Il «pericoloso monsieur Hollande»

La possibile vittoria della sinistra in Francia potrebbe dare una frustata a un nuovo «Piano Marshall» per creare lavoro. Si saprà alzare lo sguardo verso nuovi orizzonti, e mettere al centro il benessere delle persone?

Spero lo faccia, ma non ha ancora vinto. Eppure François Hollande ha già cambiato l'agenda europea. Dopo sedici vertici a due, a Parigi o a Berlino — con cui la coppia «Merkozy» ha sprofondato l'Europa in una crisi mai vista dalla «grande depressione» del 1929 —, anche la Cancelliera sembra ammorbidire il suo vangelo «rigorista». Giocando di sponda col premier Monti, frau Merkel ora apre spiragli ai titoli pubblici europei, ribattezzati all'americana eurobill (per non dire eurobond, e apparire in retromarcia). Sarebbero destinati a finanziare la costruzione e la modernizzazione delle infrastrutture dei trasporti e delle telecomunicazioni, dell'energia verde e dell'alta tecnologia, stando alle anticipazioni del madrileno El Pais. Staremo a vedere.
Si parla di una liquidità rilevante, che potrebbe raggiungere 800 miliardi di euro, con cui rimettere in moto una macchina economica inceppata, creando finalmente lavoro. E qualcuno si spinge a parlare addirittura di una sorta di nuovo «Piano Marshall», mutuandolo dalla ricostruzione post bellica in Europa dopo l'ultimo conflitto mondiale. In altre parole, tutto quello che Merkel e Sarkozy s'erano rifiutati pervicacemente di fare per un anno e mezzo, tra sorrisi baci e abbracci. Una volta a casa mia, una volta a casa tua, e poi insieme anche a Bruxelles. Come ha appena denunciato con un j'accuse senza precedenti, benché tardivo, il presidente dimissionario dell'Eurogruppo (massima autorità economico-finanziaria di coordinamento dei Paesi membri dell'eurozona), il premier conservatore lussemburghese Jean-Claude Juncker.
Quel «pericoloso monsieur Hollande» — com'è stato etichettato il candidato socialista dal settimanale britannico The Economist, sol perché ha ipotizzato la tobin tax sulle transazioni finanziarie — sta già spostando gli equilibri politici del continente. Se vincerà la sua partita, fra una settimana potrebbe cominciare un'altra stagione, non solo in Francia. Le Monde titola in prima pagina — con mirabile sintesi — «Chi sarà il presidente del potere d'acquisto?», marchiando a fuoco, in una sola domanda, i fallimenti economici politici e sociali di Nicolas Sarkozy. Dal 6 maggio, quella domanda del quotidiano parigino potrebbe attraversare velocemente fiumi e montagne, dilagando nelle valli e nelle pianure spagnole, italiane, greche, portoghesi e persino olandesi, disseminate oggi di capannoni fermi. Con metà dei giovani di mezza Europa privi di prospettive. Senza enfasi fuori luogo, il baricentro delle politiche pubbliche a quel punto potrebbe mutare davvero.
Ammesso che finisca così, tutto bene dunque? Niente affatto. I guasti provocati dai mercati finanziari sono profondissimi in tutto l'Occidente. Per trent'anni la destra (da Reagan a Sarkozy, passando per la Thatcher, Bush, Cameron, Merkel e Berlusconi) ha lavorato consapevolmente per l'«amoralismo egoistico», rompendo, di fatto, il compromesso tra capitalismo e democrazia che ha governato il nostro mondo dalla seconda Guerra mondiale in qua. Seguita, purtroppo, solo «dalle chiacchiere al vento dei politici del baby boom, di Clinton e Blair», per dirla con lo storico Tony Judt. E ci vorrà qualche generazione e nuove idee per rimettere al centro dell'azione pubblica il benessere effettivo delle persone, non la voracità dei raider, pescecani senza scrupoli né territori.
Bisognerà ripensare, anzitutto, uno sviluppo che ha fatto della «crescita» una religione cieca. E sarà necessario guardare altri orizzonti meno «quantitativi», essendo la partita dei costi delle produzioni di massa già vinta dai paesi che fino a vent'anni fa chiamavamo Terzo mondo. «Propongo di condizionare ogni aiuto di Stato alla produzione sul nostro territorio, e di firmare contratti di rilocalizzazione con le imprese», ha scritto Hollande in risposta ad una lettera aperta inviata ai due contendenti per l'Eliseo dal leader centrista François Bayrou. Evidente il bisogno del candidato della gauche di conquistare al secondo turno un elettorato cruciale per la vittoria. Ma dopo, se le cose andranno come molti pronosticano, bisognerà alzare lo sguardo, monsieur Hollande. O pensa davvero che in Europa oggi si possa procedere «ognun per sé» in casa propria e dio per tutti? Il federalismo europeo è o no nelle prospettive istituzionali della sua eventuale presidenza?
E sarà utile guardare anche oltre il Reno. Che non ha prodotto in questi anni solo rigorismi di bilancio. Se si vuole incanalare diversamente lo «sviluppo». Da ripensare proprio oggi che l'Europa e gli Stati Uniti e il mondo intero misurano tutti i limiti della crescita quantitativa che ha dominato, col ferro e col fuoco, il «secolo breve» che abbiamo alle spalle. La Germania, per dire, ha conservato e accresciuto il suo vantaggio competitivo in Europa per tante ragioni. Non ultimo per le lotte condotte dai Verdi tedeschi attorno all'efficienza e al risparmio energetico, per le tecnologie pulite e le fonti rinnovabili, trainando in queste direzioni industrie manifatturiere e ricerca, ristrutturazioni urbanistiche e nuovi edifici. Facendo da battistrada al resto d'Europa e inducendo persino la Merkel a chiudere di mala voglia il capitolo nucleare. Laddove, su questi temi, Hollande non ha disposto ancora le carte in tavola. Ed è solo un esempio, per farmi capire.
Già oggi, una lezione è comunque chiara. L'esercizio consapevole della cittadinanza — nella società tutti i giorni, e nelle urne quando sono aperte — è ancora l'unica arma nelle mani delle persone comuni. Anche dopo una possibile vittoria elettorale. Meditiamo bene, gente indignata. Meditiamo.
■ (lunedì 30 aprile 2012)


