Marchionne lo «stoico»


Nel giorno della rappresaglia contro la riassunzione di diciannove lavoratori della Fiom, il premier Monti si congratula per «l'impassibilità» del manager Fiat. Il mondo gira alla rovescia e la Costituzione italiana è diventata oggi carta straccia?

 L'uomo va preso per quello che è. Va maneggiato quindi con cura. Nel giorno della rappresaglia contro diciannove operai di Pomigliano d'Arco, Sergio Marchionne riesce a vantarsi di aver incassato il plauso di Mario Monti. «Decisione stoica, la ringrazio». Gli avrebbe detto proprio così il premier italiano: «decisione stoica» — senza «r», per capirci —, dopo aver ascoltato il manager Fiat che gli annunciava di non chiudere stabilimenti per produrre auto in Italia.
Pensate un po'. Dopo aver sbaraccato qualche mese fa in Sicilia lo stabilimento di Termini Imerese con 1600 dipendenti dentro, solo un uomo impassibile come lui poteva sopportare il dolore di mettere alla porta una ventina di lavoratori per dar corso a una sentenza della magistratura, con la quale è stato messo fine a una discriminazione esercitata dalla Fiat nei confronti degli operai iscritti alla Fiom. Un dolore atroce, per lui, rispettare l'art. 3 della Costituzione.
Rileggiamolo per intero quest'articolo, un pilastro portante della nostra «legge delle leggi»: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Per concludere, al secondo comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
In effetti, ci va la mente e lo stomaco di Zenone di Cizio — ci perdoni l'illustre Ateniese — per prendere in ostaggio, col ricatto del licenziamento, migliaia di famiglie campane legate alle sorti di uno stabilimento che porta il nome di un grande filosofo partenopeo, Giambattista Vico. Vico è il pensatore della «Provvidenza divina», della «divina mente legislatrice»; la storia, per il filosofo della Scienza Nuova, resta però una «creazione umana». Se ne faccia una ragione, dottor Marchionne: non è lei — non ancora — la «mente legislatrice», quantomeno in senso giuridico. E la storia di questo paese l'hanno fatta gli uomini che hanno combattuto il «padrone delle ferriere» di ottocentesca memoria costruendo la civiltà del lavoro e lo Stato di diritto, con un secolo di sudore e sangue.
Fin qui il nostro Marchionne, che in filosofia ha preso anni fa anche una laurea. E il nostro premier? Ci aveva già deliziato a maggio a Palazzo Chigi, presenziando al lancio della «formidabile» Nuova Panda: «Chi gestisce la Fiat ha il diritto e il dovere di decidere e di scegliere per i suoi investimenti e per le sue localizzazioni le soluzioni più convenienti». Monti ci gratifica tutti, oggi, con la patente di «stoico» elargita a un signore che incassa 500 volte in più del suo ultimo operaio, dovendone sopportare persino la presenza sul libro-paga (una settimana del suo stipendio corrisponde a un anno di salario dei diciannove operai messi nel suo mirino, ha calcolato Gad Lerner). O si riferiva, il nostro premier, al dolore per l'ultima ritorsione del manager del Lingotto, in guerra contro sindacati e sentenze? Questo forse no. Da uomo delicato qual è, Marchionne quel dolore ha evitato di condividerlo con l'ex rettore della Bocconi, frequentatore storico — con la «r», stavolta — di bilanci e arcana imperii Fiat.
No, Monti non poteva sapere ancora nulla della decisione di licenziare altri 19 operai per educarne 2143 a Pomigliano, ed altre migliaia a Melfi, Cassino, Atessa, Grugliasco e Mirafiori. Adesso però lo sa, professor Monti. Dica qualcosa anche a noi su quest'ultimo exploit del poliglotta e plurilaureato seguace del filosofo cipriota Zenone. O «de minimis non curat praetor»? Massì, vuoi mettere gli alti e bassi dello spread con un articolo bistrattato della Costituzione repubblicana? Per Marchionne la nostra Carta costituzionale ha già l'età della pensione (pre-Fornero). Anche per lei?
L'imperium e la iurisdictio di un presidente del Consiglio ha ben altro su cui esercitarsi, oggi in Italia. Comando e legge si abbattono, implacabili, solo sui poveracci: l'abbiamo capito. Sopratutto se c'è da tagliare pensioni e aumentare tasse sui redditi fissi. Ma si interroghi, presidente Monti, appena può, sul paradosso di un'azienda in picchiata nelle vendite delle auto e in crescita vertiginosa negli utili (+18,5%, nel terzo trimestre del 2012 rispetto all'anno prima). Un'azienda che carica da anni sulle spalle dei contribuenti quote crescenti della cassa integrazione pagata ai suoi dipendenti. Marchionne — per quanto dipende da lei, questo oramai lo sappiamo — può dormire ancora sonni tranquilli. Fino a quando?
■ (giovedì 1 novembre 2012)


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