Berlusconi, alle cinque della sera



L'ultima corrida del Cavaliere, furioso come un caimano in trappola, contro la giustizia italiana e il mondo intero. Il tycoon «de noantri» dichiara guerra (di parole) alla Merkel, prepara il benservito a Monti e cerca la rivincita allo scacco matto di Napolitano nel 2011. Se il Presidente della Repubblica la spina l'avesse staccata un anno prima, l'Italia si sarebbe già sbarazzata di un «delinquente naturale» (sentenza del tribunale di Milano due giorni fa)

 Sull'ultima corrida del cavalier Berlusconi, posso dirlo ad alta voce? A stupirmi di più sono gli stupìti. Prendiamo l'editorialista del Corriere della Sera Sergio Romano. Nell'apertura del giornale di oggi scrive: «Il suo 'passo indietro' di qualche giorno fa sembrava aver tolto di mezzo un'ipoteca e un alibi. Il suo partito avrebbe smesso di aspettare, inerte, la decisione del padre-padrone e sarebbe diventato infine 'maggiorenne'». Quanto stupore, ambasciatore Romano, per l'ennesima dichiarazione di guerra di un uomo disperato. Prima di arrendersi — con tono da caudillo, quale si sente ed è —, vorrebbe stravolgere la Costituzione repubblicana, l'ultimo punto ancora incompiuto del famigerato «Piano di rinascita» di Licio Gelli.
In politica — fa specie doverlo ricordare ad uno storico che continua a scrivere pregevoli libri sul nostro passato prossimo e remoto — Berlusconi è entrato, vent'anni fa, per disperazione economica personale. Fatto fuori per ruberie il suo protettore e sodale (fors'anche socio occulto in affari), a lui restavano nove mila miliardi di lire di debiti. «Se Silvio scende in campo sarà sotto il sole», aveva detto allora il capo del Psi Bettino Craxi, già in fuga verso la Tunisia, ad Hammamet. All'annuncio dell'impegno politico del suo protetto, alludeva — con ogni evidenza — alla sua vita e ai suoi affari «in ombra». L'episodio è stato ricordato ieri alla conferenza stampa di Villa Gernetto a Lesmo in una delle poche domande seguite ad un soliloquio di 50 minuti, a cui lo «statista» tanto amato dai «moderati» italiani ha replicato con una delle sue solite battute, giusto per non rispondere: «Sotto il sole? Mi pare che oggi siamo sotto la pioggia e il vento».
Dobbiamo ricordare qui, ancora una volta, la confessione del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri una dozzina d'anni fa? «Se fosse andata male la discesa in campo di Berlusconi, saremmo finiti tutti o in galera o sotto i ponti». E, da premier, quel che ha fatto il tycoon «de noantri» (foraggiato dalla politica sin dagli esordi imprenditoriali) ha avuto un'unica bussola: salvare la ghirba e la roba. Furioso come un caimano in trappola, alle cinque della sera di ieri l'ha penosamente ribadito nella sua eterna ed ultima corrida contro la giustizia italiana e il mondo intero. Preparando un benservito a Mario Monti, dichiarando guerra (solo di parole, per nostra fortuna) alla Merkel e cercando una rivincita allo scacco matto imposto un anno fa da Giorgio Napolitano.
Lo scacco matto, in realtà, glie lo aveva già fatto a novembre dell'anno prima Gianfranco Fini, togliendogli la maggioranza alla Camera. Anziché sciogliere il parlamento e chiamare tutti al voto, il Presidente Napolitano concesse a Berlusconi un inspiegabile mese di tempo. Durante il quale il «grande venditore» ebbe modo di comprarsi Scilipoti, Razzi e compagnia 'mercanteggiante' un tot di euro al chilo. E così il 14 dicembre del 2010, col tariffario della campagna acquisti di Denis Verdini, riacciuffò una maggioranza raccogliticcia e prezzolata. Un ulteriore anno di pena. Per l'economia e, ancor più, per la dignità del paese. Consegnato, infine, nelle mani di Monti. Per tornare a sedersi, dignitosamente, ai tavoli internazionali. A quali prezzi sociali e politici, in parte obbligati, oggi è a tutti più chiaro.
Con rinnovato stupore, Sergio Romano conclude il suo editoriale sulla parabola del Pdl e del suo padre-padrone: «Se continuerà ad essere il partito di Berlusconi, verrà inevitabilmente considerato uno strumento del suo conflitto d'interessi»: ma davvero? Poco prima, sul fondatore del partito, aveva osservato: «Ha trasformato una questione personale [la condanna per frode fiscale, ndr] in questione nazionale. Ha dimostrato di avere un ego gigantesco, impermeabile a qualsiasi altra considerazione e preoccupazione»: l'ha mai visto fare altrimenti, ambasciatore Romano? Alle cinque della sera, le è mai sembrato tipo da te e pasticcini un signore come lui? Egli è un uomo «con una propensione naturale a delinquere» e una «naturale capacità nel perseguire il disegno criminoso», condannato a quattro anni di carcere (altri tre gli sono stati condonati per l'indulto), interdetto per tre anni dai pubblici uffici: sentenza del Tribunale della sua città emessa alle ore sedici di venerdì 26 ottobre 2012.
■ (domenica 28 ottobre 2012)


Nessun commento:

Posta un commento