«Liberi da morire»


Le voci della Resistenza nelle parole dei condannati a morte, rilette da venti attori ed attrici della scena teatrale e cinematografica italiana di oggi

Il 25 aprile del 1945 l'Italia riconquistava la libertà perduta col fascismo e l'occupazione nazista, a cui aveva aperto le porte due anni prima Mussolini con la Repubblica di Salò a fianco di Hitler. Fu pagato un prezzo altissimo da tutto il popolo italiano, in prima fila i partigiani che liberarono valli e città, armi in pugno, a fianco degli alleati anglo-americani che risalirono tutta la Penisola sconfiggendo l'esercito del Terzo Reich.
Nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza risuona ancor oggi la forza morale, la fede nella libertà e il sacrificio estremo di tanti uomini e donne offerti come contributo alla dignità e alla speranza del nostro paese. Nel 67° anniversario della Liberazione, per iniziativa del suo direttore Marino Sinibaldi, Rai Radio3 ha affidato una ventina di questi testi ad alcuni fra i più importanti protagonisti della scena teatrale e cinematografica italiana. Attraverso la loro voce rivivono le ultime ore di alcuni fra i tanti martiri della libertà, esempio imperituro di impegno morale e civile per tutti.
Onoriamo la loro memoria ascoltando le loro parole, attraverso il link alla pagina di Rai Radio3 che, dalle 6 di stamane, le mette in onda per tutto il giorno:
Liberi da morire, le voci della Resistenza
■ (mercoledì 25 aprile 2012)


I venti francesi valicano le Alpi?

Hollande batte Sarkozy e passa il primo turno. 1-0 e palla al centro. Il presidente uscente messo nell'angolo anche dal Front National di Le Pen, e non è un buon risultato

