Il «pericoloso monsieur Hollande»

La possibile vittoria della sinistra in Francia potrebbe dare una frustata a un nuovo «Piano Marshall» per creare lavoro. Si saprà alzare lo sguardo verso nuovi orizzonti, e mettere al centro il benessere delle persone?

Spero lo faccia, ma non ha ancora vinto. Eppure François Hollande ha già cambiato l'agenda europea. Dopo sedici vertici a due, a Parigi o a Berlino — con cui la coppia «Merkozy» ha sprofondato l'Europa in una crisi mai vista dalla «grande depressione» del 1929 —, anche la Cancelliera sembra ammorbidire il suo vangelo «rigorista». Giocando di sponda col premier Monti, frau Merkel ora apre spiragli ai titoli pubblici europei, ribattezzati all'americana eurobill (per non dire eurobond, e apparire in retromarcia). Sarebbero destinati a finanziare la costruzione e la modernizzazione delle infrastrutture dei trasporti e delle telecomunicazioni, dell'energia verde e dell'alta tecnologia, stando alle anticipazioni del madrileno El Pais. Staremo a vedere.
Si parla di una liquidità rilevante, che potrebbe raggiungere 800 miliardi di euro, con cui rimettere in moto una macchina economica inceppata, creando finalmente lavoro. E qualcuno si spinge a parlare addirittura di una sorta di nuovo «Piano Marshall», mutuandolo dalla ricostruzione post bellica in Europa dopo l'ultimo conflitto mondiale. In altre parole, tutto quello che Merkel e Sarkozy s'erano rifiutati pervicacemente di fare per un anno e mezzo, tra sorrisi baci e abbracci. Una volta a casa mia, una volta a casa tua, e poi insieme anche a Bruxelles. Come ha appena denunciato con un j'accuse senza precedenti, benché tardivo, il presidente dimissionario dell'Eurogruppo (massima autorità economico-finanziaria di coordinamento dei Paesi membri dell'eurozona), il premier conservatore lussemburghese Jean-Claude Juncker.
Quel «pericoloso monsieur Hollande» — com'è stato etichettato il candidato socialista dal settimanale britannico The Economist, sol perché ha ipotizzato la tobin tax sulle transazioni finanziarie — sta già spostando gli equilibri politici del continente. Se vincerà la sua partita, fra una settimana potrebbe cominciare un'altra stagione, non solo in Francia. Le Monde titola in prima pagina — con mirabile sintesi — «Chi sarà il presidente del potere d'acquisto?», marchiando a fuoco, in una sola domanda, i fallimenti economici politici e sociali di Nicolas Sarkozy. Dal 6 maggio, quella domanda del quotidiano parigino potrebbe attraversare velocemente fiumi e montagne, dilagando nelle valli e nelle pianure spagnole, italiane, greche, portoghesi e persino olandesi, disseminate oggi di capannoni fermi. Con metà dei giovani di mezza Europa privi di prospettive. Senza enfasi fuori luogo, il baricentro delle politiche pubbliche a quel punto potrebbe mutare davvero.
Ammesso che finisca così, tutto bene dunque? Niente affatto. I guasti provocati dai mercati finanziari sono profondissimi in tutto l'Occidente. Per trent'anni la destra (da Reagan a Sarkozy, passando per la Thatcher, Bush, Cameron, Merkel e Berlusconi) ha lavorato consapevolmente per l'«amoralismo egoistico», rompendo, di fatto, il compromesso tra capitalismo e democrazia che ha governato il nostro mondo dalla seconda Guerra mondiale in qua. Seguita, purtroppo, solo «dalle chiacchiere al vento dei politici del baby boom, di Clinton e Blair», per dirla con lo storico Tony Judt. E ci vorrà qualche generazione e nuove idee per rimettere al centro dell'azione pubblica il benessere effettivo delle persone, non la voracità dei raider, pescecani senza scrupoli né territori.
Bisognerà ripensare, anzitutto, uno sviluppo che ha fatto della «crescita» una religione cieca. E sarà necessario guardare altri orizzonti meno «quantitativi», essendo la partita dei costi delle produzioni di massa già vinta dai paesi che fino a vent'anni fa chiamavamo Terzo mondo. «Propongo di condizionare ogni aiuto di Stato alla produzione sul nostro territorio, e di firmare contratti di rilocalizzazione con le imprese», ha scritto Hollande in risposta ad una lettera aperta inviata ai due contendenti per l'Eliseo dal leader centrista François Bayrou. Evidente il bisogno del candidato della gauche di conquistare al secondo turno un elettorato cruciale per la vittoria. Ma dopo, se le cose andranno come molti pronosticano, bisognerà alzare lo sguardo, monsieur Hollande. O pensa davvero che in Europa oggi si possa procedere «ognun per sé» in casa propria e dio per tutti? Il federalismo europeo è o no nelle prospettive istituzionali della sua eventuale presidenza?
E sarà utile guardare anche oltre il Reno. Che non ha prodotto in questi anni solo rigorismi di bilancio. Se si vuole incanalare diversamente lo «sviluppo». Da ripensare proprio oggi che l'Europa e gli Stati Uniti e il mondo intero misurano tutti i limiti della crescita quantitativa che ha dominato, col ferro e col fuoco, il «secolo breve» che abbiamo alle spalle. La Germania, per dire, ha conservato e accresciuto il suo vantaggio competitivo in Europa per tante ragioni. Non ultimo per le lotte condotte dai Verdi tedeschi attorno all'efficienza e al risparmio energetico, per le tecnologie pulite e le fonti rinnovabili, trainando in queste direzioni industrie manifatturiere e ricerca, ristrutturazioni urbanistiche e nuovi edifici. Facendo da battistrada al resto d'Europa e inducendo persino la Merkel a chiudere di mala voglia il capitolo nucleare. Laddove, su questi temi, Hollande non ha disposto ancora le carte in tavola. Ed è solo un esempio, per farmi capire.
Già oggi, una lezione è comunque chiara. L'esercizio consapevole della cittadinanza — nella società tutti i giorni, e nelle urne quando sono aperte — è ancora l'unica arma nelle mani delle persone comuni. Anche dopo una possibile vittoria elettorale. Meditiamo bene, gente indignata. Meditiamo.
■ (lunedì 30 aprile 2012)


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