggi un Veltroni (o un D'Alema)?», ci domandavamo l'altro ieri, sconfortati, con un collega nel corridoio della redazione, di ritorno dal caffé, a proposito dell'alzata d'ingegno dell'ex leader Pd sull'articolo 18. È lui, l'illustre giornalista «di riferimento», ad avere scarsa fantasia, o ha più intraprendenza l'oscuro addetto stampa a «vendere» — professionalmente parlando — il proprio datore di lavoro?
Frequentando qualche giornale straniero, vi è mai capitato di imbattervi nell'intervista abituale di un Jospin, per dire, o un Aznar, sulla più stretta attualità dei loro paesi o dei loro partiti? Siate sinceri. Mai. Qualche mese fa, Helmut Kohl ragionava sulla mancanza di «visione europeista» della sua ex allieva, oggi al vertice della Cancelleria tedesca. Riflessione storica, da padre della patria, su una rivista specializzata, non sgambetti vendicativi al proprio successore. Più virtuosi i politici o mentalmente più sgombri i giornalisti?
Ed eccoci tornati al punto. La politica italiana non cambierà mai — non alla velocità e alla profondità che serve ai cittadini oggi, s'intende — se a cambiare non sarà, per primo (sì, per primo), il giornalismo che la racconta. Fuori dalle solite facce, lontano dalle solite tiritere di personaggi pubblici che esistono in quanto appaiono. Oggi più di sempre. A me pare così. A voi no?
■ (lunedì 8 marzo 2012)


Nessun commento:

Posta un commento