La sorpresa i francesi domenica sera ce l'hanno fatta. Ed anche grossa. Sarkozy è stato battuto al primo turno. A sinistra da François Hollande e a destra da Marine Le Pen. Un equilibrio saltato in aria, dunque, la prima grande crepa nel muro degli anni scorsi alzato assieme ad Angela Merkel — il nefasto duo «Merkozy» — attorno a un «rigorismo finanziario» che va coprendo diseguaglianze insopportabili, lacerando la società europea. L'annuncio di un vento nuovo, per ora. Solo un annuncio. Non necessariamente benefico per l'equità e la giustizia sociale, come ci dice l'exploit straordinario (il 20%) della figlia del vecchio fascista Le Pen che ne eredita simboli e insediamenti.
Il candidato socialista non ha ancora espugnato l'Eliseo a guida centrodestra ma il fischio del vento annuncia comunque un'altra stagione. Anche nel rapporto tra chi governa e i propri concittadini. Hollande, l'abbiamo visto tutti, è tutt'altro che un trascinatore di folle. Ma ha promesso di rimettere in moto la macchina del lavoro per i tanti che l'hanno perso o sono in procinto di perderlo con infrastrutture finanziate dagli eurobond. S'è impegnato a tassare severamente i redditi più elevati per ricavare risorse da destinare ad uno stato sociale sempre più asfittico. Ha annunciato di tagliare le unghie ad una speculazione finanziaria vorace. Per questo è stato votato. Il carisma forse seguirà — come l'intendence di De Gaulle —, se si insedierà alla presidenza della Repubblica. O forse no. In tal caso, i francesi se ne faranno una ragione. Una disintossicazione benefica per tutti, l'abbandono dell'uomo solo al comando, dopo che persino il primo ministro francese è stato ridotto da Sarkozy a «una sorta di segretario di Stato vaticano» — copyright di Massimo Nava del Corriere della Sera su RaiNews24 ieri sera —. Di uomini della provvidenza dovremmo esserne sazi. Nel mondo civile almeno. E anche di «gestione senza visione» della cosa pubblica dovremmo averne abbastanza, nella nostra parte del mondo.
Le raffiche di vento più forti riguardano, intanto, lo spazio riconquistato dai temi sociali. Lavoro, socialità della vita e inclusione mettono le ali a contenuti marginalizzati per un quarto di secolo. Dalle destre (Reagan, Thatcher e Bush), ma anche da una sinistra senza bussole — altra cosa l'allargamento benefico degli orizzonti, oltre l'industrialismo della «fase solida della modernità (la società della produzione)», per dirla col sociologo Zygmunt Bauman. In questo senso, il Partito socialista francese fu l'unico, a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, a non cedere ai richiami delle terze vie imbastite dall'arrembante Tony Blair e dal cosiddetto blairismo (modulato sui bisogni mobili del capitale finanziario). Prima ancora tenne a debita distanza, con François Mitterrand, le funeste politiche di Bettino Craxi e del cosiddetto craxismo (piegato sulla corruzione individuale e di gruppo della società corporata). Nella patria della Rivoluzione del 1789, destra e sinistra non hanno mai abbandonato il campo, ha ricordato in questi giorni il politologo transalpino Marc Lazard. E domenica ce l'hanno confermato, grazie anche a un sistema elettorale nitido.
Senza rimettere «le mutande al mondo» (non ci sono oggi teorie solide che comprendano le tante facce del pianeta e ne guidino le diverse moltitudini in trasformazione), il vento francese spira proprio quando le disuguaglianze galoppano a ritmi ottocenteschi, pre-industriali addirittura. Secondo il rapporto annuale dell'Afl-Cio — lo ha ricordato Massimo Giannini su Repubblica —, nel 2011 gli emolumenti medi dei top manager americani sono arrivati a 12,9 milioni di dollari, con un aumento del 14 per cento rispetto all'anno precedente. Un reddito 380 volte superiore a quello di lavoratori dipendenti e impiegati (da noi, il solito Marchionne fa anche peggio). Stessi divari nel 2010 e nel 2009. Insomma, mentre la crisi divora lavoro e redditi delle persone normali assottigliando le classi medie, in tutto il mondo i capi azienda consolidano e accrescono i loro inarrestabili privilegi: a New York come a Parigi, a Berlino o a Roma. Una «lotta di classe» praticata senza dichiararla, minando alla radice la convivenza pacifica e cooperativa tra gli uomini. Solo i ciechi per scelta non lo vedono.
Che Hollande abbia fatto anche solo un cenno a questi temi è già un'inversione di rotta nella politica europea. E la società francese mostra di averlo capito: per correggerne i vizi o per conservarne i vantaggi. Lo spauracchio del «socialismo» sarà agitato scompostamente nei prossimi quattordici giorni, com'è ovvio. Se però si intensificherà — come molti osservatori prevedono —, quel vento è destinato ad attraversare l'altra sponda del Reno e a valicare anche le Alpi. Che a Berlino o a Roma sappiano disporre le proprie vele e gonfiarle di nuova forza e nuovi contenuti, questo è un altro discorso. E lo vedremo.
■ (lunedì 23 aprile 2012)


Con monsieur Hollande e herr Gabriel inizia una nuova storia?

