Schettino «on the rocks»


«Am a fa' n'inchino al Giglio» aveva esclamato il comandante della Concordia salpando da Civitavecchia. E poi, calando le scialuppe sul lato destro, pensava di «raddrizzare un pochettino» una nave di trecento metri, naufragata da cinquanta minuti già piena d'acqua. Vi sembra all'altezza di un transatlantico un capitano così?

 «Am a fa' n'inchino al Giglio» aveva esclamato Francesco Schettino all'ufficiale addetto alla cartografia, Simone Canessa. Alle 18.27.44 di quel tragico venerdì 13 gennaio, mentre la Concordia salpava da Civitavecchia per raggiungere Savona, gli aveva già detto: «Va bè, tracciamoci la rotta, va'». Eccole qua le parole, testuali, trascritte dalla scatola nera che riducono in cenere le bugie raccontate, ancora in questi giorni, dal comandante della Costa Crociere alla ripresa del processo in corso a Grosseto.
L'ultimo scaricabarile Schettino l'ha imbastito contro il suo timoniere malese. «Non ha capito i miei ordini», s'è giustificato il comandante della Concordia. Espressi prima in italo-napoletano (che il suo sottoposto ignorava), poi col già famoso «on the rocks»: «Viriamo di dieci gradi a dritta, altrimenti finiamo sugli scogli» aveva urlato a un certo punto. Giusto il tempo di ripeterlo in inglese («Otherwise we go on the rocks»), e il transatlantico era già finito sugli scogli della Scola.
Le bugie messe in fila da Schettino hanno già superato i trecento metri del transatlantico schiantato davanti al Giglio. Una strategia difensiva disperata e disperante che i suoi avvocati alimentano per occupare la scena mediatica e trascinare a fondo compagnia di navigazione e sottoposti. Un «muore Sansone con tutti i filistei» che ingrassa la parcella dei difensori ma offende, ancora una volta, la memoria delle vittime e tutti i sopravvissuti.
Volete sapere l'ultima? «Ho messo le lance in acqua, quelle di dritta — riporta la relazione della Capitaneria di Porto di Livorno commissionata dalla procura di Grosseto —, le ho messe per prime in modo che togliendo peso da dritta pensavo che la nave si raddrizzasse un pochettino». Avete letto bene, nonostante la faticosa sintassi testuale? Il comandante della più grande nave da crociera del Mediterraneo pensava di raddrizzare l'inclinazione della Concordia, un mastodonte d'acciaio di 114.500 tonnellate — su cui tratteneva irresponsabilmente quattromila persone da cinquanta interminabili minuti —, col contrappeso di una decina di lance da soccorso. Vi sembra adeguato un uomo di mare così? «Un capitano di lungo corso al comando» recita l'Usclac, l'associazione sindacale scesa subito in sua difesa. L'ultimo dei suoi mozzi, sapendo che le sale macchine s'erano allagate in appena 6 minuti, avrebbe messo a fuoco l'urgenza dell'evacuazione generale molto più in fretta del suo spudorato e vile comandante.
Se pensate che sia tutto, vi sbagliate. Dalla relazione della Capitaneria di Porto di Livorno emerge anche come i sistemi elettronici che avrebbero dato l'allarme per la fuoriuscita della Costa Concordia dal «limite di rotta» o dal «limite di profondità superato» erano stati disattivati alla partenza da Civitavecchia la sera del naufragio, avvenuto due ore dopo. Per omaggiare con un «inchino» a fil di scoglio — senza tracce compromettenti né scoccianti disturbi — l'ex commodoro di Schettino.
L'infamia continua.
■ (sabato 20 ottobre 2012)


Nessun commento:

Posta un commento