Il cassiere della mafia pugliese e la casa di Al Bano Carrisi

Tempo libero generica
«Don Tonino» Screti ospite a Cellino San Marco, dopo la confisca per associazione mafiosa di terreni e villa. Il cantante non ha nulla da dire sull'ex boss della Sacra Corona Unita?

▇ Che ci fa il cassiere della Sacra Corona Unita in una casa di Al Bano? Me lo sono chiesto mentre ero a Brindisi a raccontare il trauma dei compagni di Melissa Bassi, la sedicenne uccisa da una bomba davanti alla scuola «Morvillo Falcone». Volevo capire com’è cresciuta la cultura della legalità nella capitale del contrabbando di sigarette prima, del traffico di clandestini poi e del caporalato oggi. Com’è cambiato il territorio dopo l’«Operazione Primavera», lo smantellamento, dieci anni fa, della vecchia guardia della mafia locale. Cos’è stato raccontato di questa storia agli adolescenti d’oggi, neonati quando il contrabbando delle «bionde» dominava ancora gli angoli della città.

Per capirlo ho incontrato le amiche di Melissa ancora sotto choc, costrette a crescere di dieci anni in pochi minuti dopo lo scoppio davanti a scuola. Ho parlato con i loro professori, che hanno portato nelle classi magistrati, storici e giornalisti. E mi sono avventurato nelle campagne attorno a Mesagne, città natale di Melissa e culla della Sacra Corona Unita pugliese. Ad accompagnarmi, nei trenta ettari confiscati a «don Tonino» — al secolo Cosimo Antonio Screti, cassiere della cosca brindisina di Salvatore Buccarella, noto come «Totò Balla» —, è Alessandro Leo, attivista di Libera Terra di don Luigi Ciotti.

Con Leo, un trentenne laureato in filosofia e presidente di «Terre di Puglia», visitiamo i vigneti gestiti oggi dai soci della cooperativa che dà da vivere a una ventina di famiglie (fra cui la famiglia di una compagna di Melissa, ustionata dallo scoppio delle tre bombole usate per l’attentato). Producono uve da mosto. L’anno scorso hanno vinto il premio di miglior vino rosato biologico d’Italia, con una bottiglia che porta il nome di Hiso Teleray, un ragazzo albanese ucciso nel 1999 dai caporali delle campagne. Alessandro mi porta anche alla villa di Screti, nel territorio di Torchiarolo, confiscata anch’essa e destinata — nei progetti di Libera — a diventare la cantina della cooperativa oltre che un centro d'incontro. E «don Tonino»? Dove vive ora il braccio destro di uno dei capibastone più feroci della Sacra Corona Unita?

È qui, fra olivi e viti a perdita d’occhio, che apprendo della nuova residenza dell’ex cassiere della mafia pugliese: vive «in una casa di Al Bano». Al Bano il cantante? mi chiedo con stupore. La notizia l’ha appena pubblicata Attilio Bolzoni. Screti ha pagato — come suol dirsi — il suo debito con la giustizia. E s'è trasferito in un residence nella masseria Curtipetrizzi («con regolare contratto», sottolinea l’ex boss) di proprietà della famiglia Carrisi, a Cellino San Marco, poco distante da qui. Una costruzione del XVI secolo trasformata da Al Bano in un villaggio residence, con finti trulli e orsi polari in pietra, annotano le cronache. Fin qui lo stupore. Che si tramuta in sconcerto, leggendo i dettagli raccontati il 21 maggio dall'inviato di Repubblica.

Per parlare col cronista e smentire matrici mafiose nell’uccisione di Melissa, «don Tonino» — oggi «in pensione», dopo sei anni di carcere — si stacca dalla cerimonia in onore dell’ultimogenito di casa Carrisi. Una festa di prima comunione per familiari stretti e amici intimi. Screti, a Cellino, non è solo un affittuario, dunque. Possibile che Al Bano non ne conosca i trascorsi malavitosi? Ho atteso di leggere per giorni una precisazione, una possibile smentita. A una settimana dall’articolo, non è arrivato niente. Possibile che uno dei più celebri cantanti italiani non abbia da dire nulla su un ospite tanto ingombrante? Se ci legge, Al Bano ci dica qualcosa. È in ballo molto più del suo quieto vivere. Se ne rende conto?

 (domenica 27 maggio 2012)

Networking e politica, vero amore?

