Concordia, lo scempio dei fatti


Schettino si appella allo Statuto dei lavoratori contro il licenziamento della Costa Crociere per il disastro del Giglio, la Carnival (proprietaria della Concordia) nega di avere alcun «dovere di sicurezza dei passeggeri» e accusa i naufraghi di «negligenza». Ma in che mondo siamo?

 Tenetevi forte. C'era già stato il ricorso per “giusta causa” all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori di Francesco Schettino contro Costa Crociere. Un licenziamento «ingiusticato» — absit iniuria verbis — a giudizio dei suoi legali, quello subìto dal comandante più avventato e codardo della storia d'Italia. Ora sono spuntati, all'altro capo dell'oceano, «i comportamenti negligenti o disattenti»: degli armatori, dei membri dell'equipaggio? Nient'affatto. Di «negligenza» e «disattenzione» si sarebbero macchiati — udite — i naufraghi della Concordia colpevoli di far causa alla Carnival per «presunte lesioni».
Il lessico virgolettato è quello di un documento depositato in un tribunale della California dalla società proprietaria della Concordia, decisa a resistere in giudizio contro i risarcimenti chiesti da 150 sventurati passeggeri. Secondo quanto affermato dall'avvocato John Arthur Eaves, il legale che negli Usa difende queste vittime del naufragio di un anno fa davanti al Giglio, Carnival — sfregatevi gli occhi — «nega di avere il dovere della sicurezza verso i ricorrenti e di doverli proteggere da danni durante la permanenza a bordo della nave».
Non sappiamo cosa decideranno i giudici americani al processo che inizierà il prossimo luglio in America. Né come valuterà il giudice del lavoro italiano la “provocazione” di Schettino, che ha dato adito — manco a dirlo — agli attacchi strumentali dei soliti noti contro lo Statuto dei lavoratori. Sappiamo già, tuttavia, quanto sia spudorata — oramai — l'arroganza degli impuniti, e quanto elevato il disprezzo per ogni principio etico dei miliardari della Carnival oggi e dei cosiddetti “principi del foro” italiani quasi sempre, pronti a patrocinare ogni causa purché ben pagata.
Cerco di spiegarmi. Il diritto alla difesa è sacro. Sempre. Ma ci sarà una soglia oltre la quale la “verità” dell'imputato e i ruoli processuali degli avvocati debbano arrendersi all'evidenza? A me pare che la soglia esista e sia necessario non superarla. Nel caso specifico, le responsabilità di Schettino sono documentate — oltre ogni ragionevole dubbio — dalla stessa voce del responsabile principale della tragedia (registrata dalla scatola nera e dai collegamenti radio con la Capitaneria di Porto) sulle sue decisioni e i suoi comportamenti. Decisioni e comportamenti che provocarono — ce ne siamo già dimenticati? — trentadue morti, di cui due mai trovati.
Ci sono poi i tanti video registrati in presa diretta durante il naufragio, e ritrasmessi in queste ore per rievocare il dramma di quattro mila passeggeri, che documentano, a loro volta, le «negligenze» della compagnia — definiamole così, con lo stesso vocabolario della Carnival. Perché, ad esempio, la sera del naufragio erano stati disattivati alla partenza da Civitavecchia i sistemi elettronici che avrebbero dato l'allarme per la fuoriuscita della Concordia dal «limite di rotta» o dal «limite di profondità superato»?
C'è da aggiungere altro? Sì. In casi come questo, cronisti pigri dovrebbero evitare almeno di dirci che l'imputato sta raccontando “la sua verità”. È stato fatto, invece, nell'anniversario della tragedia, anche a Domenica in su Rai 1. Da cui, benché invitato, s'è tenuto alla larga il comandante della Capitaneria di Livorno Gregorio De Falco, che provò a rimandare energicamente a bordo Schettino per fare il suo dovere e coordinare l'evacuazione della nave da cui era scappato con viltà: un'altra prova di stile, questa di De Falco, rifiutando di fare il controcanto alla svergognata esibizione televisiva di “capitan codardìa”.
Ecco il punto: cos'altro serve, più di telecamere e registratori — con la voce i volti e i gesti degli imputati in piena flagranza —, per individuare la verità dei fatti mentre i fatti si svolgono? Quando i processi si facevano a porte chiuse e i fatti erano ricostruiti a tavolino — legittime scappatoie processuali alla mano —, era molto più facile raccontare la propria “verità”. Ma quando la verità è incontrovertibile, a chi fa gioco tanta insulsa equidistanza e lo scempio dei fatti?
■ (domenica 13 gennaio 2013)


