E spuntò il Farina infame


Ordine dei giornalisti e Federazione della stampa mobilitati a favore di Sallusti. Perché non dire che l'ex direttore di Libero s'è rifiutato di rettificare le notizie false imbastite da Renato Farina sotto pseudonimo? E perché non ricordare che, per coprire l'ex agente Betulla, ha mentito anche all'Ordine sull'identità di Dreyfus?

 «Mi trattano come un vile. Invece sono solo stanco di fare del male, di danneggiare le persone». Ha detto proprio così, l'ex agente Betulla alias Dreyfus, opinionista ancora in esercizio e parlamentare della Repubblica. Renato Farina, questo il suo nome registrato all'anagrafe, ha scelto il comodo scranno della Camera dei deputati per confessare il suo crimine: la diffamazione a mezzo stampa per aver scritto deliberatamente il falso contro un giudice tutelare di Torino. Un reato infamante che, per lui, dovrebbe essere anche un peccato.
C'è voluta, dunque, una settimana di fumogeni, diffusi a piene mani dagli schermi tv e sulla carta stampata, prima di dire a lettori e telespettatori la più semplice delle verità: Alessandro Sallusti, direttore attuale del Giornale, non era stato condannato a 14 mesi di carcere per un'opinione espressa sul quotidiano Libero da lui firmato all'epoca dei fatti. Tre gradi di giudizio — uno dopo l'altro — lo hanno condannato per aver coperto, come direttore responsabile, una patacca diffamatoria. Usurpando la qualifica di giornalista, l'agente Betulla aveva costruito il falso a tavolino — abitudini da «barba finta» dure a morire — e Sallusti l'aveva sparato in prima pagina. Per alimentare la macchina del fango contro la magistratura del suo attuale datore di lavoro, a supporto delle campagne ideologiche di Comunione e Liberazione contro l'aborto.
Per una settimana, titoloni di giornali e tg hanno battuto la grancassa, mescolando grano e loglio. L'abolizione sacrosanta di una pena sproporzionata (che prevede il carcere per la diffamazione a mezzo stampa), ha «oscurato», per così dire, il rifiuto di Sallusti e di Libero di pubblicare una smentita del falso acclarato dopo la condanna di primo e secondo grado. Che c'entra la libertà d'opinione, in tutto questo? Eppure, a scendere in campo in solidarietà al «martire» Sallusti sono state le grandi firme del giornalismo italiano. Da Il Fatto Quotidiano con Marco Travaglio (che i fatti giudiziari li conosce bene), a la Repubblica con Giovanni Valentini (che i fatti ha dimostrato di non conoscerli affatto), oltre alle testate con la bava alla bocca contro le toghe ogni volta che possono.
Sulla vicenda, per quattro sere consecutive, Enrico Mentana ci ha aperto il tg de La7, aggiungendo la sua voce non proprio flebile al coro pavloviano sulla libertà conculcata. «Troppo tardi», ha twittato ieri sulla confessione di Farina fra i velluti rossi di Montecitorio. «Sei un infame», ha concluso con indignazione all'indirizzo del Dreyfus de plume, sentendosi forse ingannato pure lui dai duetti tra Sallusti e l'ex agente segreto sotto copertura. Personalmente, mi aspetto qualcosa del genere anche dalla Federazione della stampa e dall'Ordine dei giornalisti, che hanno profuso in questi giorni ampia solidarietà al direttore de il Giornale. Benché Sallusti abbia mentito anche all'Ordine professionale quando gli chiesero chi si celasse dietro un nome posticcio preso dal cognome reale di un innocente vero, che si starà rivoltando nella tomba.
Ecco, questo vorrei aggiungere a Roberto Natale (presidente della Fnsi) e a Enzo Jacopino (presidente dell'Ordine dei giornalisti): se volete insistere sulla strada degli ultimi giorni, contribuendo alla voluta confusione tra fatti accertati e opinioni inesistenti, tra la protervia di Sallusti — che pretende la grazia di Napolitano (o qualcosa del genere), senza neanche chiederla — e una sanzione sproporzionata che va cancellata, se volete continuare su questa strada non fatelo più in mio nome. So, per averne parlato con tanti colleghi in questi giorni, che il mio disagio è quello di tutti i giornalisti che fanno questo mestiere con senso del dovere impegno e scrupolo.
Non mi va proprio, anzi non ci va per nulla (si badi, un plurale effettivo), d'essere intruppati in una reazione corporativa che salta i fatti e mistifica la realtà. No, il carcere a me non va bene, neanche per Sallusti. Ma qualche pena alternativa è giusta. O no? Soprattutto se ad architettare le diffamazioni contro i nemici di turno è una catena di recidivi — molto ben remunerati non solo coi soldi privati del capobanda — concepita per macchinare implacabili campagne di stampa a favore di una destra in decomposizione che vomita il suo marciume un giorno dopo l'altro. In altri termini, tra il Giornale e Libero, è sempre... Farina di quello stesso sacco.
«Ho agito con coscienza», ha aggiunto il tardivo reo confesso alla Camera dove s'è rifugiato con Berlusconi per servigi resi all'allora capo del Sismi il generale Nicolò Pollari e al di lui attendente di campo Pio Pompa. Ha parlato esattamente così l'ex spione: «ho agito con coscienza». Che coscienza avrà mai questo Farina-Betulla-Dreyfus? Risulta che creda ancora in Dio — non si sa se nelle vesti di Farina di Betulla o di Dreyfus — e che si confessi con regolarità per accostarsi giornalmente all'eucarestia. Cosa ha raccontato in questi anni al suo confessore? Ce n'è ancora qualcuno, in abito talare o col più umile saio, disposto non dico ad ascoltarlo ma a prendere sul serio i suoi pentimenti? La domanda — un po' cruda, lo ammetto — l'ho rivolta ad un collega che stimo, credente e praticante, inviato di punta in uno dei più diffusi settimanali cattolici italiani. «Une grosse question», m'ha risposto simpaticamente in francese, alzando gli occhi al cielo. Sì, è un problema grosso. Molto grosso. Anche questo. Ben oltre il triste caso del Farina infame.
(venerdì 28 settembre 2012)


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