Germania, la lingua batte...

Guido WesterwelleIl ministro degli Esteri Westerwelle modera il linguaggio dei falchi tedeschi, ma conferma la sostanza. «Dare una lezione alla Grecia? Lì esportiamo, non ci conviene»

«Per quanto tempo ancora dobbiamo chiedere scusa per la Seconda guerra mondiale?». Sono volati fino a Palma de Mallorca, Guenter Dickmann e Andreas Neumeier, per porre la domanda al loro ministro degli Esteri. Guido Westerwelle sta villeggiando in questi giorni in uno dei paesi sull'orlo del fallimento economico, e i due cronisti di Bild am Sonntag — l'edizione domenicale del quotidiano tedesco — la questione la ritengono tanto importante da porla persino in un'intervista vacanziera per famiglie conservatrici in vacanza.
La lingua batte dove il dente duole, evidentemente. E la risposta di Westerwelle è all'altezza delle sue responsabilità politiche: «Siete venuti a Mallorca ad intervistarmi, e solo per questo pensate che viaggiare senza frontiere sia ovvio in Europa da una prospettiva storica? Il diritto di viaggiare, studiare o lavorare ovunque in Europa è un diritto che tutti noi abbiamo costruito passo per passo, con sforzi e pazienza». Per concludere, sul punto, che un giorno la sua speranza è quella «di una vera Costituzione, sulla quale si tenga un referendum».
Dal capo della diplomazia del paese che comanda oggi l'Europa non ci si poteva attendere una risposta diversa. Senonché «Gulliver imprigionato dai lillipuziani» — per riprendere la metafora usata su Repubblica qualche giorno fa — sente il bisogno di scalciare contro gli impacci che lo tengono legato a terra. «L'euro e l'Europa non sono minacciati solo da una politica di troppo poca solidarietà, ma anche da un eccesso di solidarietà», ha aggiunto Westerwelle. Detto nel Paese che ospita le sue vacanze, per il quale gli aiuti finanziari dell'Europa sono subordinati ad una ulteriore perdita di sovranità, fa uno sgradevole effetto.
In altri termini, «la Germania deve usare la sua forza per aiutare altri, deve diventare un amministratore e garante per la stabilità riconquistata di Stati oggi deboli, essendo egemone ma in modo amichevole», aveva scritto qualche settimana addietro il direttore di Die Welt Thomas Schmid. Parlando, di fatto, dei paesi meridionali dell'Eurozona «come se fossero nazioni dimezzate e vinte in guerra», annotava Barbara Spinelli l'11 luglio scorso, commentando le parole dell'ex sessantottino tedesco a capo del prestigioso quotidiano dell'élite conservatrice fondato ad Amburgo dalle potenze vincitrici del nazismo, oggi del Gruppo Springer.
E la Grecia?, incalzano i due cronisti del tabloid popolare Bild am Sonntag (sempre di Springer). «Il ministro delle Finanze bavarese Soeder ha chiesto di dare una lezione alla Grecia», ricordano Dickmann e Neumeier. «Una frase gravemente e volgarmente sbagliata. E se fosse rivolta a noi?», s'interroga il ministro degli Esteri della Merkel. «In Germania nessun altro Bundesland ha un'economia tanto legata all'export quanto la Baviera, dunque parlar male dell'euro è contro gli stessi interessi della Baviera», si premura di sottolineare ai suoi alleati di governo Westerwelle.
Più della buona educazione e della solidarietà politica continentale, potranno quindi le ragioni dell'export. Già un passo avanti per un «gigante» che, nel suo immaginario prevalente, torna a sentirsi circondato da tanti minuscoli uomini. E un ottimo monito per gli stessi «nani». Che un «potere contrattuale» — con tutta evidenza — ce l'hanno anche loro, visto che «Gulliver» lo nutrono coi loro consumi. Non per pietire qualcosa devono darsi una mossa. Quanto «per tutelare i propri interessi in una competizione in cui nessuno regala niente a nessuno», ha scritto oggi sul Corriere della Sera Angelo Panebianco. Una delle poche volte in cui mi sento d'accordo con lui.
 (lunedì 13 agosto 2012)


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