Il pane e i veleni di Taranto


La famiglia Riva costretta a mettere sul tavolo 146 milioni di euro per modernizzare l'Ilva. Il governo decide, finalmente, di sostenere le prescrizioni del giudice per le indagini preliminari, rinunciando al «conflitto di attribuzione» contro la magistratura minacciato alla vigilia di ferragosto dal ministro Clini

In 13 anni, sono stati registrati: 386 decessi attribuiti alla responsabilità dell'Ilva; 237 casi di tumore maligno, di cui 17 in età pediatrica; 247 eventi coronarici; 937 ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie, in gran parte tra i bambini; decine di masserie chiuse, 600 contadini licenziati e tremila capi di bestiame abbattuti nel raggio di 20 chilometri dalla fabbrica per l'inquinamento da diossina. È il bollettino di guerra che ho dovuto raccontare tante volte andando e venendo da Taranto, mettendo in luce il dramma vissuto da un'intera città, fra il pianto di vedove delle cosiddette «morti bianche» — mai termine è stato più impreciso e menzognero —, la sofferenza di famiglie piegate dalle malattie e i ricatti inumani a dover scegliere il pane o i veleni della fabbrica. Numeri fissati, finalmente, nella perizia epidemiologica della Procura, finiti negli atti giudiziari.
Ed ora? C'è voluto il sequestro degli impianti per far scucire alla famiglia Riva 146 milioni di euro. Una piccola parte dei soldi necessari a modernizzare la più grande acciaieria d'Europa. Una goccia prelevata dal mare di utili incamerati a Taranto dai signori dell'acciaio negli ultimi diciassette anni. Con l'alibi che i veleni, dalla metà degli anni Sessanta, li aveva già scaricati l'Italsider (cioè lo Stato, proprietario degli impianti), dal 1995 i nuovi padroni hanno, difatti, perfezionato solo i modi di occultare le malefatte industriali. Una goccia, oggi, questi 146 milioni, nel mare dei soldi necessari a bonificare azienda e territorio.
Il «sistema Riva» l'abbiamo potuto conoscere tutti quanti dalle carte dell'inchiesta della Procura: mazzette per falsificare il rapporto sulla fabbrica, corruzione di funzionari pubblici e dello stesso perito della magistratura (l'ex preside del Politecnico di Taranto), «comprando» — manco a dirlo — il silenzio della stampa. Non può certo bastare il licenziamento in tronco di Girolamo Archinà, il cosiddetto «uomo Ilva sul territorio», ad archiviare, a questo punto, le gravissime responsabilità degli imprenditori. E della politica.
«Non farei mai crescere mio nipote lì. E non ci prenderei mai casa», aveva detto a Il Fatto Quotidiano l'8 agosto scorso il ministro dell'Ambiente parlando del quartiere Tamburi costruito attorno all'acciaieria, disseminato — come ho ricordato all'inizio — di morti e tumori in ogni famiglia. La settimana dopo, alla vigilia di Ferragosto, Corrado Clini se n'era uscito dicendo, invece — a due voci col ministro Passera —, che i provvedimenti di sequestro del giudice per le indagini preliminari mettevano «a rischio il sistema industriale italiano». Aggiungendo — sempre nell'audizione alla Camera — che «il governo sta valutando se sollevare il conflitto di attribuzione con la magistratura davanti alla Consulta»: uno spartito diverso per i diversi cortili in cui si canta?
Eppure, il ministro Clini sa bene ch'era stata l'«Autorizzazione integrata ambientale» concessa dal suo predecessore Stefania Prestigiacomo, appena un anno fa, a consentire all'Ilva di proseguire come sempre, «addomesticando» anche i funzionari ministeriali, stando a quanto emerge dall'inchiesta giudiziaria. A cominciare dal presidente della Commissione «Aia», il trentenne Dario Ticali, laureato nel 2004 al piccolo istituto privato Kore di Enna, esperto — pensate un po' — del ravaneto nelle pavimentazioni stradali, messo lì dalla Prestigiacomo. È ancora al suo posto, ministro Clini? Accanto a imprenditori senza scrupoli, sotto accusa ci sono, difatti, proprio le istituzioni che hanno chiuso gli occhi di fronte a tutte le evidenze, omettendo per decenni persino l'istituzione di un registro tumori in una delle città più inquinate d'Europa.
«Mai sollevato il conflitto davanti alla Consulta», ha dichiarato venerdì 17 agosto Clini a Taranto, di fianco al ministro Passera mentre il suo collega dello Sviluppo economico annunciava in Prefettura la nomina di un commissario di governo per eseguire le prescrizioni dei magistrati da inserire in una nuova «Autorizzazione integrata ambientale» entro settembre. No, il conflitto Clini non lo ha «sollevato». Lo ha solo minacciato alla Commissione Industria, tre giorni prima.
Sono anche questi comportamenti dei rappresentanti pubblici ad aver impastato il pane dei tarantini nei veleni dell'acciaieria (e dell'Arsenale e delle altre aziende inquinanti, disseminate tra il Mar Grande e il Mar Piccolo). Avete sentito parlare, ministri Passera e Clini, di un processo per omicidio colposo nei confronti degli ex vertici di Italsider che comincerà fra qualche settimana? Le inchieste dell'ex pretore Franco Sebastio, attuale capo della Procura, vanno avanti da più di trent'anni. Mentre governi e regioni giravano lo sguardo sempre altrove. Non sarebbe ora di finirla qui?
 (sabato 18 agosto 2012)


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