Essenziali a scambiare informazioni e suscitare mobilitazioni, i social network possono sostituire l'organizzazione della politica? Dall'Egitto a Parma, passando da Obama, i casi-scuola si moltiplicano e il dibattito è già cominciato

▇ «Facebook, a quanto sembra, è in grado di produrre fiammate prorompenti, ma non di generare calore sufficiente, e per un tempo sufficiente, a scaldare la casa». Così parlò questa volta Francis Fukuyama, il politologo di Harvard celebre per il libro La fine della storia e l'ultimo uomo, scritto vent'anni fa dopo la caduta del Muro di Berlino. Le sue definizioni apodittiche possono non convincere ma non lasciano indifferenti.
Questa volta, il contesto analizzato da Fukuyama è l'Egitto post Mubarak. Il primo turno delle elezioni lascia il campo a un militare, ultimo premier del raìs deposto dalla rivoluzione di Piazza Tahrir, e a un islamista dei Fratelli Musulmani. Nessun esponente delle forze liberali che, attraverso il web, guidarono le mobilitazioni popolari contenderà, quindi, la guida del più influente e popoloso paese mediorientale. Da qui la considerazione pessimistica di Fukuyama sul ruolo politico dei social network. E qui il discorso necessariamente si allarga oltre i confini egiziani.
Prendiamo il caso Obama. La mobilitazione del networking è stata decisiva — a giudizio di quasi tutti gli analisti politici — per arrivare alla presidenza degli Stati Uniti: nella raccolta di fondi (benzina imprescindibile nelle campagne elettorali americane), attraverso i celeberrimi cinque dollari sottoscritti via internet da milioni di sostenitori; e ancor più nella mobilitazione di una massa enorme di astensionisti. Cosa è rimasto di tutto questo? Una svolta storica, non c'è dubbio: il primo americano di colore eletto alla Casa Bianca. Ma era legittimo aspettarsi qualcosa di più innovativo anche nella partecipazione alle scelte politiche dell'amministrazione Obama. Non è stato così. Poteva esserlo?
La domanda è tutt'altro che sterile, a me pare. E vedremo quali effetti questa disillusione produrrà sulle elezioni presidenziali da qui a sei mesi. In Italia — oramai è senso comune —, l'uso di internet è l'artefice del successo elettorale clamoroso del movimento fondato da Beppe Grillo (benché egli continui a definirsi un semplice portavoce, e i suoi seguaci lo definiscano «l'aratore», quello che dissoda il terreno). Altri si preparano a replicarne, forse, il modello. Passa da qui la rifondazione della partecipazione politica? Non mancheremo di vederlo, alla prova dei fatti. A cominciare dal «laboratorio parmense».
Una cosa si può, però, già dire ora. E vale — io credo — in Italia come in America o in Egitto. Se il neo sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, saprà respingere le scomuniche di Grillo sulla scelta dei suoi collaboratori lo potrà fare solo contando sull'organizzazione partecipata dei suoi sostenitori, con cui avrà costruito programma e progetti, elaborando — si spera — concetti complessi. Ed ecco una possibile conclusione: il networking democratizza l'accesso all'informazione, rende trasparenti le procedure, facilita la collaborazione. E favorisce la mobilitazione di grandi masse. Ma non equivale, di per sé, ad un insediamento sociale e ad un'organizzazione politica di uomini e donne in carne ed ossa. Che dibattono e si confrontano, guardandosi possibilmente negli occhi, tirando le somme e facendo sintesi, per «generare calore sufficiente, e per un tempo sufficiente, a scaldare la casa», per dirla alla Fukuyama.
Sempre che l'obiettivo sia cambiare il pezzo di mondo alla nostra portata, e non aggiungere una voce in più alla cosiddetta mediasfera, occupandola solo con qualche faccia nuova. Che non guasta, per carità. Tanto più in Italia. Ma possiamo accontentarci di così poco? Sarebbe come disporre di una poderosa Ferrari e usarla solo per fare la spesa.
 (sabato 26 maggio 2012)


In nome di Placido, e di Salvatore

Oggi i funerali di Stato per ricordare il sindacalista Placido Rizzotto ucciso dalla mafia il 10 marzo del '48. Per quell'agguato, ci fu anche un'altra vittima. Aveva nove anni, si chiamava Salvatore Letizia

