Marchionne e i pesci in barile



Nel 2009 per il Financial Times era «un visionario o un illuso». Tre anni dopo possiamo dirlo: il numero uno del Gruppo Fiat è «un illuso» che ci costa molto caro. Ma le istituzioni italiane fanno ancora finta di non capire

Due anni fa, in occasione del referendum sul futuro di Mirafiori lei disse: «Se fossi un operaio voterei sì». Ha cambiato opinione? La domanda di Paolo Griseri e Diego Longhin al sindaco di Torino è secca. La risposta di Piero Fassino su Repubblica di ieri pure: «No, per due ragioni». La prima ragione — riassumo io — è che la crisi dell'auto morde anche la concorrenza. La seconda ragione di Fassino conviene riportarla testualmente, per intero: «Non c'è nessuno che possa dimostrarmi che Mirafiori sarebbe stata più al sicuro se al referendum avesse vinto il "no". Anzi, credo che avrebbe chiuso». Chiaro, no?
Ripartiamo, allora, da dove ci siamo fermati col post di giovedì 2 agosto («Sergio Marchionne, l'uomo-bluff»). Di fronte all'ipotesi che la Fiat entrasse in Opel «per scommettere su una nuova azienda che costruisca ogni cosa, dalle Jeep 4x4 alle piccole Fiat 500 passando per Opel e Saab» (coi contributi pubblici, come si apprestava a fare in Chrysler con 7,5 miliardi di dollari di Obama), il governo tedesco chiese di saperne di più. Quello che aveva in mente Marchionne — anche le parole che seguono sono le sue, dette all'inviato del Financial Times ai primi di maggio del 2009 — era «un mostro, da sei milioni di autovetture prodotte all'anno, alla pari con Volkswagen e secondo solo a Toyota».
Gli uomini della Merkel convocarono il manager italo-canadese, gli fecero esporre la sua «scommessa» e lo misero alla porta. «Dal 1945, la Germania è un paese dove questo non è mai avvenuto» mise subito in chiaro la Cancelliera, davanti alla sola ipotesi che — coi soldi di tutti — si chiudesse una fabbrica tedesca.
Per tutta la prima metà del decennio scorso, la Germania è stata la grande malata d'Europa. È bene non dimenticarselo affatto, tanto più oggi. Con riduzioni d'orario e di stipendio, le maestranze dell'industria automobilistica (e non solo quelle) furono tenute nel circuito produttivo aziendale nonostante la crisi di mercato. Pronti a ripartire, non appena la ristrutturazione tecnologica e il ciclo economico lo avessero consentito. E così è stato. È sicuro il sindaco Fassino che un vincolo sociale simile a quello praticato in Germania non avrebbe indotto oggi Marchionne a pesare maggiormente le sue scelte senza scaricare sui lavoratori le sue scommesse da «visionario o illuso»? Visti gli esiti, oggi possiamo sciogliere il dubbio del Financial Times di tre anni fa: abbiamo davanti un «illuso» che comincia a costarci molto caro.
La differenza tra Germania e Italia non è solo questa appena detta. Ciò è ben evidente e lo sappiamo. Ma lì le istituzioni ci sono e pesano, costruendo politiche industriali senza scassare il tessuto connettivo della società. E anche i sindacalisti italiani farebbero bene a riflettere sul «modello tedesco». A cominciare dalla Mitbestimmung, il sistema di codecisione fra sindacati e aziende. Grazie al quale, questa primavera, è stato ottenuto l'aumento delle paghe del 4,3% nel settore auto, dopo anni di ristrutturazioni produttive e di magra salariale (su una base — comunque fantasmagorica in Italia  di 2500 euro netti al mese e 34 ore di lavoro alla settimana).
Da noi le uniche parole dette dal premier Monti, in un incontro con Marchionne il 16 marzo di quest'anno (facendo da quinta, nel cortile di Palazzo Chigi, alla presentazione della nuova Panda), sono state le seguenti: «Chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di scegliere per i suoi investimenti e per le sue localizzazioni le soluzioni più convenienti». «Un incontro perfetto» si affrettarono a dichiarare, difatti, John Elkann e Marchionne alla fine della messa in scena a favore di fotografi e telecamere. Una bella differenza con gli uomini di governo tedeschi (e francesi e americani). Passera, ad esempio. Che fine ha fatto l'onnicompetente Passera? E la loquacissima Fornero? Non pervenuta, neanche lei. Tra sindaci ministri premier e sindacalisti, quanti stanno facendo i pesci in barile in questo nostro disastrato paese?
 (sabato 4 agosto 2012)


Nessun commento:

Posta un commento