«Il capitalismo ha ucciso i diritti»

La riforma dello Statuto dei lavoratori come pretesto per regolare vecchi conti politici e piallarecon la paura, il pensiero critico. In ufficio, in officina e anche nelle redazioni

art.18. foto▇ Facciamo un piccolo indovinello. Frase numero 1:
«Non credo che sia l'articolo 18 a fermare lo sviluppo del paese. È la burocrazia che frena l'Italia». Frase numero 2: «I toni apocalittici [sull'articolo 18] sono inquietanti. Descrivono un paese irreale. Tradiscono una visione novecentesca, ideologica e da lotta di classe». Chi le ha dette? Partiamo dalla prima: Susanna Camusso? No, il neo presidente di Confindustria Giorgio Squinzi (ha appena preso il posto di Emma Marcegaglia). E la seconda chi l'ha detta? La professoressa Fornero sotto stress? Sbagliato, il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli (prima della cena a casa del premier Monti venerdì sera).
Nell'Italia di oggi succede anche questo. Chi racconta la realtà vede un paese un tantino diverso da chi la realtà deve viverla. E qui si complica tutto. Anche la soluzione dei problemi concreti. La lotta di classe non la inventa chi teme licenziamenti facili, direttore De Bortoli. Chi finisce sulla strada, o teme di finirci, la lotta di classe la subisce. È pura constatazione delle cose. La chiami pure ristrutturazione, se vuole, o mercato, o compatibilità. Tutti sinonimi di uno stesso dato di fatto. Il «prestatore d'opera» — va meglio così? — deve levare il disturbo quando la valorizzazione del capitale investito dal suo datore di lavoro non è ritenuta più remunerativa dall'investitore (altra cosa se un prodotto finisce fuori mercato). Nessun giudizio, né pregiudizio. Semplice descrizione di fatti.
Ed allora? Sul Sole 24 Ore di venerdì 23 marzo Franco Debenedetti si rammarica dei costi «invisibili» del «vecchio» articolo 18 (essendo modesti, in tutta evidenza, quelli «visibili»). Quali sarebbero questi costi occulti? «Le opportunità precluse a lavoratori e imprenditori, i costi dell'opporre la rigidità alla variabilità dei cicli economici e tecnologici». Il lavoro come variabile dipendente dal capitale finanziario, ecco cos'è mancato per l'ex senatore Ds. Un giudizio di valore, questo di Debenedetti, espresso anche in ritardo: al Senato s'è distratto mentre già si realizzava. Pura ideologia liberista e mercatista, dunque. È proprio questa la lotta di classe, fatta o «mancata», direttore De Bortoli: essa è semplicemente nella natura sociale delle cose. Ed è la gestione delle cose, quindi la politica, a fare le differenze.
I nostri esterofili — numerosissimi sulla grande stampa — abbassano lo sguardo sul cortile di casa quando c'è da menare le mani sul più debole. È mantenendo i lavoratori nel circuito produttivo aziendale nei momenti di crisi e ristrutturazione tecnologica ad aver consentito la ripartenza più efficace in Germania quando il ciclo è mutato, non liberandosene come un peso morto. Questo ci è stato spiegato nei giorni scorsi da analisti attenti e corrispondenti documentati a proposito dei «licenziamenti economici» nel «modello tedesco». Li ha letti anche lei, dottor Debenedetti? La «lotta di classe» in Germania è gestita così, direttore De Bortoli. C'è da chiedersi, piuttosto, che fine ha fatto la Spd, ed anche i Grünen, davanti alla recessione che ha preparato la Merkel per tutta Europa. Ma questa è un'altra storia. Se ne può parlare un'altra volta.
Intanto rileggiamo ancora il Corriere della Sera: «La vera crisi, che ha portato il capitalismo finanziario ad occupare le istituzioni democratiche rendendole impotenti a risolvere i problemi e ad alimentare la paura, l'insicurezza, i diritti oscurati, non è dovuta alla mancanza di leader europei. La causa sta principalmente nella cultura occidentale degradata a principi di avidità che travolgono qualunque tessuto connettivo della società civile. Il capitalismo ha ucciso i diritti». No, non è l'editoriale del direttore De Bortoli. A scrivere è un autorevole collaboratore del suo giornale: Guido Rossi, giurista e saggista insigne.
■ (lunedì 24 marzo 2012)


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