«Sayonara», nucleare addio

Rotto in Giappone il tabù del cosiddetto «atomo buono». A Tomari fermata l'ultima centrale in funzione, ufficialmente per manutenzione straordinaria. Chiuso per sempre il capitolo nucleare del Sol levante?

A un anno dall'incidente catastrofico di Fukushima, la centrale di Tomari nella prefettura di Hokkaido ha smesso di produrre energia elettrica. L'ultimo reattore nucleare ancora funzionante in Giappone è stato disattivato sabato 5 maggio. In migliaia per le strade di Tokyo, gli antinucleari hanno inalberato cartelli di giubilo. «Sayonara», addio, si sono spinti a scrivere su striscioni e manifesti. Chiedendo la rottura di un tabù: quello del cosiddetto «atomo buono». E speriamo che l'era nucleare sia finita davvero nel paese del Sol levante, dopo quarant'anni di disonorato servizio. Non si contano, infatti, i «micro incidenti» — si fa per dire —, sminuiti sempre dalle compagnie elettriche private, a cominciare dalla Tepco (Tokyo Electric Power Company) e dalla Kyushu Electric Power Company, con l'assorbimento delle cosiddette microdosi imposto alle comunità locali attorno agli impianti atomici. Conseguenza delle «piccole» fughe di radioattività sottaciute sempre dalle autorità pubbliche, come hanno provato a fare per settimane persino nell'ultimo disastro un anno fa.
Una micidiale «sindrome di Stoccolma», per le vittime della prima esplosione nucleare della storia, figlie dell'«atomo cattivo» inflitto come punizione inumana dopo l'attacco dell'ammiraglio Isaroku Yamamoto a Pearl Harbor. Solo l'arte e la visionarietà di un grande maestro del cinema mondiale come Akira Kurosawa, col film Sogni del 1990, ha saputo guardare fino in fondo all'abisso aperto davanti al suo popolo. «Arriva! La parte rossa è il Plutonio 239. Di quello basta pochissimo, un decimilionesimo di grammo ed è cancro. Quella gialla è Stronzio 90: quando ti arriva addosso ti entra dentro le ossa ed è leucemia. La parte viola è Cesio 137: si accumula nelle gonadi e muta i geni allelomorfi. In breve le creature che nasceranno saranno tutte mostruose», questo urla agli abitanti in fuga l'ingegnere che aveva costruito la centrale atomica esplosa in un fungo multicolore. «È incredibile l'imbecillità umana», continua a dire davanti al terrore di chi lo ascolta. «Tra i rischi della radioattività c'è quello di essere invisibile. Così abbiamo sviluppato una tecnologia per rendere visibile il rischio. E ora abbiamo il vantaggio di sapere che cosa ti ha ucciso. Bel vantaggio. La morte si annuncia con la sua carta da visita».
Ieri la chiusura di Tomari è stata, formalmente, uno stop provvisorio all'ultimo dei 54 impianti in esercizio per effettuare una manutenzione straordinaria decretata in tutto il paese dopo la catastrofe di Fukushima e le proteste crescenti di cittadini comuni, scrittori e premi Nobel, a cominciare da Kenzaburo Oe e Harumi Setouchi. Mettendo da parte il predominio incontrastato delle compagnie private che hanno avuto in mano la vita e la sicurezza di un intero paese, le autorità pubbliche si sono riservate il diritto a riattivare le centrali spente, se gli sarà data certezza che gli impianti siano «a prova di tsunami e terremoti». Come se a Chernobyl (in Unione Sovietica, nel 1986) o a Three Mile Island (negli Stati Uniti, nel 1979) fosse stato un terremoto o uno tsunami a provocare tragedie mai raccontate abbastanza.
Non è ora di chiudere un circolo vizioso che perdura dalle 8.16 del 6 agosto 1945 nei cieli di Hiroshima? Le lezioni della storia non bastano già?
■ (domenica 6 maggio 2012)


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