 Aveva combattuto sulle montagne della Carnia nella seconda guerra mondiale. Dopo l'8 settembre s'era unito ai partigiani delle Brigate Garibaldi in Nord Italia. Ma era nato a Corleone, in provincia di Palermo. Lì aveva fatto la fame, orfano di madre a sette anni. E lì, nel 1945, dopo la guerra, decise di tornare. E organizzò il movimento per la terra e per il lavoro, negli anni in cui un terzo dei bambini siciliani morivano letteralmente di fame.
È stato questo e tanto altro ancora Placido Rizzotto. Dirigente del rinato Partito socialista e segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Organizzatore dello «sciopero alla rovescia», il lavoro anziché la protesta, occupando le terre incolte nei feudi dei latifondisti, incurante delle intimidazioni dei boss. Fino al sequestro del 10 marzo 1948, quando fu prelevato all'alba da una squadra capeggiata da Luciano Leggio, detto Liggio, predecessore di Totò Riina e Bernardo Provenzano a capo della mafia corleonese. Lo picchiarono, lo trascinarono a Rocca Busambra, vicino a una foiba, lo finirono spaccandogli la testa con una pietra e lo gettarono nel fosso. Aveva 34 anni.
È lui che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano onora oggi, giovedì 24 maggio, coi funerali di Stato a tre anni dal recupero delle sue ossa avvenuto nel settembre 2009, sessantuno anni dopo il sequestro e l'omicidio del sindacalista condannato a morte dalla mafia per essersi battuto a favore della legge che dava la terra ai contadini. Ci sarà modo — prima durante o dopo la cerimonia solenne — di ricordare l'altra vittima di quell'alba tragica? Salvatore Letizia il 10 marzo del '48 aveva nove anni. Pascolava le sue quattro capre quando vide il massacro di Rizzotto. E guardò in faccia gli aguzzini di Placido, firmando, con quella presenza casuale, la sua sentenza di morte.
Fu il notabile Michele Navarra, medico del paese e trait-d'union tra potere ufficiale e potere mafioso, a far prelevare il piccolo Salvatore. Col pretesto di un controllo delle convulsioni provocate dalla sua denutrizione, lo fece portare in ospedale e lo uccise con le sue mani, iniettandogli una bolla d'aria in vena.
È stata anche questa, nel nostro passato, l'Italia che ha ricordato ieri Giovanni Falcone Francesca Morvillo e la loro scorta, e ricorda oggi Placido Rizzotto. Qualcuno si ricordi anche di quel bambino pastore, e renda onore anche a Salvatore Letizia.
 (giovedì 24 maggio 2012)


Per puro caso

Il falso in bilancio bocciato dal governo. E il sottosegretario se la prende con chi ha scritto le schede sul da farsi in Parlamento. Chi l'ha messo perfidamente fuori strada?

Ddl corruzione, ostruzionismo del Pdl Scontro sul falso in bilancio
 Per caso, il governo ha votato contro il ripristino del reato di falso in bilancio alla Camera dei deputati. Il sottosegretario alla Giustizia ha espresso il parere favorevole dell'esecutivo Monti all'emendamento che elimina una norma presente in tutti i paesi civili del mondo, appena riproposta. Salvatore Mazzamuto era lì, sui banchi del governo, per caso. A sostituire l'altro sottosegretario, Andrea Zoppini, accusato dalla magistratura di frode fiscale. Dimesso alle 14 dello stesso giorno.
Per giustificare la sua scivolata, il professor Mazzamuto — con lui ha studiato a Palermo casualmente anche l'ex guardasigilli Angelino Alfano, del quale il docente di diritto civile è stato pure consulente giuridico in via Arenula — se l'è presa con l'Ufficio legislativo del ministero. La scheda coi pareri del governo sugli emendamenti «non era chiara». Taceva l'effetto abrogativo della norma che ripristinava il reato preesistente alla legge ad personam introdotta nel 2002 da Berlusconi per evitare uno dei suoi tanti processi. Un puro caso. «Andate avanti così ragazzi, mi state dando una grande soddisfazione», s'è affrettato a dire il capo del Pdl, dopo l'altro agguato teso dai suoi avvocati alla legge anticorruzione, sempre martedì 15 maggio in parlamento.
Il parere che porta fuori strada il sottosegretario Mazzamuto — ed anche questo per caso — è firmato di pugno dalla dottoressa Augusta Iannini, magistrato e capo dell'Ufficio legislativo del ministro di Giustizia. Benché quella firma — riferiscono le cronache — abbiano cercato di cancellarla con ripetuti tratti di penna, il nome s'è potuto leggere lo stesso. Un puro caso, poi, che la dottoressa Iannini fosse ancora lì, a fianco del ministro Paola Severino, allo stesso posto dov'era già col ministro Alfano.
Non ci crederete, ma c'è, infine, un'altra maledettissima casualità. Augusta Iannini è felicemente sposata con Bruno Vespa — e questo forse lo sapevate già. Per purissimo caso.
 (mercoledì 16 maggio 2012)