In Francia si profila un mutamento di rotta che potrebbe chiudere fra qualche giorno il capitolo Sarkozy. In Germania si rifanno vivi i socialdemocratici che vorranno battere fra un anno Angela Merkel. L'Italia starà ancora alla finestra?

 Adesso ne sappiamo qualcosa in più. Ed era ora. Sigmar Gabriel, 52 anni, prenderà tre mesi di permesso parentale per accudire la piccola Marie nata qualche giorno fa. In attesa che si liberi un posto nel kindergarten di Magdeburgo nel Bundesland orientale di Sassonia-Anhalt, darà modo alla giovane compagna Anke Stadler di riaprire lo studio dentistico chiuso per la gravidanza. Cose quasi normali, nei paesi del centro e nord Europa. Il dettaglio, essenziale, ancora da aggiungere è che papà Sigmar è il leader in carica della Spd.
Da tempo — lo sanno bene gli affezionati lettori di questo blog — ci chiedevamo dov'era finita la socialdemocrazia tedesca, di fronte ai disastri seminati in tutt'Europa dalla democristiana Angela Merkel. Inadatta — oramai è chiaro a tutti — ad evitare una recessione economica devastante per gran parte della società europea. Artefice, anzi, di un «rigorismo monetario» che rischia di seppellire moneta comune e unità politica del continente.
L'ultimo allarme — paradossale nelle paventate conclusioni catastrofiche — l'ha lanciato, in proposito, Paul Krugman. Il nobel americano ha spiegato, in questi giorni, sul New York Times e su Repubblica, come la leadership tedesca (al laccio della Bundesbank) stia rendendo, addirittura, plausibile e desiderabile la morte dell'euro come via d'uscita per fermare la crisi economica che percorre l'Europa. Una mancanza di «visione» strategica della Cancelleria, non molto diversa da quanto aveva già denunciato, sul versante politico, nell'agosto scorso, proprio il padre politico della Merkel, il vecchio Helmut Kohl.
E la Spd? Il più antico e glorioso partito della sinistra europea da troppo tempo non dà segni di vita. In Francia, se vincerà su Sarkozy la sfida per l'Eliseo, François Hollande promette di tassare al 75% i redditi al di sopra del milione di euro, e di vietare alle banche francesi di operare nei paradisi fiscali, consentendo le stock option solo nelle imprese nascenti, per far crescere la società e non soltanto il conto in banca di manager senza scrupoli. L'obiettivo: liberare risorse e redistribuire ricchezza a favore di chi non ce la fa più. Di propositi tanto netti s'era persa memoria. E in Germania? Qualcuno sta studiando come mettere in condizione di non nuocere quanto prima l'altra metà di «Merkozy», il duo Merkel-Sarkozy, la coppia più perniciosa d'Europa? Anche a questo penserà papà Sigmar, tra un pannolino e un biberon nei prossimi tre mesi?
Detto con convinzione profonda, a me pare un compito singolarmente affascinante, fors'anche fruttuoso. Una full immersion nella normalità delle persone comuni che fa solo bene — io penso — a una politica asfittica, chiusa nei suoi riti separati, prigioniera dei giri esclusivi, autoreferenziale. Tra una pappa e una ninna nanna per Marie, il compagno Gabriel (fra i socialdemocratici tedeschi usa ancora chiamarsi così) avrà modo di ascoltare anche lui ciò che mormora il cuore dei propri concittadini, mentre coccola la sua piccola. Prima di provare a decidere i destini del suo paese. Una normalità non soltanto esibita, si spera. Non come la spesa finta di Cameron nei supermercati londinesi alla vigilia delle elezioni, per capirci. Ed anche meno piegata sul proprio ombelico — assunto sempre a specchio della società intera — come abbiamo visto fare più volte da noi.
Propendo a pensare che in Germania andrà così. Etica della responsabilità (protestante), radicato spirito civico e implacabile severità dell'opinione pubblica lo rendono quantomeno credibile. Non come avvenne in Italia, insomma, con la prima battaglia (rimasta pressoché unica) condotta da una neo deputata verde, per ottenere, appena eletta, una nursery per la figlioletta a Montecitorio, a nostre spese ça va sans dire. O — qualche anno dopo, ed è cronaca dell'altro ieri — con la cruciale lotta per una toilette da transgender combattuta, sempre alla Camera, da un'altra memorabile rappresentante del popolo della sinistra italiana. Giusto per ricordarci il nostro «privato è politico» all'amatriciana. Per quanto mal messa, dopo la fuga di Gerard Schroeder a far soldi con Putin, la sinistra tedesca è ancora un'altra cosa.
E di altre cose abbiamo bisogno tutti quanti. Monsieur Hollande vuole essere «un presidente ordinario». Già una rivoluzione non proporsi d'occupare in permanenza la cosiddetta «mediasfera», predisponendosi invece «a rappresentare la sua nazione fra le altre nazioni con umiltà e maestà insieme», ha scritto (auspicandolo) sul parigino Le Monde lo scrittore e compositore transalpino Yves Simon alla vigilia del primo turno. Se domenica sera i francesi ci faranno una bella sorpresa, potrebbe cominciare ad intravvedersi la flebile luce alla fine di un tunnel lungo un quarto di secolo. E, già durante il distacco parentale, anche herr Gabriel potrà ripensare a qualche ponte più solido tra le due sponde del Reno — e col resto d'Europa. In attesa, per parte nostra, che qualche faccia troppo nota (e non diciamo altro) si rimetta magari a far figli da accudire, anche a tarda età. E si tolga, soprattutto, di torno.
(venerdì 20 aprile 2012)


