Mancino, le telefonate al Quirinale e la Madonna di Montevergine

il_capo_stato_giorgio_napolitano con l'amico Nicola Mancino
Anziché rispondere ai magistrati di Palermo, l'ex presidente del Senato alza gli occhi al cielo e «spera» che i conflitti tra le istituzioni cessino. Qualcuno si ricorda ancora che a provocarli è stato proprio lui?

«Il conflitto tra i poteri dello Stato? Spero che cessi». Ha risposto così Nicola Mancino ai giornalisti che l'hanno avvicinato sabato 1 settembre prima di varcare un santuario irpino. Chiederà aiuto alla Madonna di Montevergine per ottenerlo? O metterà fine, lui per primo, alla valanga di polemiche innescate dalle sue telefonate al Quirinale alla ricerca di qualche scudo istituzionale di troppo? Risponderà, così, finalmente, alle domande dei magistrati di Palermo sulle trattative Stato-mafia, accettando il faccia a faccia con l'ex ministro di Giustizia?
Per sfuggire al confronto con Claudio Martelli, il già ministro dell'Interno presidente emerito del Senato ed ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura aveva cercato di ripararsi sotto le bandiere del Colle. Una sequenza dei fatti scomparsa già del tutto dalle cronache e soppiantata dal fango sparso fin sul Presidente della Repubblica con una destabilizzante campagna denigratoria. In un paese più serio del nostro, un uomo col passato istituzionale di Nicola Mancino il conflitto fra i poteri dello Stato non l'avrebbe neanche provocato. Avendolo fatto, ne avrebbe tratto quantomeno le conseguenze. Siamo arrivati, invece, agli auspici — a margine di un pellegrinaggio religioso —, dopo mesi di polemiche e all'indomani del falso scoop di Panorama sul «contenuto» delle telefonate tra lui e il presidente Giorgio Napolitano.
La cagnara basata sul nulla imbastita dal settimanale della famiglia Berlusconi è, difatti, l'ultimo atto di manovre torbide e comportamenti obliqui per lasciare nell'ombra le responsabilità politiche della stagione stragista di Cosa Nostra, su cui stava lavorando Paolo Borsellino prima d'essere fatto a pezzi col tritolo davanti alla casa della madre vent'anni fa. Mancino incontrò o no il magistrato di Palermo assassinato di lì a poco dagli uomini di Riina e Provenzano? E cosa si dissero incontrandosi? Perché Mancino ha temuto e teme come la peste il confronto diretto con un suo autorevole ex collega di governo, che guidava, oltretutto, un ministero cruciale, com'era del resto anche il suo? Accetti le domande dei magistrati, avvocato Mancino, e «il conflitto fra i poteri dello Stato» finisce lì. Non c'è affatto bisogno di «sperare» che cessi, magari con qualche preghiera in più.
«Le stragi mafiose del '92 si inserivano in una strategia più ampia che tendeva a mantenere l'esistente ed a fermare la spinta al cambiamento», ha affermato in questi giorni il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Aggiungendo subito dopo: «Oggi c'è una ulteriore destabilizzazione fatta da menti raffinatissime contro la magistratura e contro il capo dello Stato». Se è così, un primo obiettivo «le menti raffinatissime» l'hanno già raggiunto. Tutti a parlare di Quirinale, Corte costituzionale e conflitto tra Procura e Napolitano, nessuno a chiedere più a un uomo di Stato — quale a lungo è stato Nicola Mancino — di rendere conto delle funzioni svolte. Un dovere che un uomo pubblico dovrebbe sentire prima d'ogni altra cosa. E che un paese civile dovrebbe pretendere dai propri rappresentanti sempre. In ogni circostanza. Tanto più per fatti già passati alla storia. Macchiandola di sangue.
 (sabato 1 settembre 2012)


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