Germania über alles

Dal 2001 al 2012, Berlino ha moltiplicato per dieci la propria bilancia dei pagamenti grazie all'euro. E, con la differenza sui tassi d'interesse per i titoli pubblici, i paesi più deboli stanno pagando i debiti germanici. Si possono dire queste cose senza essere considerati anti tedeschi?


Apriti cielo. Monti ha detto che in Italia crescono i sentimenti anti tedeschi e in Germania s'è scatenato il putiferio. Come se non fosse proprio il non detto a far crescere incomprensioni e ostilità, da sempre, in ogni luogo. L'intervista di domenica 5 agosto del premier italiano su Der Spiegel può essere letta in tanti modi. Come atto di lealtà comunitaria o come captatio benevolentia nei confronti di un'opinione pubblica teutonica vieppiù insofferente nei confronti dei cosiddetti «scrocconi e parassiti del Sud Europa», o come altro la si voglia considerare, finanche una gaffe. Resta il fatto inconfutabile: in Italia (e in Grecia e in Spagna e in Portogallo e in Francia) le intransigenze «rigoriste» della Germania appaiono sempre più indigeribili. Paradossali e contraddittorie. Proviamo a mettere a fuoco, al riguardo, qualche passaggio-chiave, senza paura ad usare le parole adatte a descriverlo.
La supremazia economica (e quindi politica) della Germania in Europa è oggi indiscutibile. Merito di una prevalenza demografica non meno che di una disciplina sociale senza pari. Troppo noti, questi tratti, per doverli discutere. La svolta che qui mi preme sottolineare è costituita dalla titanica riunificazione dei due tronconi della Germania divisi dalla sconfitta nazista e confinati dal Muro di Berlino: terribile sigillo della guerra fredda ereditata dalla Conferenza di Yalta e durata 46 anni. In poco più di un decennio, dagli inizi degli anni Novanta le élites tedesche hanno saputo colmare divari enormi tra l'Est e l'Ovest del loro paese, chiudendo i conti con l'eredità comunista della ex Ddr. E l'hanno fatto nel modo più convincente e definitivo: estendendo benessere e libertà a tutti i tedeschi.
Qualcuno può onestamente pensare che, in questo processo, sia stato trascurabile lo sviluppo di un mercato unico di quasi mezzo miliardo di consumatori in cui riversare i propri prodotti? Due soli numeri, per capire la formidabile progressione economica della Germania negli ultimi vent'anni. Dal 1989 al 2000 (quindi in piena fase pre-euro) la bilancia dei pagamenti correnti della Germania era in rosso per 126 miliardi. Dal 2001 al 2012 (quindi con l'euro, comprendendo anche l'attuale fase di crisi dei Paesi periferici) è balzata in positivo a quota 1.791 miliardi (dati Bloomberg). Decuplicata in appena dieci anni. E in Italia, giusto per fare un raffronto? Prima dell'introduzione dell'euro avevamo una bilancia dei pagamenti correnti positiva per 53 miliardi. Nel periodo successivo siamo in passivo di 388 miliardi.
Helmut Kohl — artefice primario della riunificazione tedesca — tutto questo lo ebbe ben chiaro sin da subito. E seppe farlo comprendere ai suoi concittadini, convincendoli a rinunciare al loro «sacro» marco. Ci guadagnarono, così, una moneta unica che assunse, di fatto, il valore della loro divisa, facilitando come non mai la penetrazione delle loro merci in tutt'Europa. Base imprescindibile, questa, per le economie di scala e per il salto in alto delle esportazioni made in Germany negli Stati Uniti in Asia e nel resto del mondo. Quella che era stata fino ad allora la cosiddetta «area del marco», circoscritta ai paesi del centro Europa, si estese in un battibaleno fino ai vituperati — al giorno d'oggi — paesi del Sud. Grecia, Spagna, Portogallo e Italia sono diventati (in dieci anni, senza barriere d'alcun tipo) pascolo incontrastato dei — peraltro eccellenti — prodotti tedeschi.
