Si ricomincia dalla Francia?

La vittoria di Hollande rimescola le carte della politica europea. Dopo la ricomparsa delle rose rosse in festa a Parigi, al pettine arriveranno molto presto le prime inevitabili spine

 «Non è detto che sia una buona notizia. Vedremo». Ha postato così su Facebook, domenica sera a caldo, un caro e disincantato amico, all'annuncio della vittoria di François Hollande. Le delusioni sono state tante in tutti questi anni, dai Clinton ai Blair, fino all'appannamento progressivo di Obama. Un po' di sano distacco, quindi, non guasta. Eppure è difficile non cogliere il salto di fase addensato attorno a Place de la Bastille in festa. Con la gioia multietnica degli elettori socialisti, le rose rosse tornate a sventolare come tante bandiere, e il seguito delle inevitabili spine.
La prima spina è il cambio di passo da costruire in Europa, cominciando dalla Francia. Al riguardo, ribadisco quanto auspicato alla vigilia del voto, col post del 30 aprile sul «pericoloso monsieur Hollande» (definizione dell'Economist allarmato per la vittoria della gauche). Per trent'anni la destra ha lavorato consapevolmente per rompere il compromesso tra capitalismo e democrazia, svuotando le rappresentanze parlamentari e riducendo i governi nazionali a comitati esecutivi del capitale finanziario globale. Ora alzi lo sguardo, monsieur le President. La sovranità democratica non rinascerà, nella nostra parte di mondo, rinverdendo i confini nazionali. Come ha provato a fare il suo predecessore attraverso un pernicioso direttorio con Angela Merkel. Butti la palla in avanti, presidente Hollande. La tiri verso l'Europa federale. Con le accelerazioni improvvise a cui ci ha abituato la storia dell'ultimo decennio, non è velleitario — a me pare — impegnarsi su questo obiettivo, da qui a qualche anno. Vuole provarci?
In quella cornice, tutte le tessere del puzzle economico politico e sociale di un continente senza bussola possono trovare il loro giusto posto. Dai titoli comunitari per finanziare la crescita economica, ai project bond per sostenere la modernizzazione delle infrastrutture nei vari paesi, per sviluppare la ricerca di tecnologie pulite ed energie rinnovabili, fino a ridisegnare per questa via gli assetti urbanistici con un impulso deciso alle cosiddette smart city. Tutto può incastrarsi a beneficio di società ed economie spossate.
Su questi orizzonti il nuovo presidente francese può varcare più agevolmente l'altra sponda del Reno. Dove la società e l'economia tedesca è più avanti di chi la guida oggi. E, con maggiore possibilità di successo, potrà indurre la Cancelliera a mutar rotta dal suo disastroso rigorismo di bilancio. Una politica che ha già devastato elettoralmente la Grecia, dopo averne dissanguato la società con disuguaglianze e sofferenze indicibili: il 25% dei bambini greci è già oggi al di sotto del livello di sopravvivenza. E ha rimesso in pista — lo vedremo meglio nei prossimi mesi — persino lo zar Putin nello scenario geo-politico del Mediterraneo orientale. Pronto a comprarsi, da Mosca — se un'Europa inane lascerà campo libero alle sue incursioni —, il debito ellenico coi soldi del suo gas. In cambio di inedite servitù militari, per sostituire le basi navali russe dislocate oggi in una Siria in fiamme.
Se può, presidente Hollande, segua un consiglio di Jean-Paul Fitoussi che a me pare saggio. Non cominci il tour delle capitali europee da Berlino. Con la Merkel ci parli alla fine, dopo aver incontrato gli altri capi di Stato e di governo, spezzando al primo colpo un asse rivelatosi pernicioso per l'Europa intera. Pieghi, simbolicamente, l'altra metà di «Merkozy». Tanto lei, la maestrina dalla penna rossa, ha già detto che a rimettere in discussione il fiscal compact non ci pensa proprio. Lo so già. È uno strappo alle regole ferree della real politik. Quindi pressoché impossibile. Ci faccia sognare almeno per qualche ora in più.
■ (lunedì 7 maggio 2012)


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