Il mondo guarda ancora a Obama

Usa 2012, Obama sul palco con la famiglia

Taglierà le unghie alla speculazione finanziaria? Farà ripartire la macchina economica globale? Costruirà una democrazia multietnica? Intanto, a dodici ore dalla vittoria, le agenzie di rating gli guastano già la festa

 
«Four more years! Four more years!», hanno urlato in piena notte nello stadio di Chicago i suoi attivisti. E ora che il presidente degli Stati Uniti non ha più nulla da perdere — non la combattuta rielezione appena riconquistata, non i lauti finanziamenti di Wall Street andati stavolta al suo avversario —, il mondo guarda a Washington per capire se i compiti questa volta Barack Obama li svolgerà fino in fondo. Il primo, quello più urgente per il mondo intero, è il taglio in profondità delle unghie a una finanza tossica. Difatti, le agenzie di rating, per far capire subito da che parte stanno, gli hanno già guastato la festa della vittoria con l'offensiva contro il debito americano, minacciando il declassamento dalla tripla A.
Migliaia di miliardi di dollari sono stati riversati negli ultimi quattro anni nelle casse dei banchieri d'affari, sull'orlo della bancarotta. C'era da frenare il crollo del castello di carta costruito a Wall Street e a Londra, per non seppellire le finanze di mezzo mondo sotto gli azzardi speculativi a caccia di ricchezze fittizie. Ma gli artefici dei disastri finanziari sono ancora quasi tutti al loro posto; e hanno ripreso a far crescere esclusivamente le loro stock options. Pretendendo, ora, il giorno stesso della vittoria di Obama, un taglio di 7000 miliardi di dollari di spesa pubblica nei prossimi anni.
I tentativi per separare nuovamente le banche d'affari dalle banche di risparmio sono scomparsi — col passare del tempo, dal drammatico inverno del 2008 — nelle nebbie del Congresso americano e nei summit inconcludenti di G8, G20 e affini, convocati a ripetizione sulla crisi economica. C'è qualcuno, in buona fede, che può pensare seriamente di restituire affidabilità al sistema bancario mondiale senza distinguere la gestione dei soldi dei risparmiatori dai giochi speculativi? Così era stato fissato dopo la Grande Depressione del 1929; e così è stato fino a una quindicina di anni fa, all'alba dei disastri che si consumano oggi. Un salto all'indietro spaventoso, firmato da Bill Clinton. Se non ora, quando si rialzerà un sano confine fra interessi tanto contrastanti, presidente Obama?
Il secondo compito, lasciato a metà, è la ripartenza della macchina economica del mondo. Nei quattro anni precedenti, Barack Obama ha dato prova ripetuta di una convinzione profonda. I motori che guidano l'economia globale sono diversi. Il mondo unipolare — vagheggiato a caro prezzo economico e militare da George W. Bush — è alle spalle di tutti. E l'Europa deve fare un passo avanti per giocare una partita più equilibrata al tavolo con gli Stati Uniti e i cosiddetti paesi del Bric, Brasile Russia India e Cina. A questo l'ha sollecitata più volte il presidente degli Stati Uniti. Della sua spinta ci sarà ancora gran bisogno nel Vecchio Continente, privo di una qualche visione che non sia quella ragionieristica della Cancelliera Merkel.
C'è poi l'altro compito, cruciale per le sorti della democrazia nel mondo intero. La seconda vittoria Obama l'ha costruita intrecciando un blocco politico ed elettorale multi etnico. È la demografia, prima ancora della politica, a indicare una strada obbligata per salvare la democrazia rappresentativa e l'aspirazione alla crescita di diritti e benessere per tutti, non solo in America. Mitt Romney, di fronte al compito, si è auto confinato nel recinto della cultura «bianca», anglosassone, protestante che ha dominato il continente nord americano per più di due secoli. Oggi la nuova maggioranza sono invece loro, i latinos, i neri e i figli del sud. Come gli Stati Uniti d'America risolveranno il problema è questione che riguarda non soltanto loro.
«Il meglio deve ancora venire» ha detto stanotte Obama ai suoi sostenitori e agli americani. È il mondo intero ad attendere quel «meglio», benché la maggioranza oggi il presidente ce l'abbia ancora solo al Senato e non anche al Congresso. Un rompicapo, che darà la misura esatta di un leader globale e di un'élite politica. Con sano realismo, un passo dopo l'altro, e senza l'enfasi di quattro anni fa, servono gambe per qualche grande utopia.
(mercoledì 7 novembre 2012)


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