Duetto tra Berlusconi e Santoro: tutto quanto fa spettacolo

Tv, in 9 milioni per 'Servizio Pubblico'.  Berlusconi: "Santoro eccellente professionista"
Tra gag e sketch dei due mattatori, il Caimano strappa a morsi qualche vantaggio elettorale e l'anchorman un ottimo share. A rimetterci è il racconto del paese reale sul piccolo schermo, ridotto oramai a show business, con la politica trasformata in Processo del Lunedì di Biscardi

 Ci voleva la controprova? Evidentemente sì, altrimenti perché sorprendersi per l'esito del «duetto» — copyright di Francesco Merlo — Berlusconi-Santoro il giorno dopo? Tutto era prevedibile il giorno prima. Tutto scritto nelle regole dello show business. E l'attesa per lo spettacolo era plastica, a cominciare da uno dei reparti in cui la televisione si confeziona e si materializza prima di arrivare sui teleschermi, stando alla mia personale esperienza diretta.
Giovedì sera dovevo montare la mia inchiesta sulle trivellazioni di petrolio in Basilicata per la trasmissione di Rai 3 Ambiente Italia. Non c'era un solo montatore che non avesse un occhio e un orecchio incollato allo show. Grande partecipazione di pubblico, senza aspettare i dati Auditel. Curiosità per i colpi di scena? Anche. Il canovaccio dello spettacolo lo prevede sempre. Il colpo del ko dei “magnifici due” (Santoro-Travaglio) contro il loro “nemico” giurato? Qualche romantico, come sappiamo, c'è sempre.
Ma c'era davvero bisogno di aspettare la scenetta del capocomico che spolvera la sedia da cui s'era alzato il suo critico storicamente più feroce? La manfrina a vantaggio di telecamera — lo spettacolo l'ho visto il giorno dopo — s'era già consumata con la composizione del parterre («tu ci guadagni in share e cachet e io allargo la mia platea, galvanizzando i miei elettori stanchi»). E difatti così è andata. Compreso il recupero elettorale del Cavaliere, ipotizzano ora i sondaggisti. Altro che «buoni elementi per avviare narrazioni sull'attualità politica», come azzarda Luisella Costamagna. Ma dove vivono? Davanti allo specchio dei camerini?
Un duello atteso da dieci anni, s'era detto e scritto. E allora perché non far intervistare il re dei bugiardi da Milena Gabanelli, faccio per dire? O dal sempre documentato Gianni Dragoni de Il Sole 24 Ore, confinato anche stavolta sul ponteggio per più di due ore e mezza di gag e sketch dei due mattatori, prima di poter chiedere conto delle “strane” impennate dei titoli Mediaset e Mondadori in coincidenza con gli annunci di rientro in campo del tycoon. O da Marco Travaglio stesso — domande, Marco, domande, non prosa, per quanto pungente e godibile.
L'orchestratore avrebbe fatto sempre la sua magna pars e il suo ego smisurato ne sarebbe stato appagato lo stesso. Ma l'interlocutore avrebbe dovuto misurarsi almeno con questioni stringenti. E la telecamera puntata sulla faccia dell'intervistato già durante la domanda — domanda “chiusa” possibilmente — avrebbe detto molto più delle parole con cui egli sa ribaltare tutto. Le pochissime volte in cui è stato fatto lo si è visto bene. Ma ogni mossa era stata concordata in anticipo, come s'è fatto scappare lo stesso Santoro — l'ha già osservato Curzio Maltese su la Repubblica venerdì 11 gennaio — fronteggiando il morso finale del caimano che gioca a fare Travaglio con la “lettera” scritta da uno dei suoi ghostwriter per sfregiare il nemico. E il capolavoro è stato completato alla grande, con il titolo dato a giornali e telegiornali della sua ampia corte. Sino allo sberleffo finale: «Ragazzi non fatevi infinocchiare da questi qui», dice ridendo mentre abbandona la scena.
Più del «Sant'oro» (con l'apostrofo) con cui L'Espresso raccontò nel 1996 il passaggio dell'anchorman dalla Rai a Mediaset in cambio di qualche miliardo di lire per fare Moby Dick e dimostrare che Berlusconi era più democratico di Prodi, in mente mi è tornato altro. È l'analisi del linguaggio fatto da un semiologo e da un sociologo della conoscenza, Gian Paolo Caprettini e Carlo Marletti. Per i due studiosi, tra Giuliano Ferrara e Michele Santoro non c'era alcuna differenza né di grammatica né di sintassi televisiva.
Era il 1992. Ferrara conduceva L'Istruttoria su Italia1 — uscendo, vi ricordate?, da un bidone della spazzatura — e Santoro faceva Samarcanda su Rai 3, con la «ggente» in piazza. Il racconto della politica, annotavano i due studiosi, aveva adottato il linguaggio de Il Processo del Lunedì di Biscardi. E gli effetti non si sono fatti attendere. La politica stessa è diventata in massima parte quella del Bar Sport. Portandoci al punto in cui siamo.
C'era qualcosa di nuovo, secondo voi, nello spettacolo di giovedì sera su La7 a Servizio Pubblico? Sì, qualcosa c'era. Attori e comprimari avevano solo qualche anno in più, e altri soldini in banca. Con l'Italia ridotta intanto sul lastrico, e buona parte della politica sfigurata in una compagnia di teatranti da bar. Appunto.
■ (sabato 12 gennaio 2013)