La chiesa, la società, l'ingiustizia e le diseguaglianze

Il mondo ha cancellato dal suo orizzonte culturale la critica dell'economia politica di Karl Marx, proprio quando i nodi del capitalismo vengono al pettine uno dopo l'altro. Per Joseph Ratzinger, il filosofo di Treviri è ancora un nemico da battere
Viaggio di Benedetto XVI in Messico - La partenza da Fiumicino: il Papa mentre sale la scaletta dell'aereo (foto Reuters)
Vive in Italia, è impegnato nel mondo del volontariato europeo, e tiene d'occhio quel che si muove nell'altra parte del mondo. Di tanto in tanto, questo caro amico mi manda qualche ritaglio sui temi della giustizia sociale e della solidarietà, frutto quasi sempre di qualche iniziativa concreta sul campo. Quando mi sembrano di particolare valore mi pare utile proporli anche a voi. Ecco, di seguito, l'ultimo, a firma di Frei Betto, teologo e scrittore brasiliano, autore, fra l'altro, del romanzo Un uomo chiamato Gesù. L'intervento che segue è stato pubblicato sul Correio Brazilienze del 13 aprile 2012, all'indomani della visita di papa Benedetto XVI in Centro America. Concetti scomparsi dal nostro orizzonte culturale. Sono scomparsi anche dalla nostra realtà? Siamo andati avanti o stiamo tornando velocemente molto indietro? Buona lettura e buone riflessioni. — (i.s.)
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Il papa e l'utilità del marxismo
di Frei Betto
File:Frei Betto 25385.jpeg▇ Papa Benedetto XVI ha ragione: il marxismo non è più utile. Sì, il marxismo, che molti nella Chiesa cattolica considerano come una ideologia atea che giustificava i crimini di Stalin e le atrocità della rivoluzione culturale cinese. Accettare che il marxismo come lo intende Ratzinger sia lo stesso marxismo che intendeva Marx sarebbe come identificare il cattolicesimo con l'Inquisizione. Si potrebbe allora dire: il cattolicesimo non è più utile. Perché non si può giustificare il mandare al rogo donne considerate streghe o torturare i sospetti di eresia. Ora, fortunatamente, il cattolicesimo non può essere identificato con l'Inquisizione, né con la pedofilia di preti e vescovi. Allo stesso modo, il marxismo non si può confondere con i marxisti che lo hanno usato per diffondere paura, terrore, e soffocare la libertà religiosa.
Dobbiamo tornare a Marx per sapere cos'è il marxismo, così come dobbiamo ritornare al Vangelo e a Gesù per sapere che cos'è il cristianesimo, e a Francesco d'Assisi per sapere cos'è il cattolicesimo. Nel corso della storia, in nome delle parole più belle, sono stati commessi i crimini più efferati. In nome della democrazia, gli Stati Uniti si sono impadroniti di Porto Rico e della base cubana di Guantanamo. In nome del progresso, i paesi dell'Europa occidentale hanno colonizzato i popoli africani e hanno lasciato lì una scia di miseria. In nome della libertà, la regina Vittoria, del Regno Unito, ha promosso in Cina la devastante guerra dell'oppio. In nome della pace, la Casa Bianca ha commesso il più illegittimo e genocida atto terroristico della storia: le bombe atomiche sopra le popolazioni di Hiroshima e Nagasaki. In nome della libertà, gli Stati Uniti hanno instaurato in quasi tutta l'America Latina, dittature sanguinose nel corso di tre decenni (1960-1980).
