È ancora lui, il solito Schettino metafora di una certa Italia


«Remontez à bord, bordel de merde!»: un quotidiano parigino ha tradotto così la celebre intimazione di De Falco al comandante della Concordia, raccontando la riapertura del processo in corso a Grosseto. E lui, anziché offrire le scuse alle vittime, risale a bordo della sua vanità e rivendica il merito d'aver salvato migliaia di vite umane

 «Spavalda» e «sfrontata». La descrivono così, tutte le cronache, l'apparizione di Schettino al processo riaperto questi giorni in un cinema di Grosseto. L'incidente probatorio sul naufragio della Concordia è diventato, per accorta regia difensiva, il palcoscenico del suo comandante, non più in carcere da tempo, da agosto neanche agli arresti domiciliari. Pronto a far causa alla Costa Crociere per essere riassunto. Niente di meno.
Le trentadue vittime della sua imperizia e viltà riposano in pace, altre due sono ancora in fondo al mare. E lui si ripresenta agli occhi del mondo come una star, con la sicumera che l'ha portato a schiantare un transatlantico di trecento metri contro gli scogli del Giglio, come fosse un gommone qualsiasi. Mai assumendosi la responsabilità del naufragio — se si escludono i primi momenti dopo la tragedia, immortalati sui nastri dalle sue espressioni in vernacolo. Alla parente di una vittima tedesca che, vedendolo, chiedeva verità e giustizia ha osato replicare: «anch'io voglio la verità».
A sentirlo questa volta, la colpa è del suo timoniere. Che non avrebbe inteso correttamente le sue parole: «Otherwise we go on the rocks», ha detto al suo sottoposto malese, ordinando — qualche secondo prima dello schianto — una correzione di 10 gradi alla rotta della nave lanciata a grande velocità verso il Giglio, per poterla sfiorare e far l'«inchino» al suo ex commodoro. Ammesso che sia andata proprio così, che il timoniere, cioè, non abbia capito l'ordine — Crozza ha ironizzato motivatamente sulla sua pronuncia —, chi ha impostato quella rotta suicida? L'ha decisa di testa sua il malese? O non piuttosto Schettino o qualche altro anello della sua catena di comando, vile come lui?
I suoi avvocati provano ad arrampicarsi sugli specchi — sacrosanto diritto alla difesa. E gli attribuiscono il merito d'aver portato la Concordia sventrata davanti al porto. Smentiti, subito dopo, dalle perizie che attribuiscono il giro della nave su se stessa al timone bloccato a dritta e al vento salvifico di grecale. Che fecero posare — fortunosamente — il mastodonte d'acciaio sugli scogli della Gabbianara anziché inabissarlo al largo del Giglio con più di quattromila persone a bordo.
Il diavolo, come suol dirsi, fa le pentole ma non i coperchi. E si scopre, così, dall'esame della scatola nera, che il batimetro, ad esempio, era spento — per non far registrare volutamente la profondità dei fondali nel corso dell'«inchino»? —, e che è stato riacceso tre minuti dopo il disastroso urto con gli scogli della Scola. E vedremo cos'altro verrà ancora a galla.
L'ho scritto a caldo, sulla base delle notizie raccolte e delle verifiche effettuate sul campo subito dopo il naufragio. Lo riscrivo ora, anche a freddo. Sì, Francesco Schettino è il solito: spudorato e vile, in perenne fuga dalle proprie responsabilità. Specchio e metafora di una certa Italia, adusa a galleggiare sulle sue stesse rovine. Questa volta — ha annotato mercoledì 17 ottobre il quotidiano parigino Libération —, non c'è stato nemmeno bisogno che qualcuno gli intimasse di farlo, traducendo in francese l'oramai celeberrimo ordine del comandante De Falco: «Remontez à bord, bordel de merde!». A bordo della sua vanità Schettino in questi giorni ci è risalito da solo. E il significato è chiaro. In tutte le lingue del mondo.
■ (mercoledì 17 ottobre 2012)


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