E non è tutto. Per ottenere i propri obiettivi sociali e politici conseguenti alla riunificazione statuale del proprio paese, la Cancelleria tedesca ha forzato le regole comunitarie. Violando — proprio lei, vestale dell'asserito rigore finanziario — il rapporto deficit-Pil nella prima metà del decennio scorso. Chi se ne ricorda più oggi, davanti alle petulanti ramanzine teutoniche sugli «inviolabili trattati comunitari» recitati come un mantra?
E del finanziamento del debito pubblico tedesco — sì, anche i tedeschi hanno fatto e fanno debiti —, vogliamo parlarne? Oggi questo finanziamento avviene addirittura a costo zero, come siamo costretti a ricordarci ogni giorno coi bollettini di guerra sullo spread che divora mezzo continente, invadendo i tinelli d'Europa all'ora del tg. Detto in altri termini, il costo dei nostri debiti (e di quelli greci, spagnoli e portoghesi) sta consentendo ai tedeschi di pagare i propri. È anti tedesco analizzare questa realtà e spiegarla?
E sapete quanto hanno risparmiato i tedeschi con le differenze tra i tassi d'interesse dei paesi più poveri e i loro? Più di mille miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Il doppio esatto di quanto dispone oggi il Fondo europeo salva stati per evitare la bancarotta delle economie più deboli. Sentimenti anti Germania anche questi, o semplici dati di fatto?
E così torniamo a Monti da cui siamo partiti. «Al contrario di quel che pensano molti tedeschi», ha detto a Der Spiegel il premier italiano, «dalla Germania l'Italia non ha avuto un solo euro, anzi: i nostri tassi d'interessi alti sui titoli pubblici sovvenzionano e tengono bassi i vostri». L'Italia, ha aggiunto, «ha messo mano alle proprie casse in favore della Ue ma non ne ha mai usufruito». Altri tempi dalla cosiddetta «politica del cucù» di berlusconiana memoria, di cui la stampa tedesca (e, stupidamente, quasi tutta quella italiana) s'è deliziata per anni.
«Dall'euro quelli che ci hanno guadagnato di più siamo stati noi. E dalla sua crisi saremmo noi a perderci di più», ha scritto Wolfgang Schäuble nei giorni scorsi. Le avesse dette prima queste parole, il ministro delle Finanze. Le avesse dette ai giornali tedeschi e ai propri concittadini, o le avesse suggerite — anche solo in un orecchio — alla cancelliera federale prima di uno degli inconcludenti 26 vertici europei: sarebbe stato decisamente meglio. Nell'ultimo anno abbiamo potuto apprezzare, invece, solo il ritornello dei «Nein» della Merkel e le sue variopinte giacchette, su e giù davanti alle telecamere, baci e abbracci con Sarkozy.
Parole così ci avrebbero risparmiato — almeno — la bava alla bocca di Alexander Dobrindt. «La brama dei soldi dei contribuenti tedeschi spinge il signor Monti a un florilegio anti-democratico», ha affermato dopo l'intervista del premier italiano il segretario dell'Unione cristiano-sociale (Csu) bavarese, fratello gemello della Cdu, il partito di Schäuble. A cui si è aggiunto Franz Schaeffler, leader della Fdp, i liberali tedeschi, principali alleati della Merkel: «Non esiste al mondo un'altra economia che abbia così tanti punti di forza. Anche la competitività francese è peggiorata dall'introduzione dell'euro. Oggi l'economia di Parigi non è più da considerare concorrenziale con quella tedesca». Per concludere l'intervista a Focus Money così: «Tra 18 mesi l'euro sarà morto».
Germania über alles è un po' troppo, herr Schaeffler. Pretenderlo tre volte di seguito — in un solo secolo, per di più — è insopportabile. Eppoi, segare il ramo su cui si è seduti non è gran segno d'intelligenza. La quale, per fortuna, non si misura ancora col Pil. Anche questo avrebbe dovuto già insegnarcelo la storia drammatica del continente, frau Merkel. Non è forse questa la «mancanza di visione» di cui l'accusa da un anno in qua il suo ex mentore e maestro Helmut Kohl?
 (giovedì 9 agosto 2012)


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