Il marxismo è un metodo di analisi della realtà. È più che mai utile per comprendere l'attuale crisi del capitalismo. Il capitalismo, sì, ora non è più utile, perché ha promosso la più marcata disuguaglianza sociale tra la popolazione mondiale, si è impadronito delle risorse naturali di altri popoli, ha sviluppato il suo volto imperialista e monopolista; ha messo al centro dell'equilibrio del mondo gli arsenali nucleari, e ha diffuso l'ideologia neoliberista che riduce l'uomo a mero consumatore sottomesso al fascino di beni di consumo. Oggi, il capitalismo è egemone nel mondo. E, dei sette miliardi di persone che abitano il pianeta, quattro miliardi vivono al di sotto della soglia di povertà, 1 miliardo e 200 milioni soffrono di fame cronica.
Il capitalismo ha fallito per i due terzi dell'umanità, che non hanno accesso ad una vita degna. Dove il cristianesimo e il marxismo parlano di solidarietà, il capitalismo ha introdotto la competizione; dove parlano di cooperazione, ha introdotto la concorrenza; dove parlano di rispetto per la sovranità dei popoli, ha introdotto il globoconialismo. La religione non è un metodo di analisi della realtà. Il marxismo non è una religione. La luce che la fede getta sulla realtà è, piaccia o no al Vaticano, sempre mediata da una ideologia. L'ideologia neoliberista, che identifica il capitalismo e la democrazia, prevale oggi nella coscienza di molti cristiani e impedisce loro di rendersi conto che il capitalismo è intrinsecamente malvagio. La Chiesa cattolica è spesso complice con il capitalismo perché questo la copre di privilegi e le concede una libertà che è negata, dalla povertà, a milioni di esseri umani.
Ora è provato che il capitalismo non garantisce un futuro dignitoso per l'umanità. Benedetto XVI lo ha ammesso nell'affermare che dobbiamo cercare nuovi modelli. Il marxismo, con l'analizzare le contraddizioni e le carenze del capitalismo, apre una porta di speranza per una società che i cattolici, nella celebrazione eucaristica, caratterizzano come il mondo in cui tutti potranno «condividere la ricchezza della terra e dei frutti del lavoro umano». Questo Marx lo chiamava socialismo.
L'arcivescovo cattolico di Monaco, Reinhard Marx, ha lanciato nel 2011 un libro intitolato Il Capitale, un patrimonio per l'umanità. La copertina contiene gli stessi colori e caratteri grafici della prima edizione del Capitale di Karl Marx, pubblicato ad Amburgo nel 1867. «Marx non è morto ed è necessario prenderlo sul serio», ha detto il prelato in occasione del lancio del libro. «Dobbiamo confrontarci con l'opera di Karl Marx, che ci aiuta a comprendere le teorie dell'accumulazione capitalistica e del mercantilismo. Questo non significa farsi attirare dalle aberrazioni e dalle atrocità commesse in suo nome nel XX secolo».
L'autore del nuovo Capitale, nominato cardinale da Benedetto XVI nel novembre 2010, descrive come «etico-sociali» i principi difesi nel suo libro, critica il capitalismo neoliberale, chiama la speculazione «selvaggia» e «peccato», e raccomanda che l'economia deve essere ridisegnata secondo norme etiche di un nuovo ordine economico e politico. «Le regole del gioco devono avere qualità etica. In questo senso, la dottrina sociale della Chiesa è critica nei confronti del capitalismo», ha detto l'arcivescovo.
Il libro inizia con una lettera di Reinhard Marx a Karl Marx, che egli chiama «caro omonimo», morto nel 1883. Gli chiede di riconoscere ora il suo errore riguardo l'inesistenza di Dio. Il che suggerisce tra le righe, che l'autore del Manifesto comunista sia tra quelli che, sul lato opposto della vita, godano della visione beatifica di Dio.
(traduzione di Antonio Lupo)
■ (15 aprile 2012)