Grillo e quei referendum sardi

In un colpo solo, cancellate quattro province e aboliti i consigli di amministrazione degli enti regionali. Uno schiaffo sonoro alla casta. Faranno orecchie da mercanti?

 Tra Italia Grecia e Francia, i terremoti elettorali dell'ultimo week end non si contano più. E si rischia lo stordimento, tra percentuali commenti e facce d'ogni genere che campeggiano su monitor grandi e piccoli. Rischia di passare così in second'ordine una scossa politica fortissima, registrata — per di più — nella regione più antisismica del nostro paese, la Sardegna.
Con percentuali oltre il 90%, gli elettori sardi hanno cancellato quattro province (le più recenti, le altre quattro hanno detto che non le vogliono più), hanno quasi dimezzato la composizione del Consiglio regionale, portandolo da 80 a 50 membri, abolito le indennità consiliari, eliminato tutti i consigli di amministrazione di enti e aziende della Regione, ed altro ancora. Dieci «referendum anticasta» sono stati etichettati andando sul sicuro. E non hanno goduto neanche di informazioni capillari, nell'inerzia totale — manco a dirlo — dei partiti politici e della stampa. Potendosi avvalere, tuttavia, di un quorum al 33% degli aventi diritto al voto (più basso di quello nazionale), i promotori ce l'hanno fatta.
Un esito affatto scontato. Acciuffato per i capelli, dopo che a mezzogiorno i votanti erano sotto il 10% (si votava solo la domenica). Senza il tam tam sulla rete, si sarebbe fallito l'obiettivo. Uno scatto di reni dell'ultima ora, quindi. Propiziato dal rischio di perdere un'occasione unica per dare un altro schiaffo alla casta barricata nei suoi fortini dorati anche in Sardegna. Il giorno dopo ad occupare il campo è, difatti, il silenzio assordante di politici solitamente loquaci davanti a una telecamera o un taccuino. Solo a Grillo è venuto facile attribuirsi la paternità della vittoria. Benché nessuno l'abbia visto per tutta la campagna referendaria.
Chi ha occhi per vedere e cervello per capire, quel che avviene lo ha già chiaro. Se c'era, da domenica la cosiddetta «antipolitica» non c'è più. È diventata politica a tutti gli effetti, in Sardegna e in Italia. Cosa diavolo è formulare proposte generali per la polis, sottoponendosi al giudizio degli elettori con procedure democratiche? Politica allo stato puro, questo è. Se ne facciano una ragione i politici di mestiere e i santoni del giornalismo che gli fanno da sponda «a pappagallo».
Prendiamo il «caso Grillo», il caso del giorno, tanto per intenderci. Nel 2007 presentò tre proposte di legge d'iniziativa popolare per evitare l'elezione di condannati in via definitiva, limitare a due i mandati parlamentari, e modificare la legge elettorale impedendo la riedizione dei nominati. Fece esattamente quanto previsto dall'articolo 71 della Costituzione. Anzi di più: raccolse trecento mila firme anziché le cinquanta mila necessarie — in un solo giorno, il celeberrimo V-Day. Nell'audizione al Senato (obbligatoria per legge e ottenuta dopo un anno e mezzo d'attesa), Grillo disse: «Datemi una data di quando sarà discussa l'iniziativa popolare per l'elezione dei parlamentari, per lasciare fuori i condannati e scegliersi il parlamentare anziché trovarselo nominato, e mi manderete via contento». I senatori ascoltarono e lasciarono marcire firme e proposte, giuste o sbagliate che fossero, nei loro polverosi archivi.
È attraverso innumerevoli casi come questo che è cresciuta l'onda della cosiddetta «antipolitica» italiana. A ben guardare e ridotta all'osso, essa è solo il bisogno disperato di farsi ascoltare, esercitando legittimamente la sovranità popolare. A questo punto pensate forse che la lezione sarda sarà ascoltata prontamente a Cagliari? Scordatevelo. S'inventeranno mille scappatoie per fare orecchie da mercanti, come hanno fatto in tutti questi anni. A Cagliari e a Roma. Aprendo varchi al disincanto del cittadino e alle fortune del demagogo prossimo venturo. Con bandiere dei quattro mori o senza.
Eppure questa volta vorrei sbagliarmi, santa pazienza.
■ (martedì 8 maggio 2012)


