Sergio Marchionne, l'uomo-bluff



Due anni fa annunciò 20 miliardi di euro d'investimenti in Italia, oggi prevede la chiusura di un altro stabilimento dopo Termini Imerese. Il numero uno del Gruppo Fiat litiga con tutti, e si fa mandare a quel paese anche dalla Volkswagen. Solo il premier Monti non vede e non sente

E se provassimo a dirlo ad alta voce? Sergio Marchionne è il più grande bluff della storia dell'industria italiana. Osannato da tutti per cinque anni, tra il 2004 e il 2009, per aver salvato la Fiat dal declino produttivo, ne ha impiegati meno di tre, dal 2010 ad oggi, a farla declinare davvero e a dimostrare di che pasta sono fatti i suoi impegni: semplici parole al vento.
Ricapitoliamo i passaggi salienti. Per far ingoiare ai lavoratori di Pomigliano e ai loro sindacati un accordo che azzerava diritti orari e retribuzione, nella primavera del 2010 strombazzò il progetto Fabbrica Italia. 20 (venti!) miliardi di euro di investimenti in quattro anni, e un balzo in avanti della produzione di autovetture da 650 mila a 1 milione e 400 mila entro il 2014. Di lì a poco, con lo stesso ricatto praticato in Campania («o così o si chiude»), a gennaio del 2011 le mani libere le ha ottenute anche sui lavoratori (e i sindacati) di Mirafiori, la Fiom è stata fatta fuori dai due stabilimenti, ma gli investimenti non si sono visti affatto. La produzione è intanto quasi dimezzata, Pomigliano va in cassa integrazione, e Mirafiori si consuma come una candela.
«Nei prossimi cinque anni — riassumeva il 23 aprile 2010 Omniauto.it, riprendendo la nota ufficiale del Gruppo Fiat pubblicata su tutte le testate cartacee nazionali — la produzione di auto e veicoli commerciali in Italia passerà da 800 mila a 1 milione e 650 mila unità all'anno. Più del doppio. Il Gruppo impegnerà quasi il 70% degli investimenti mondiali negli stabilimenti italiani. Non è tutto: il piano prevede che la quota di veicoli prodotti in Italia e destinati ai mercati esteri salga dal 44% al 65%». I cinegiornali di regime trasmessi dall'Istituto Luce erano persino più sobri.
Rispondendo a domande precise di Massimo Mucchetti (che gli ricordava, fra l'altro, la multi piattaforma Volkswagen messa in pista per produrre 20 modelli diversi), a febbraio di quest'anno Marchionne continua il suo bluff. Dove sono i nuovi modelli Fiat? «La Fiat ha scelto di rallentare il lancio dei nuovi modelli per la scarsità della domanda in Europa». I concorrenti fanno il contrario, osserva il notista del Corriere della Sera. «Ed ecco che Peugeot-Citroen, Opel, Renault e la stessa Ford Europe perdono soldi nel Vecchio Continente». Come voi, del resto. Ma almeno hanno difeso le quote di mercato, incalza Mucchetti. «Ragionando così non si va lontano. Guardiamo avanti».
Sì, Marchionne guarda avanti. E si vede. Pochi giorni fa sbatte il muso contro Volkswagen, rea — a suo dire — di praticare sconti ai clienti su modelli competitivi. «Sergio Marchionne è insopportabile come presidente dell'Acea», l'Associazione delle case automobilistiche europee, lo rintuzza il 27 luglio da Wolfsburg il responsabile della comunicazione del terzo gruppo mondiale dei produttori di auto. «Chiediamo le sue dimissioni», aggiunge Stephan Gruehsem, al Wall Street Journal. Il giorno prima il numero uno di Fiat aveva detto all'International Herald Tribune che la politica di sconti aggressivi del Gruppo tedesco, così come di altre aziende automobilistiche, «è un bagno di sangue sui margini».
Proprio così. Il paladino del libero mercato qualche settimana fa s'era già impancato per ottenere dall'Europa un contingentamento della produzione automobilistica, com'era stato fatto trent'anni addietro per l'acciaio. Un fenomeno, questo Marchionne. Meglio di lui fa solo il premier Monti. Che gli lascia distruggere — indisturbato, e a grandi falcate — quel che resta dell'industria automobilistica italiana. L'esatto contrario di quanto aveva fatto Obama a suo tempo a Detroit per la Chrysler, e sta facendo Hollande per la Peugeot a Parigi oggi. Anche la Merkel, quando — sempre lui, Marchionne — bussò alla Opel nel 2009, gli chiese di mostrare le carte: il top manager italo-canadese farfugliò qualcosa e fu messo alla porta. Di fronte all'ipotesi che venisse chiusa qualche fabbrica tedesca, la Cancelliera sibilò poche parole: «la Germania è un paese dove questo non è mai avvenuto dal 1945».
Conviene tornarci, su tutto questo.
 (martedì 31 luglio 2012)


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