Networking e politica, vero amore?

Essenziali a scambiare informazioni e suscitare mobilitazioni, i social network possono sostituire l'organizzazione della politica? Dall'Egitto a Parma, passando da Obama, i casi-scuola si moltiplicano e il dibattito è già cominciato

▇ «Facebook, a quanto sembra, è in grado di produrre fiammate prorompenti, ma non di generare calore sufficiente, e per un tempo sufficiente, a scaldare la casa». Così parlò questa volta Francis Fukuyama, il politologo di Harvard celebre per il libro La fine della storia e l'ultimo uomo, scritto vent'anni fa dopo la caduta del Muro di Berlino. Le sue definizioni apodittiche possono non convincere ma non lasciano indifferenti.
Questa volta, il contesto analizzato da Fukuyama è l'Egitto post Mubarak. Il primo turno delle elezioni lascia il campo a un militare, ultimo premier del raìs deposto dalla rivoluzione di Piazza Tahrir, e a un islamista dei Fratelli Musulmani. Nessun esponente delle forze liberali che, attraverso il web, guidarono le mobilitazioni popolari contenderà, quindi, la guida del più influente e popoloso paese mediorientale. Da qui la considerazione pessimistica di Fukuyama sul ruolo politico dei social network. E qui il discorso necessariamente si allarga oltre i confini egiziani.
Prendiamo il caso Obama. La mobilitazione del networking è stata decisiva — a giudizio di quasi tutti gli analisti politici — per arrivare alla presidenza degli Stati Uniti: nella raccolta di fondi (benzina imprescindibile nelle campagne elettorali americane), attraverso i celeberrimi cinque dollari sottoscritti via internet da milioni di sostenitori; e ancor più nella mobilitazione di una massa enorme di astensionisti. Cosa è rimasto di tutto questo? Una svolta storica, non c'è dubbio: il primo americano di colore eletto alla Casa Bianca. Ma era legittimo aspettarsi qualcosa di più innovativo anche nella partecipazione alle scelte politiche dell'amministrazione Obama. Non è stato così. Poteva esserlo?
La domanda è tutt'altro che sterile, a me pare. E vedremo quali effetti questa disillusione produrrà sulle elezioni presidenziali da qui a sei mesi. In Italia — oramai è senso comune —, l'uso di internet è l'artefice del successo elettorale clamoroso del movimento fondato da Beppe Grillo (benché egli continui a definirsi un semplice portavoce, e i suoi seguaci lo definiscano «l'aratore», quello che dissoda il terreno). Altri si preparano a replicarne, forse, il modello. Passa da qui la rifondazione della partecipazione politica? Non mancheremo di vederlo, alla prova dei fatti. A cominciare dal «laboratorio parmense».
Una cosa si può, però, già dire ora. E vale — io credo — in Italia come in America o in Egitto. Se il neo sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, saprà respingere le scomuniche di Grillo sulla scelta dei suoi collaboratori lo potrà fare solo contando sull'organizzazione partecipata dei suoi sostenitori, con cui avrà costruito programma e progetti, elaborando — si spera — concetti complessi. Ed ecco una possibile conclusione: il networking democratizza l'accesso all'informazione, rende trasparenti le procedure, facilita la collaborazione. E favorisce la mobilitazione di grandi masse. Ma non equivale, di per sé, ad un insediamento sociale e ad un'organizzazione politica di uomini e donne in carne ed ossa. Che dibattono e si confrontano, guardandosi possibilmente negli occhi, tirando le somme e facendo sintesi, per «generare calore sufficiente, e per un tempo sufficiente, a scaldare la casa», per dirla alla Fukuyama.
Sempre che l'obiettivo sia cambiare il pezzo di mondo alla nostra portata, e non aggiungere una voce in più alla cosiddetta mediasfera, occupandola solo con qualche faccia nuova. Che non guasta, per carità. Tanto più in Italia. Ma possiamo accontentarci di così poco? Sarebbe come disporre di una poderosa Ferrari e usarla solo per fare la spesa.
 (sabato 26 maggio 2012)


Nessun commento:

Posta un commento