Si ricomincia dalla Francia?

La vittoria di Hollande rimescola le carte della politica europea. Dopo la ricomparsa delle rose rosse in festa a Parigi, al pettine arriveranno molto presto le prime inevitabili spine

 «Non è detto che sia una buona notizia. Vedremo». Ha postato così su Facebook, domenica sera a caldo, un caro e disincantato amico, all'annuncio della vittoria di François Hollande. Le delusioni sono state tante in tutti questi anni, dai Clinton ai Blair, fino all'appannamento progressivo di Obama. Un po' di sano distacco, quindi, non guasta. Eppure è difficile non cogliere il salto di fase addensato attorno a Place de la Bastille in festa. Con la gioia multietnica degli elettori socialisti, le rose rosse tornate a sventolare come tante bandiere, e il seguito delle inevitabili spine.
La prima spina è il cambio di passo da costruire in Europa, cominciando dalla Francia. Al riguardo, ribadisco quanto auspicato alla vigilia del voto, col post del 30 aprile sul «pericoloso monsieur Hollande» (definizione dell'Economist allarmato per la vittoria della gauche). Per trent'anni la destra ha lavorato consapevolmente per rompere il compromesso tra capitalismo e democrazia, svuotando le rappresentanze parlamentari e riducendo i governi nazionali a comitati esecutivi del capitale finanziario globale. Ora alzi lo sguardo, monsieur le President. La sovranità democratica non rinascerà, nella nostra parte di mondo, rinverdendo i confini nazionali. Come ha provato a fare il suo predecessore attraverso un pernicioso direttorio con Angela Merkel. Butti la palla in avanti, presidente Hollande. La tiri verso l'Europa federale. Con le accelerazioni improvvise a cui ci ha abituato la storia dell'ultimo decennio, non è velleitario — a me pare — impegnarsi su questo obiettivo, da qui a qualche anno. Vuole provarci?
In quella cornice, tutte le tessere del puzzle economico politico e sociale di un continente senza bussola possono trovare il loro giusto posto. Dai titoli comunitari per finanziare la crescita economica, ai project bond per sostenere la modernizzazione delle infrastrutture nei vari paesi, per sviluppare la ricerca di tecnologie pulite ed energie rinnovabili, fino a ridisegnare per questa via gli assetti urbanistici con un impulso deciso alle cosiddette smart city. Tutto può incastrarsi a beneficio di società ed economie spossate.
Su questi orizzonti il nuovo presidente francese può varcare più agevolmente l'altra sponda del Reno. Dove la società e l'economia tedesca è più avanti di chi la guida oggi. E, con maggiore possibilità di successo, potrà indurre la Cancelliera a mutar rotta dal suo disastroso rigorismo di bilancio. Una politica che ha già devastato elettoralmente la Grecia, dopo averne dissanguato la società con disuguaglianze e sofferenze indicibili: il 25% dei bambini greci è già oggi al di sotto del livello di sopravvivenza. E ha rimesso in pista — lo vedremo meglio nei prossimi mesi — persino lo zar Putin nello scenario geo-politico del Mediterraneo orientale. Pronto a comprarsi, da Mosca — se un'Europa inane lascerà campo libero alle sue incursioni —, il debito ellenico coi soldi del suo gas. In cambio di inedite servitù militari, per sostituire le basi navali russe dislocate oggi in una Siria in fiamme.
Se può, presidente Hollande, segua un consiglio di Jean-Paul Fitoussi che a me pare saggio. Non cominci il tour delle capitali europee da Berlino. Con la Merkel ci parli alla fine, dopo aver incontrato gli altri capi di Stato e di governo, spezzando al primo colpo un asse rivelatosi pernicioso per l'Europa intera. Pieghi, simbolicamente, l'altra metà di «Merkozy». Tanto lei, la maestrina dalla penna rossa, ha già detto che a rimettere in discussione il fiscal compact non ci pensa proprio. Lo so già. È uno strappo alle regole ferree della real politik. Quindi pressoché impossibile. Ci faccia sognare almeno per qualche ora in più.
■ (lunedì 7 maggio 2012)