Lega Nord, il barbaro sognante e il ministro dormiente

Persino la banca della Tanzania sentiva puzza di bruciato, ma l'ex titolare dell'Interno non si accorgeva che il tesoriere del suo partito trafficava con la 'Ndrangheta
Lega, Bossi e Maroni sul palco e il Senatur piange commosso▇ «Se non si dimetterà da sola, la dimetteremo noi [interruzione di cori assordanti: "chi non salta Rosi Mauro è, è!..." ripetuto più volte]. Forse [pausa per il coro], forse avremo un sindacato padano vero, guidato da un padano vero» [applausi scroscianti e prolungati dalla platea]. Così Roberto Maroni, alle 21.20 di martedì 10 aprile.
Su quanto è avvenuto alla Fiera di Bergamo, il giorno dopo abbiamo letto quasi tutto: gli umori della platea armata di scope, le lacrime di Bossi, le espressioni accigliate di Calderoli. E poi la saggina impugnata anche dal pretendente al trono. Nessuno ha fatto notare quella frase di troppo. È convinto davvero il nuovo capo in pectore della Lega che un sindacato finto diventerà vero se a «guidarlo» ci andrà — mettiamo — un milanese al posto di una brindisina caduta ora in disgrazia?
Per voler essere l'avvio di una nuova stagione non mi pare questo un buon inizio. Stessi toni fuori misura di sempre, identico frasario razzista, seppure mitigato dal sorriso sotto il pizzetto dell'ex ministro. Lo stesso inneggiare ad una fantomatica «Padania», inventata dal senatur nelle osterie bergamasche dopo un bicchiere di troppo, o in mansarda fra gli oroscopi della moglie. Questo abbiamo sentito in diretta sul Tg La7 di Mentana sintonizzato efficacemente sulla serata dell'«orgoglio leghista». Hanno ancora bisogno di queste fanfaluche gli elettori di una Lega allo sbando, depredata e turlupinata per anni? Fosse così, c'è poco da sperare in un auspicabile nuovo corso.
Intanto qualche domanda va pur posta. Se persino la banca centrale della Tanzania ha sentito puzza di bruciato nei 5 milioni di euro mandati dal tesoriere della Lega allo sportello della filiale di Cipro, come ha fatto un ministro dell'Interno a non sentire alcun campanello d'allarme? Abbiamo capito che le stanze  di Via Bellerio erano blindate e insonorizzate dal cosiddetto cerchio magico, ma dobbiamo anche credere che il Viminale non abbia più occhi e orecchi per capire cosa si muove nel paese, e nella 'Ndrangheta che deve combattere — con cui trafficava proprio il tesoriere del partito del ministro?
Umberto Bossi se l'è cavata — anche alla Fiera di Bergamo — con l'allusione a un qualche complotto degli immancabili servizi segreti. Che non l'avrebbero avvertito — pensate un po' — di che pasta fosse fatto il «vicepresidente di Finmeccanica» (così ha definito Francesco Belsito, suo autista personale), da lui stesso infilato nel consiglio d'amministrazione di un'azienda strategica del paese, prima di affidargli direttamente il tesoro del partito. Coi risultati oggi noti. Un Bossi «raggirato», è andato a dire in Procura l'ex ministro Maroni il giorno dopo a Milano. Ai magistrati ha fatto anche i nomi?
«La Lega funziona a compartimenti stagni», s'è tolto d'impaccio l'ex capogruppo leghista alla Camera dei deputati che ha assunto l'autista-bancomat (coi soldi pubblici) per il figlio di Bossi, interpellato sugli scandali che travolgono il suo partito. No, non s'è mai accorto di nulla il «governatore» — si fa per dire — del Piemonte. Pur passando più tempo a Roma, Milano o Gemonio che a Torino in Piazza Castello o a Palazzo Lascaris, Roberto Cota se c'era dormiva. O non capiva. Sveltissimo oggi a smarcarsi — buon sangue democristiano non mente —, per non essere travolto dalle disgrazie del suo capo, a cui ha retto con dedizione pubblica persino il portacenere.
Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo. Se non quel «ministro dormiente»» che si alterna a un «barbaro sognante». Ci crede davvero tutti fessi, onorevole Maroni?
(mercoledì 11 aprile 2012)