Grillo e quei referendum sardi

In un colpo solo, cancellate quattro province e aboliti i consigli di amministrazione degli enti regionali. Uno schiaffo sonoro alla casta. Faranno orecchie da mercanti?

 Tra Italia Grecia e Francia, i terremoti elettorali dell'ultimo week end non si contano più. E si rischia lo stordimento, tra percentuali commenti e facce d'ogni genere che campeggiano su monitor grandi e piccoli. Rischia di passare così in second'ordine una scossa politica fortissima, registrata — per di più — nella regione più antisismica del nostro paese, la Sardegna.
Con percentuali oltre il 90%, gli elettori sardi hanno cancellato quattro province (le più recenti, le altre quattro hanno detto che non le vogliono più), hanno quasi dimezzato la composizione del Consiglio regionale, portandolo da 80 a 50 membri, abolito le indennità consiliari, eliminato tutti i consigli di amministrazione di enti e aziende della Regione, ed altro ancora. Dieci «referendum anticasta» sono stati etichettati andando sul sicuro. E non hanno goduto neanche di informazioni capillari, nell'inerzia totale — manco a dirlo — dei partiti politici e della stampa. Potendosi avvalere, tuttavia, di un quorum al 33% degli aventi diritto al voto (più basso di quello nazionale), i promotori ce l'hanno fatta.
Un esito affatto scontato. Acciuffato per i capelli, dopo che a mezzogiorno i votanti erano sotto il 10% (si votava solo la domenica). Senza il tam tam sulla rete, si sarebbe fallito l'obiettivo. Uno scatto di reni dell'ultima ora, quindi. Propiziato dal rischio di perdere un'occasione unica per dare un altro schiaffo alla casta barricata nei suoi fortini dorati anche in Sardegna. Il giorno dopo ad occupare il campo è, difatti, il silenzio assordante di politici solitamente loquaci davanti a una telecamera o un taccuino. Solo a Grillo è venuto facile attribuirsi la paternità della vittoria. Benché nessuno l'abbia visto per tutta la campagna referendaria.
Chi ha occhi per vedere e cervello per capire, quel che avviene lo ha già chiaro. Se c'era, da domenica la cosiddetta «antipolitica» non c'è più. È diventata politica a tutti gli effetti, in Sardegna e in Italia. Cosa diavolo è formulare proposte generali per la polis, sottoponendosi al giudizio degli elettori con procedure democratiche? Politica allo stato puro, questo è. Se ne facciano una ragione i politici di mestiere e i santoni del giornalismo che gli fanno da sponda «a pappagallo».
Prendiamo il «caso Grillo», il caso del giorno, tanto per intenderci. Nel 2007 presentò tre proposte di legge d'iniziativa popolare per evitare l'elezione di condannati in via definitiva, limitare a due i mandati parlamentari, e modificare la legge elettorale impedendo la riedizione dei nominati. Fece esattamente quanto previsto dall'articolo 71 della Costituzione. Anzi di più: raccolse trecento mila firme anziché le cinquanta mila necessarie — in un solo giorno, il celeberrimo V-Day. Nell'audizione al Senato (obbligatoria per legge e ottenuta dopo un anno e mezzo d'attesa), Grillo disse: «Datemi una data di quando sarà discussa l'iniziativa popolare per l'elezione dei parlamentari, per lasciare fuori i condannati e scegliersi il parlamentare anziché trovarselo nominato, e mi manderete via contento». I senatori ascoltarono e lasciarono marcire firme e proposte, giuste o sbagliate che fossero, nei loro polverosi archivi.
È attraverso innumerevoli casi come questo che è cresciuta l'onda della cosiddetta «antipolitica» italiana. A ben guardare e ridotta all'osso, essa è solo il bisogno disperato di farsi ascoltare, esercitando legittimamente la sovranità popolare. A questo punto pensate forse che la lezione sarda sarà ascoltata prontamente a Cagliari? Scordatevelo. S'inventeranno mille scappatoie per fare orecchie da mercanti, come hanno fatto in tutti questi anni. A Cagliari e a Roma. Aprendo varchi al disincanto del cittadino e alle fortune del demagogo prossimo venturo. Con bandiere dei quattro mori o senza.
Eppure questa volta vorrei sbagliarmi, santa pazienza.
■ (martedì 8 maggio 2012)


1 commento:

  1. Vedrai che questa volta ti sbagli. Perché se il messaggio non è arrivato con le buone si andrà avanti con i forconi. Sofia

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