Ogm: Clini la scienza e l'ambiente

È definito il cibo di Frankenstein, per il ministro dell'Ambiente potrebbe sfamare addirittura il mondo. Un dibattito che si trascina da anni, su piani che si confondono 

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▇ L'aveva già fatto col nucleare. Appena nominato ministro «riaprì» sull'energia atomica, un capitolo chiuso da 27 milioni di cittadini italiani con un referendum stravinto dagli antinucleari cinque mesi prima. Ci riprova oggi con gli Ogm, a margine di una riunione di ministri a Bruxelles. Non si può dire, insomma, che Corrado Clini ami il quieto vivere. Con un piccolo dettaglio, prima di entrare nel merito dell'ultima uscita. A parlare, ora come allora, non è il ministro dell'Industria — faccio per dire —, o della Ricerca scientifica. No. È lui il titolare del dicastero che si occupa di territorio. E quindi è chiaro, a me pare, il punto di vista da cui gestire le leggi: la tutela, cioè, dell'ecosistema vivente.
Ed è proprio questo il punto. In un caso come nell'altro, sul nucleare e sugli Ogm, il ministro dell'Ambiente sembra avere a noia il cosiddetto «principio di precauzione», una bussola imprescindibile per chi maneggia argomenti e materie che incidono sul presente e, ancor più, sulle generazioni future. E così, a novembre, Clini tornò ad insistere: «la tecnologia nucleare rimane ancora, a livello globale, una delle tecnologie chiave. A certe condizioni, bisogna valutarla». Eppure la tecnologia attuale è stata già «valutata» — per usare le parole stesse del ministro — dal mercato dei produttori di energia: la costruzione di nuove centrali è a dir poco stagnante, in tutto il mondo (a parte la Cina). Da ben prima dell'incidente a Fukushima. Il «principio di precauzione», in questo caso, s'è rivelato anche un ottimo principio economico, visto che nessun privato da decenni investe i suoi soldi nello sviluppo dell'atomo.
E gli Ogm? La «riapertura» del capitolo — per come l'abbiamo potuta leggere giovedì 15 marzo nell'intervista al Corriere della Sera — è, quantomeno, confusa. Leggiamo: «in Italia bisogna aprire una seria riflessione che deve coinvolgere la ricerca e la produzione agricola sul ruolo dell'ingegneria genetica e di alcune possibili applicazione degli Ogm». E, più avanti: «la posizione contro gli Ogm compromette la ricerca sull'ingegneria genetica applicata all'agricoltura e alla farmaceutica, e anche a importanti questioni energetiche». Davvero?
Da anni mi occupo dell'argomento, per il Tg scientifico della Rai Leonardo e per la trasmissione di approfondimento Ambiente Italia. Non mi è mai capitato — mai — d'incontrare un oppositore agli organismi transgenici con un po' di sale in zucca che non distingua la ricerca «in aree confinate» dall'applicazione «in campo aperto», in sintonia coi più quotati genetisti. Ed è qui che entra in ballo quel benedetto «principio di precauzione» di cui sopra. D'altronde, lo stesso Clini ammette: «l'ingegneria genetica in agricoltura può creare semi nuovi e questi semi nuovi possono essere molto pericolosi, non ci sono dubbi». E meno male. Siamo certi, allora, di avere già tutte le risposte su intolleranze e allergie alimentari in crescita da qualche anno in qua, dopo l'introduzione alla chetichella degli Ogm sulle nostre tavole? Le ricerche genetiche — mi è stato spiegato più volte — richiedono alcune generazioni per essere «validate» sul serio. E le simulazioni al computer non eliminano tutti i dubbi. Non è più prudente continuare ancora studi e ricerche, anziché insistere in un «determinismo scientifico» e «riduzionismo genetico» messo in discussione oramai da un numero crescente di scienziati?
In un campo ad alto tasso di tecnicità, è facile, poi, perdersi nelle sovrapposizioni dei termini: la biotecnologia non è sinonimo di Ogm, mi pare di aver capito. E la «mutagenesi» è cosa diversa dalla «transgenesi» (che contempla anche il cosiddetto «salto di specie» tra geni di regni diversi: il gene di un animale messo nel Dna di un frutto, per capirci, ed ciò che inquieta di più). La «mutagenesi sui semi», tirata in ballo da Clini a proposito del Nero d'Avola, del pomodoro San Marzano, del basilico ligure o della cipolla rossa di Tropea, non centra niente, ad esempio, con la patata transgenica, sulla cui tossicità si continua a discutere e studiare ancora oggi. Quest'ultima è, semplicemente, un'altra cosa. E l'alto rischio di diffondere nuovi patogeni virali connessi direttamente alla manipolazione genetica oggi preoccupa mezzo mondo.
Conosco accesissimi avversari scientifici degli Ogm assertori, invece, della «mutagenesi». Perché mescolare campi tanto diversi, in un «minestrone» biotech concettualmente indigesto ai più? A chi sono rivolti segnali di fumo tanto confusi, oggi sugli Ogm e ieri sul nucleare? Non deve, la scienza, tornare a perseguire obiettivi di benessere e salute per tutti, anziché trasformarsi sempre più in industria del biotech che punta a brevettare la vita stessa? «La scienza non è cattiva, ma esiste una cattiva scienza», scrive Mae-Wan Ho, scienziata britannica di origine malese, consulente sulle biotecnologie per Nazioni Unite, Banca Mondiale e Parlamento Europeo. Le si può dar torto?
Seguo Corrado Clini da qualche lustro, mi onoro della sua considerazione. L'ho visto, soprattutto, all'opera — anche molto lontano dall'Italia — con assoluta competenza e serietà. Conosce molto bene, credo, il dibattito sulle «servitù» imposte dalle multinazionali degli Ogm nelle campagne indiane — e conosce anche, immagino, i conseguenti drammi sociali: con decine di migliaia di suicidi per debiti (ne sono stati contati 180.000, per l'esattezza), non potendo più i contadini riprodurre i «loro» semi biotecnologici. È per questo che mi risulta incomprensibile la confusione di piani e proposte. Oltretutto, le opinioni personali non hanno lo stesso peso sulla bocca di un medico, di un direttore del ministero o su quella di un ministro. Bisognerebbe ricordarsene sempre quando si rappresenta un paese intero.
■ (lunedì 16 marzo 2012)


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