Tav tunnel e mafia in Val Susa

La prima infiltrazione della 'ndrangheta in Piemonte è avvenuta col traforo del Frejus. Qualcuno pensa che oggi i capitali sporchi stiano a guardare?

▇ Torno a dire e insisto: non imbarazza nessuno il silenzio sul secondo tunnel autostradale in Val di Susa? Dalla prima pagina di "Repubblica", martedì 6 marzo Roberto Saviano racconta «Le mani della mafia sui cantieri della Tav», un utilissimo excursus sull'infiltrazione del denaro criminale nella realizzazione delle grandi opere. Da Napoli a Reggio Emilia, dalla Torino-Milano alla Torino-Bardonecchia.
La relazione annuale (2011) della Direzione nazionale antimafia assegna al Piemonte il terzo posto sul podio della penetrazione della criminalità calabrese, ricorda Saviano. «In Piemonte la 'ndrangheta ha una sua consolidata roccaforte, che è seconda, dopo la Calabria, solo alla Lombardia». E la sentenza n. 362 del 2009 della Corte di Cassazione ha riconosciuto definitivamente «un'emanazione della 'ndrangheta nel territorio della Val di Susa e del Comune di Bardonecchia», primo comune del Nord Italia ad essere sciolto per infiltrazione mafiosa nel 1995.
L'infiltrazione a Bardonecchia — ricordiamolo — è avvenuta durante la costruzione del traforo del Frejus e dell'autostrada che attraversa la Val Susa verso la Francia. Coi capitali sporchi, le imprese della 'ndrangheta fecero le offerte migliori e vinsero gli appalti per bucare la stessa montagna sotto cui dovrebbe passare ora il supertreno veloce. La stessa Maddalena in procinto d'essere bucata per raddoppiare il traforo del Frejus. Autorizzata ufficialmente come «canna di sicurezza» dalla Giunta regionale guidata da Mercedes Bresso, «tecnicamente è adatta a divenire, in qualsiasi momento, una seconda galleria per il transito dei Tir», mi spiegava nei giorni scorsi l'assessore all'Ambiente e all'Urbanistica di Bardonecchia, Giorgio Bortoluzzi.
C'è qualcuno disposto a giurare che le 'ndrine valsusine o torinesi se ne stiano alla finestra ora che si lavora al raddoppio del loro battesimo in terra subalpina? A Bardonecchia gli eredi dei vecchi boss sono sempre al loro posto, con radici ben piantate. E ci dice qualcosa l'«operazione Minotauro» guidata dal procuratore capo di Torino con 142 arresti a giugno del 2011? Anche a questo dovrebbero pensare gli scellerati estensori di scritte e minacce sui muri di Torino contro Giancarlo Caselli, ed anche quelli che la testa la girano dall'altra parte: «siamo tutti black-block» e «gli anarco-insurrezionalisti ci servono», abbiamo sentito dire in questi giorni al Tg.
In un'Italia con la politica in fuga da se stessa, è già tanto il sovraccarico di compiti e aspettative messo sulle spalle del movimento che agita la Val Susa. Non voglio aggiungerne altri. Il nodo è lo sviluppo sostenibile di una valle massacrata dal cemento, questo è oramai chiaro a tutti. Su questo l'anima più autentica, generosa e sapiente del movimento valsusino si mobilita da trent'anni in qua, quando in troppi contrattavano invece l'assunzione dei propri elettori o il campetto di calcio in cambio del silenzio sull'autostrada più devastante d'Italia. Se è così, gli occhi sul secondo tunnel del Frejus non potranno restare più chiusi. Né le bocche rimanere ancora cucite.
Dagli schermi televisivi, sabato sera il presidente della Sitaf ha aggiunto la sua voce al coro dei Sì al supertreno — e quindi, si presume, alla concorrenza — mentre si appresta a raddoppiare la sua galleria. Una contraddizione in termini, o un autolesionista, si potrebbe pensare, se i Tir dovranno essere tolti dall'autostrada e messi sui treni, come argomentano i fautori dell'alta velocità. E se, invece, di contraddizioni non ce ne fosse manco una nella spartizione degli appalti, e quindi sul vero affare già in corso in Val di Susa? Intanto s'incassano le commesse per i prossimi trent'anni, poi si vedrà.
■ (lunedì 6 marzo 2012)


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