«Sayonara», nucleare addio

Rotto in Giappone il tabù del cosiddetto «atomo buono». A Tomari fermata l'ultima centrale in funzione, ufficialmente per manutenzione straordinaria. Chiuso per sempre il capitolo nucleare del Sol levante?

A un anno dall'incidente catastrofico di Fukushima, la centrale di Tomari nella prefettura di Hokkaido ha smesso di produrre energia elettrica. L'ultimo reattore nucleare ancora funzionante in Giappone è stato disattivato sabato 5 maggio. In migliaia per le strade di Tokyo, gli antinucleari hanno inalberato cartelli di giubilo. «Sayonara», addio, si sono spinti a scrivere su striscioni e manifesti. Chiedendo la rottura di un tabù: quello del cosiddetto «atomo buono». E speriamo che l'era nucleare sia finita davvero nel paese del Sol levante, dopo quarant'anni di disonorato servizio. Non si contano, infatti, i «micro incidenti» — si fa per dire —, sminuiti sempre dalle compagnie elettriche private, a cominciare dalla Tepco (Tokyo Electric Power Company) e dalla Kyushu Electric Power Company, con l'assorbimento delle cosiddette microdosi imposto alle comunità locali attorno agli impianti atomici. Conseguenza delle «piccole» fughe di radioattività sottaciute sempre dalle autorità pubbliche, come hanno provato a fare per settimane persino nell'ultimo disastro un anno fa.
Una micidiale «sindrome di Stoccolma», per le vittime della prima esplosione nucleare della storia, figlie dell'«atomo cattivo» inflitto come punizione inumana dopo l'attacco dell'ammiraglio Isaroku Yamamoto a Pearl Harbor. Solo l'arte e la visionarietà di un grande maestro del cinema mondiale come Akira Kurosawa, col film Sogni del 1990, ha saputo guardare fino in fondo all'abisso aperto davanti al suo popolo. «Arriva! La parte rossa è il Plutonio 239. Di quello basta pochissimo, un decimilionesimo di grammo ed è cancro. Quella gialla è Stronzio 90: quando ti arriva addosso ti entra dentro le ossa ed è leucemia. La parte viola è Cesio 137: si accumula nelle gonadi e muta i geni allelomorfi. In breve le creature che nasceranno saranno tutte mostruose», questo urla agli abitanti in fuga l'ingegnere che aveva costruito la centrale atomica esplosa in un fungo multicolore. «È incredibile l'imbecillità umana», continua a dire davanti al terrore di chi lo ascolta. «Tra i rischi della radioattività c'è quello di essere invisibile. Così abbiamo sviluppato una tecnologia per rendere visibile il rischio. E ora abbiamo il vantaggio di sapere che cosa ti ha ucciso. Bel vantaggio. La morte si annuncia con la sua carta da visita».
Ieri la chiusura di Tomari è stata, formalmente, uno stop provvisorio all'ultimo dei 54 impianti in esercizio per effettuare una manutenzione straordinaria decretata in tutto il paese dopo la catastrofe di Fukushima e le proteste crescenti di cittadini comuni, scrittori e premi Nobel, a cominciare da Kenzaburo Oe e Harumi Setouchi. Mettendo da parte il predominio incontrastato delle compagnie private che hanno avuto in mano la vita e la sicurezza di un intero paese, le autorità pubbliche si sono riservate il diritto a riattivare le centrali spente, se gli sarà data certezza che gli impianti siano «a prova di tsunami e terremoti». Come se a Chernobyl (in Unione Sovietica, nel 1986) o a Three Mile Island (negli Stati Uniti, nel 1979) fosse stato un terremoto o uno tsunami a provocare tragedie mai raccontate abbastanza.
Non è ora di chiudere un circolo vizioso che perdura dalle 8.16 del 6 agosto 1945 nei cieli di Hiroshima? Le lezioni della storia non bastano già?
■ (domenica 6 maggio 2012)