Duetto tra Berlusconi e Santoro: tutto quanto fa spettacolo

Tv, in 9 milioni per 'Servizio Pubblico'.  Berlusconi: "Santoro eccellente professionista"
Tra gag e sketch dei due mattatori, il Caimano strappa a morsi qualche vantaggio elettorale e l'anchorman un ottimo share. A rimetterci è il racconto del paese reale sul piccolo schermo, ridotto oramai a show business, con la politica trasformata in Processo del Lunedì di Biscardi

 Ci voleva la controprova? Evidentemente sì, altrimenti perché sorprendersi per l'esito del «duetto» — copyright di Francesco Merlo — Berlusconi-Santoro il giorno dopo? Tutto era prevedibile il giorno prima. Tutto scritto nelle regole dello show business. E l'attesa per lo spettacolo era plastica, a cominciare da uno dei reparti in cui la televisione si confeziona e si materializza prima di arrivare sui teleschermi, stando alla mia personale esperienza diretta.
Giovedì sera dovevo montare la mia inchiesta sulle trivellazioni di petrolio in Basilicata per la trasmissione di Rai 3 Ambiente Italia. Non c'era un solo montatore che non avesse un occhio e un orecchio incollato allo show. Grande partecipazione di pubblico, senza aspettare i dati Auditel. Curiosità per i colpi di scena? Anche. Il canovaccio dello spettacolo lo prevede sempre. Il colpo del ko dei “magnifici due” (Santoro-Travaglio) contro il loro “nemico” giurato? Qualche romantico, come sappiamo, c'è sempre.
Ma c'era davvero bisogno di aspettare la scenetta del capocomico che spolvera la sedia da cui s'era alzato il suo critico storicamente più feroce? La manfrina a vantaggio di telecamera — lo spettacolo l'ho visto il giorno dopo — s'era già consumata con la composizione del parterre («tu ci guadagni in share e cachet e io allargo la mia platea, galvanizzando i miei elettori stanchi»). E difatti così è andata. Compreso il recupero elettorale del Cavaliere, ipotizzano ora i sondaggisti. Altro che «buoni elementi per avviare narrazioni sull'attualità politica», come azzarda Luisella Costamagna. Ma dove vivono? Davanti allo specchio dei camerini?
Un duello atteso da dieci anni, s'era detto e scritto. E allora perché non far intervistare il re dei bugiardi da Milena Gabanelli, faccio per dire? O dal sempre documentato Gianni Dragoni de Il Sole 24 Ore, confinato anche stavolta sul ponteggio per più di due ore e mezza di gag e sketch dei due mattatori, prima di poter chiedere conto delle “strane” impennate dei titoli Mediaset e Mondadori in coincidenza con gli annunci di rientro in campo del tycoon. O da Marco Travaglio stesso — domande, Marco, domande, non prosa, per quanto pungente e godibile.
L'orchestratore avrebbe fatto sempre la sua magna pars e il suo ego smisurato ne sarebbe stato appagato lo stesso. Ma l'interlocutore avrebbe dovuto misurarsi almeno con questioni stringenti. E la telecamera puntata sulla faccia dell'intervistato già durante la domanda — domanda “chiusa” possibilmente — avrebbe detto molto più delle parole con cui egli sa ribaltare tutto. Le pochissime volte in cui è stato fatto lo si è visto bene. Ma ogni mossa era stata concordata in anticipo, come s'è fatto scappare lo stesso Santoro — l'ha già osservato Curzio Maltese su la Repubblica venerdì 11 gennaio — fronteggiando il morso finale del caimano che gioca a fare Travaglio con la “lettera” scritta da uno dei suoi ghostwriter per sfregiare il nemico. E il capolavoro è stato completato alla grande, con il titolo dato a giornali e telegiornali della sua ampia corte. Sino allo sberleffo finale: «Ragazzi non fatevi infinocchiare da questi qui», dice ridendo mentre abbandona la scena.
Più del «Sant'oro» (con l'apostrofo) con cui L'Espresso raccontò nel 1996 il passaggio dell'anchorman dalla Rai a Mediaset in cambio di qualche miliardo di lire per fare Moby Dick e dimostrare che Berlusconi era più democratico di Prodi, in mente mi è tornato altro. È l'analisi del linguaggio fatto da un semiologo e da un sociologo della conoscenza, Gian Paolo Caprettini e Carlo Marletti. Per i due studiosi, tra Giuliano Ferrara e Michele Santoro non c'era alcuna differenza né di grammatica né di sintassi televisiva.
Era il 1992. Ferrara conduceva L'Istruttoria su Italia1 — uscendo, vi ricordate?, da un bidone della spazzatura — e Santoro faceva Samarcanda su Rai 3, con la «ggente» in piazza. Il racconto della politica, annotavano i due studiosi, aveva adottato il linguaggio de Il Processo del Lunedì di Biscardi. E gli effetti non si sono fatti attendere. La politica stessa è diventata in massima parte quella del Bar Sport. Portandoci al punto in cui siamo.
C'era qualcosa di nuovo, secondo voi, nello spettacolo di giovedì sera su La7 a Servizio Pubblico? Sì, qualcosa c'era. Attori e comprimari avevano solo qualche anno in più, e altri soldini in banca. Con l'Italia ridotta intanto sul lastrico, e buona parte della politica sfigurata in una compagnia di teatranti da bar. Appunto.
■ (sabato 12 gennaio 2013)


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