L'ascensione di Mario


Monti “sale” e Ichino “trasloca”. Alla velocità della luce, tecnici e professori già somigliano un po’ troppo ai vecchi politicanti con lingua biforcuta

 Preceduta dagli effluvi dei turiboli d'Oltretevere, annunciata da L’Osservatore Romano e Avvenire, è arrivata, infine, l'ascensione di Monti. Manco a dirlo, a capo del Centro. Aallelujaa! Aallelujaa! Tanto forte il profumo d'incenso da indurre persino il prudentissimo Corriere della Sera ad accennare qualche timida torsione facciale. Non si starà piegando un po' troppo ai calcoli di Casini, alle irresolutezze di Montezemolo e alle urgenze troppo terrene di Bertone e Bagnasco?, ha finito per chiedersi — fra le righe, per carità — il giornale diretto da Ferruccio de Bortoli.
A questo punto, le domande più spinose se le sarà poste con dispiacere — è facile ipotizzarlo — il presidente della Repubblica. Fino all'ultimo momento utile, Giorgio Napolitano aveva provato a trattenere il premier dall'impegno diretto nell'agone elettorale. Col laticlavio senatoriale cucito su misura alla vigilia della "chiamata" a Palazzo Chigi tredici mesi orsono, il capo dello Stato poteva ragionevolmente pensare che Mario Monti potesse rimanere a riserva di nuovi alti incarichi. Persino a prendere il suo posto, al Quirinale.
Perché, allora, mettersi a capo di una fazione politica che, al netto dell'asserita «vocazione maggioritaria», punta realisticamente a rosicchiare margini di consenso un po' a destra e un po' a manca? Al più, gli osservatori smaliziati si spingono a ipotizzare un testa a testa di Monti e Berlusconi su chi prenderà il 20% dei consensi. E a rendere precaria — ecco l'effetto più probabile — una eventuale vittoria di misura del centrosinistra a Palazzo Madama.
Ne valeva la pena? Per il ridisegno della geografia politica italiana probabilmente sì, ne valeva la pena: un centro-destra a guida Monti (mica penserete che Montezemolo voglia diventare un post-dc?) è già un passo avanti notevole rispetto alla destra impresentabile di Berlusconi e Storace. Per la credibilità dell'uomo politico Monti, la pena non la valeva invece affatto. Per di più, tutti quelli che stanno oggi sotto il suo ombrello moderato sono gli stessi che sono rimasti acquattati fino all'altro ieri all'ombra del Cavaliere nero. Obiettivamente, non è granché.
Un debutto, quello dell'ex rettore della Bocconi, da leader di partito — per adesso si chiama in modo più fine, rassemblement — col naso di un nuovo Pinocchio appiccicato al volto. Stabilire se sia «sceso in campo» o «asceso in politica» è solo stucchevole marketing elettorale. È più rilevante chiedersi, piuttosto, se non siamo già arrivati, a grandi falcate, alla politique politicienne. Ancora con tutti i due piedi nel Pd, Pietro Ichino scriveva, ad esempio, buona parte della cosiddetta Agenda Monti, per poi traslocarvi dentro. Un altro professore con lingua biforcuta, dunque, alla dura prova dei fatti. Dispiace dirlo: almeno in questo, peggio dei vecchi politici politicanti. Nonostante l'esibita informalità di uomini comuni.
■ (sabato 29 dicembre 2012)


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