Quelli che scappano col pallone


Si avvicinano le liste elettorali e si moltiplicano i salti della quaglia. In prima fila i “tecnici” di un governo che doveva ridare prestigio alle istituzioni. Quando fregola e ambizione prendono il sopravvento su serietà e coerenza, a rimetterci è la credibilità e la nobiltà della politica

 «È normale che dopo le primarie si possa stare in un partito anche se si perde: vedo troppa gente pronta a scappare con il pallone in mano, ma io non sono fatto in questo modo». Così Matteo Renzi, uscendo giovedì 3 gennaio dal pranzo di lavoro con Pierluigi Bersani, alla vigilia della direzione nazionale del suo partito sulle liste per il nuovo parlamento. Ben detto, Renzi.
E non è l'unico plauso dovuto al competitore per la leadership del Pd. Senza la sua battaglia aperta e leale (e senza la generosa lucidità politica di Bersani) non si sarebbe manifestata l'energia positiva che caratterizza — a sinistra — quest'avvio di campagna elettorale, altrimenti scontata. E prevedibile, a parte il voltafaccia linguacciuto di Mario Monti. Raccapricciante, per un liberale, la sua richiesta al Pd di «silenziare» chi lo critica — non doveva stare, per di più, a bordo campo? Un'arroganza intellettuale appena appena dissimulata da un sussiego crescente, vieppiù insopportabile. Manifestata, oltretutto, occupando teleschermi e microfoni. E facendosi beccare, così, con le mani nella marmellata, come un Berlusconi qualunque.
A ben vedere, quelli che scappano col pallone sono tanti. A cominciare dal professor Pietro Ichino (ne ho fatto cenno nel post del 29 dicembre), artefice di un doppiogiochismo veramente sorprendente in un uomo di cultura come lui. Avendo perso la battaglia col responsabile economico del suo partito Stefano Fassina, ha traslocato armi e bagagli (agenda e seggio) nella casa politica del professor Monti. E poi gli ex ministri Francesco Profumo e Renato Balduzzi, anche loro della partita elettorale ingaggiata dall'ex rettore della Bocconi per rendere numericamente precaria l'eventuale vittoria di Bersani. Secondo i disegni di Casini e i voleri del Vaticano.
Del ministro dell'Istruzione (in carica, è bene sottolinearlo, su designazione del Pd) non saprei dire. Non ho seguito — se non sui giornali — le sue iniziative. Del professor Balduzzi (a capo del dicastero della Salute, su designazione anch'egli di Bersani) ho potuto apprezzare, invece, sul campo, le meritorie iniziative per salvare il salvabile di un servizio sanitario massacrato e depauperato con l'accetta per anni. E l'ho visto, soprattutto, al lavoro.
Renato Balduzzi ha fornito ai cittadini quantomeno attenzione fisica e presenza sul territorio. Lo ha fatto a Taranto, fornendo dati scomodi (nella loro ufficialità) sull'immane tragedia sanitaria di quella città, fra i malumori del suo collega all'Ambiente Corrado Clini. Cosa mai fatta prima. Lo ha fatto a Broni, in provincia di Pavia, a fianco delle vittime dell'amianto dell'«altra Casale». L'ho toccato con mano, facendo il cronista di questi drammi veri, in Lombardia o in Puglia.
C'era bisogno che persone serie, come sono certamente Balduzzi e Profumo, si intruppassero in una battaglia elettorale per uno scranno purchessia? Non mi risulta che Pierluigi Bersani — negando le candidature ai ministri "tecnici" in carica — abbia negato loro anche l'ipotesi di un incarico di governo qualora i numeri parlamentari gli consegnino la vittoria. E allora? Impazienze sorprendenti, mancanza di rispetto alla parola data. Lingue biforcute, appunto— come ho scritto qualche giorno fa —, da consumati politicanti. Che peccato.
Un peccato civile grave. Che esalta, ancor più, la coerenza di Renzi e Bersani. Un soffio di vitalità per una politica che dovrà darsi da fare sul serio per recuperare la credibilità persa. «Se non la fai, la politica la subisci», usava dirsi in altre generose stagioni del nostro paese. È bene ricordarsene presto, anche infilando una scheda nell'urna, fra qualche settimana. Scegliendo tra destra centro e sinistra. Che ci sono ancora. Altroché se ci sono.
■ (venerdì 4 gennaio 2013)